Aqua Alta Vol. II – Sindrome di Venezia

Preludio e capitoli dall’I al X.

*****

Preludio

Oblio  ̶  Il sonno del cristallo

Se non l’avessi visto con i miei occhi, non avrei mai potuto credere che i veneziani potessero costruire colossi simili in mezzo al Mediterraneo, così lontani.

Le mura di pietra bianca e mattoni in cotto, alte e possenti, si immergono nel mare. Ogni tanto la loro mole viene alleggerita da dei portali, dove prevale la struttura veneziana, col suo arco gotico dal sapore medio-orientale.
In prossimità della battigia le muraglie si aprono a formare quello che potrebbe essere un campo veneziano, una piazza.
I tre lati sono murati, mentre il quarto, inesistente, è come se si aprisse sul mare.
Da sempre abituato soltanto alle barene fangose della laguna e all’acqua torbida da cui sono lambite, mi sembra di vivere un sogno nel vedere i flutti cristallini frangersi contro la pietra grigia sottostante, luccicante e untuosa come fosse viva.

Mentre la mia compagna segue il percorso, ammirata, mi soffermo per un attimo a contemplare tutto questo.
Due passi incerti sulla roccia scivolosa, e poi ben saldo sopra allo scoglio più alto, volgo lo sguardo al cielo blu cobalto, questo sì riconducibile a certi panorami da cartolina visti in laguna.
Inspiro a pieni polmoni, riempendomi dei sapori del mare, anche i più intimi, trascinati in superficie per miglia e miglia, trasportati sulla costa e poi trasformati in aerosol come fosse un’offerta ma anche un pretesto per poterci dire:
”sentite quanto è buono questo mare? perché lo state uccidendo?”

Ma il pensiero mi infastidisce un pochino, non ne capisco il motivo, come quando ci viene in mente una cosa seccante che dobbiamo fare, ormai non più procrastinabile.

Salto giù dallo scoglio e torno all’interno della fortezza castello.
Man mano che mi avvicino al gruppetto in visita, tra cui lei, sento il cuore pulsare sempre più forte, e le strane contrazioni al livello dello sterno, provate dal primo memento in cui l’ho vista, farsi più intense.
Mi dà un’occhiatina di traverso, fugace, una sbirciatina ecco!
Scuoto la testa, ripensando, che forse prima, l’averla definita la mia compagna ha più a che fare con l’illusione che con la realtà. Ma le emozioni che provo sembrano non darmi modo di riflettere lucidamente nell’accettare questa eventualità.

Il suo nome è Morena ed è una delle donne più belle che io abbia mai visto.
Veste sempre elegante e porta i tacchi, ma senza difficoltà, senza alcuna sofferenza… e questo è sexy. Non è alta come le modelle americane ma la sua figura le dà un aspetto molto slanciato, forse per le spalle dritte, il collo lungo e il capo minuto.
Il suo visino è raggiante, solare, lo sguardo mediterraneo è intenso, fin troppo nel mio caso.
Fa l’attrice e da quel che ho capito è anche molto famosa.
Non ho compreso se ora è qui, tra noi comuni mortali, per godersi una pausa rilassante lontana dai riflettori… ma a me di questo non interessa nulla, a me importa solo il fatto che quando mi avvicino a lei mi sento come se fuoriuscissi dal mio corpo per l’euforia.

La rivedo sul piano superiore del castello mentre segue il gruppetto di quattro turisti ora entrati in un salone.
Altra sbirciatina, con sorriso, mentre si scosta dalla finestra lasciando scivolare la tenda.
Muove il fondo schiena in modo sensuale, quasi volesse ammiccarmi invitandomi a seguirla.
Ma tontolone quale sono, rimango imbambolato ad osservala mentre esce.
Poi volgo lo sguardo alla stanza.

Non serve un esperto antiquario per capire che l’arredamento non è altro che un maldestro tentativo di ricreare un ambiente medioevale.
Le armature dei cavalieri sono troppo lucenti, mentre le armi, solo ad osservarle, si capisce benissimo che sono dei plasticoni. Non parliamo degli arazzi e dei dipinti, sicuramente delle stampe imbrattate di vernice invecchiante.
Passo il mio sguardo indagatore di fine conoscitore dell’arte sulla stanza, quasi disgustato dalla presa in giro messa in opera.
Malinconico e rattristito, appesantito dall’ipocrisia di questa evidenza, ho un sobbalzo appena l’occhio si posa sulla finestra dove un attimo prima, Morena, la dea, ha osservato fuori.
Speranza e ottimismo mi riempiono di nuova energia.
Mi avvicino alle tende, mosso dall’irrefrenabile desiderio di poter vedere le stesse cose che ha visto lei qualche istante fa.
Poi corro fuori, cercandola tra le altre stanze, ma sono tutte vuote.
Rifaccio le scale scendendole di corsa, aggrappato ai corrimano. Salto gli ultimi cinque scalini.
Silenzio… solo il mio respiro, ansimante.
Ad un tratto qualcuno mi afferra per una spalla facendomi voltare di scatto. Annuisce di seguirlo.
È uno dei turisti del gruppetto. Il simpatico austriaco dal pizzo folto e i capelli grigi sparati in aria; l’esatta copia di Konrad Lorenz, il padre dell’etologia, la scienza che studia il comportamento animale, per i più; il papà delle anatre.
Sta per sparire all’interno di un corridoio che via-via si fa sempre più stretto.
Sono costretto a piegare la testa di lato per seguirlo.
Ma il corridoio, che ora assomiglia più a un sottopasso urbano poco curato, si sta anche schiacciando!
Ormai messo a carponi per starci dentro, vedo sparire l’anziano turista, lontano, nel riquadro luminoso che probabilmente rappresenta la fine del varco.
Affaticato e ansimante, affamato di ossigeno, cerco di coprire gli occhi col palmo della mano. Accecato dalla luce, gattono come posso su una sola mano per qualche metro finché non mi trovo bloccato.
Sono incastrato, non posso più muovermi!

Incredulo, mi chiedo come sia possibile che solo io non riesca a passare.
L’angoscia prende il sopravvento, poi un senso di nausea.
Di nuovo un stretta alla spalla, mi fa girare la testa di scatto…

Mi ritrovo davanti alla finestra, da cui aveva guardato Morena. Questa volta scosto la tenda.
Non si vede niente, solo un muro di mattoni rossi. L’apertura è completamente murata!

L’uomo che ora mi trattiene per il braccio è un signore di quarant’anni, ben vestito, indossa un impermeabile beige come i commissari dei film.

Sto per chiedergli chi è, se ci conosciamo; nel profondo sento di averlo conosciuto da qualche parte, forse in sogno.
Ma nel contempo entra correndo nella stanza una ragazza nuda, un po’ più giovane di lui, che si mette ad urlare