Breve estratto da AQUA ALTA – Pierrot

La rete si evolve in fretta, si sa. E delle volte mi chiedo se ormai sia giusto dare più importanza a un post scritto su Facebook piuttosto che su questo blog.

Quello che leggerete di seguito è un post Fb pubblicato ieri.

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Oggi vi propongo un breve estratto da AQUA ALTA – Pierrot

Rileggendolo, mi sto rendendo conto che Pierrot è un thriller bello tosto. Decisamente più crudo de La Organista su alcuni aspetti… Ma ci piace.

Come è nel mio stile, non ho usato un linguaggio di nicchia o scurrile, ma ho trattato alcuni aspetti psicologici dei personaggi, quali la follia o la depressione in modo abbastanza evidente creando situazioni di vera suspense o paura.
Non mancano tuttavia situazioni di passione e autoironia, alle volte divertenti… ecco l’estratto.

(da pag. 32)

***

“Ti sei fatto bravino Alvise!”
Alzo le palpebre.
Me lo dice da seduta, con le gambe accavallate, voce roca e un sorrisetto pago, dandomi un calcetto sulla coscia nuda. Poi sorseggia dalla tazza.
Io mi alzo inebetito, e inizio a vestirmi; jeans e camicia blu.
Giro a piedi nudi sul cotto ancora umido, raccogliendo per la stanza i suoi vestiti e le scarpette rosse. Appoggio tutto sulla tavola vicino ai piatti sporchi.
Poi mi accomodo accanto e le accarezzo il ginocchio che spunta fuori dalla mia vestaglia.
La guardo, faccio spallucce.
“Claudia, sei te che sei una furia.”
“Appunto!”
“Ah, scusami… ora ho capito. Vero; cerco di non farmi coinvolgere troppo.”
“Ma che dici? Sei stato bravissimo…”
“Possiamo parlare d’altro?”
Claudia sbuffa, poi riporta la tazza alla bocca.
“Buono il mio caffè?”
Annuisce.

Si alza, girando per il locale in vestaglia. Va verso la finestra.
“Si può aprire Alvise?”
“Certo, mi casa es tu casa.”
“Sarà, ma mi sembra di soffocare dopo un po’ che sto qui dentro.”
La raggiungo alla finestra, la apro e sblocco gli scuri ermetici spingendoli.
L’acqua ora arriva a mezzo metro dal davanzale di marmo d’Istria, spero non passino barche o perlomeno abbiano un po’ di riguardo.

“Ma è bellissimo!”
Claudia, la valchiria, con gli occhi che brillano, mi dà una spallata che quasi mi fa cadere, appropriandosi della veduta del canale.
Appoggia sopra i gomiti e facendo leva si sporge in fuori fino a metà busto.
“Ma qui siamo sotto al livello dell’acqua! Come ho fatto a non essermene mai accorta?” esclama incredula e divertita.
“Certo, che ti credevi?”
“Mamma mia… e quando c’è l’alta marea?”
“Beh, adesso è alta marea… spero.”
Scuote la testa, ancora incredula.
“Un giorno mi racconterai la storia di questo posto, di come fa a esistere a Venezia…”
“Beh, ma mica è un mistero. In pratica il monolocale è un’enorme vasca impermeabile, ma siccome è quasi impossibile tenere fuori tutta l’acqua, quella che zampilla viene espulsa fuori da una pompa posta in basso.”
“Ma guarda che non sono mica così ignorante sai?
A Venezia ne ho viste tante di soluzioni simili, è che qui siamo davvero bassi! Potrebbe essere il seminterrato di un condominio di terraferma… ed è questo che lo rende speciale.”
Scende di scatto e chiude i vetri appena in tempo per salvarci da uno spruzzo sollevato da una barca. Si gira, indicandoli con l’indice.
“Sì Claudia, vetri e imposte sono a tenuta stagna, come sulle navi.”
“Una sporca tana sommergibile, di lussuria…” dice a sé stessa annuendo col capo, “…schiacciata giù-giù nelle melme, dal nobile palazzo secolare che le sta sopra.”

Si leva la mia vestaglia e inizia a rivestirsi, lentamente.
Io mi giro dall’altra parte, non tanto per pudore, ma perché un sicuro bis con la valchiria adesso non mi va proprio, tra l’altro, dovrebbe anche chiamarmi Stefano e non so quanto riuscirei ad apparire indifferente e staccato.

“A che stai lavorando Alvise?”
“A un quadro, un recupero di refurtiva.”
“Quindi?”
Tentenno…
“Me lo puoi dire sai. O vuoi che lo chieda io più tardi a Stefano?”

Accidenti!
Un amico poliziotto, sempre col ferro addosso, come lo chiama lui, e la sua ex sesso-diabolica che si sta rivestendo qui davanti a me, ancora sudaticcia e con le gote accaldate!
Se ne sentono così tante in giro…

Da vile che sono, in cinque minuti svuoto il sacco, raccontandole del ritrovamento, del principe, del Pierrot nascosto sotto al dipinto e della restauratrice mai sentita nominare.

***

Claudia esce dal bagno, sorridente.
“Scusa Alvise, ma come fai senza bidè?”
“Beh, c’è il lavandino,” le rispondo pacifico.
Lei strabuzza gli occhi.
“Claudia, non è poi così difficile. Basta che…”
“No! Alt! Alt! Ferma tutto. Non voglio saperlo. Non dirmi niente. Mi ci sono appena rinfrescata la faccia!”
“Ma guarda che c’è anche la doccia, ed è pure calda!”
“Sì, lo so stupidino. Ti stavo prendendo in giro,” mi dice afferrandomi il mento. Poi si avvicina dandomi un bacio sulle labbra.
Arretra due passi, quasi inciampando nello scatolone plastificato ricolmo di libri. Lo osserva:
“Perché non fai come in quella libreria?”
“Quella dell’acqua alta?”
“Sì, usano barchette o vasche da bagno per tenerci i libri… col tappo ovviamente. Una di quelle piccoline ci starebbe giusta al posto dello scatolone.”
“Potrebbe essere un’idea.”
“Già, un ulteriore tocco di classe a questo bel posticino.”
“E perché non un bidè? Magari funzionante,” le suggerisco ironico.
“Che scemo!”
Poi mi accarezza il viso, premurosa, ma senza amore.
Lo so; è quel genere di premura che nasce dall’affetto per un artista dannato, incompreso, o per un amante proletario tenuto nascosto alla famiglia.
Mi guardo attorno, annuendo soddisfatto.
“Sai Claudia? Qualcosa però mi dice che ci ritornerai molto presto qui dentro.”
“Alvise. Permettimi di darti una mano, davvero.”
“E come?”
“Vuoi che senta chi è questa nuova restauratrice? Se vuoi chiedo notizie anche del nobile?”
Scuoto la testa, dubbioso.

Un aiutino non mi farebbe male. Claudia ha parecchi agganci in alto e le sue informazioni valgono oro… e tutto sommato riaverla qui, e magari rivedere quell’espressione furiosa, dolorante e lussuriosa all’unisono sopra di me…
Ma Stefano accidenti? Con che faccia lo affronto? Glielo dovrei dire. Prima però meglio sfilare le pallottole dal suo ferro… Ah sì! E c’è anche il colpo in canna, come si vede nei film…

“E ALLORA?!” mi urla Claudia fuori di sé.
“S-sì… va-va bene,” balbetto impaurito, ricordando solo adesso questo lato oscuro del suo carattere; certe lune gente!
Le done xe lunatiche recita un adagio, ma Claudia va decisamente oltre.

“Te lo sei fatto almeno un telefonino?” mi chiede seccata.
“Non… non ancora. Però dai, calmati un pochino adesso.”
“Ma come fai a lavorare senza? Me lo spieghi?!”
Va un po’ meglio, anche se non stacca le mani dai fianchi.
Mi lancio con una sciocchezza, magari la confondo.
“Venezia è piena di piccioni Claudia, e poi anche i muri hanno orecchie,” le dico mentre l’accompagno alla porta, ancora in ciabatte da piscina.
Premo il solito pulsante blu elettrico mentre sbircio la sua espressione ora fattasi più serena.
“Claudia, mi raccomando, non dire niente di noi due a Stefano. Va bene?”
“Hai fifa, vero?”
“Sì e no. Penso che prima sparerebbe a te, e senza telefono con cui rintracciarmi, non può capire dove mi trovo.”
“E come faresti a saperlo in tempo per scappare?”
“I piccioni! Non ricordi?”
“Ma va là, mato!”

Metto la testa fuori dal portone, mentre la vedo sparire nell’oscurità della calle.
Faccio per tornare al mio appartamentino quando sento la vecchia cornacchia che mi sta sopra gracchiare:
“È stato lui! È stato lui!”
Alzo la testa verso le scale.
La vecchia del piano di sopra, sta scendendo tenendosi al corrimano di marmo da una parte, mentre dall’altra facendosi sorreggere da un giovane dalla faccia apatica visto sì e no un paio di volte.
“Prego?”
“Lei… lei. Tu, tu sei uno schifoso e meriti di morire!”
“Ehi, ehi! Piano con le parole signora Amelia.”
“Signora un’ostrega! Te mi chiami dottoressa, hai capito?”
Guardo il ragazzo, alla ricerca di un minimo di comprensione, una sorta d’intesa. Ma questo rimane impassibile.
“Brutto topo di fogna, mi stavi per far venire un infarto! Hai fatto cadere qualcosa di pesante, apposta, nel sottoscala. Pensavo fosse il terremoto o un attentato…”
“Un attentato?!” Fingo di cadere dalle nuvole abbozzando un sorriso ebete, ma il ragazzo continua a fissarmi serio.

Non mi piace, ha del viscido. Il classico figlio di papà border-line che prima o poi ti ammazza qualcuno. Magari la fidanzata che lo respinge, un erede… o magari un vicino!
Dopo il delitto, una nonnina come la vecchia, gli paga gli avvocati, e in tre anni incontri il rampollo seduto a un caffè in Piazza San Marco, mentre se la ride con i suoi amichetti, idioti come lui.

L’anziana, ora si stacca dal ragazzo scendendo due scalini, agitata e collerica. Poi indica la scala in basso.
“Guardi! Ha aperto una crepa! Gliela metteremo in conto. Ma visto che non può pagare, finalmente riusciremo a cacciarla. Lei non merita di stare qui tra noi!”
“Sa che le dico, signora, dottoressa, e vecchia megera? Le dico che da qui, voi non mi cacciate, perché anch’io mi so servire dei vostri mezzucci legali da azzeccagarbugli, quanto e forse anche meglio di voi!”
Poi mi rivolgo al giovane, in un ultimo estremo tentativo di trovare un minimo di comprensione:
“La signora, se vuole l’ascensore, se lo deve pagare lei! Questo non è un condominio di terraferma a dieci piani. Ha solo due rampe di scale da fare, ed ora mi pare, anche un giovane prestante pronto a servirla acca ventiquattro. E il pavimento alla veneziana, è normale che faccia le crepe, perché rifarlo? Sbaglio?”
Il viscido scende due scalini con fare minaccioso:
“Non permetterti più di parlare a nonna in questo modo. Capito?”
La sua voce è stranissima, come se un uomo e una donna parlassero all’unisono, tanto da conferire un che di lugubre alle sue minacce.
Ma se volevano farmi scaldare, ci stanno riuscendo benissimo.
In preda alla collera salgo due gradini fin quasi a sfiorarci col viso.
“Perché? Altrimenti che succede?” gli becero in faccia.

Il giovane spalanca gli occhi, poi rigira le sclere giusto un attimo per mostrarmi le venuzze pulsanti sul chiaro d’uovo sodo. Ma che schifo!
In due secondi il suo viso è sbiancato.
Lo so, sta per colpirmi. Il suo istinto gli sta facendo confluire tutto il sangue nei muscoli.
Ma con mio stupore, l’anziana inizia a schiaffeggiarlo forte, fortissimo. Prima sulla nuca e poi sul viso.
Un rivolo di sangue inizia a uscirgli dal naso ma lui non smette di fissarmi furioso, come se le percosse lo stessero caricando sempre di più, in vista dell’imminente combattimento.
Ma la vecchina aggrappata al corrimano, continua a colpirlo con la mano libera, ora in pieno volto e sulla bocca a man rovescia.
Dal labbro superiore, già gonfio di ematomi, esplode un fiotto che mi schizza il viso.
D’istinto vi passo sopra la mano per pulirmi, e l’osservo. È imbrattata del suo sangue.
Arretro, scendendo gli scalini incredulo e sconvolto.
La vecchia si ferma, con la mano dolorante, fulminandomi con lo sguardo:
“È contento adesso?!” mi urla, accusandomi.
“Io… io, non so che…”
Poi, timidamente, si rivolge al ragazzo accarezzandogli il viso tumefatto con la mano tremante. Lui le appoggia la testa sulla spalla.

Santo cielo! Non so che fare. Abbasso lo sguardo.
Schizzi di sangue ovunque segnano la candida pietra d’Istria, persino sulle pareti.
“Andiamo tesoro. Torniamo a casa che nonna ti prepara una buona cioccolata calda.”
I due risalgono lentamente, senza badare al sottoscritto.
Io ne approfitto per fuggire, ciabattando dentro al mio rifugio.

***

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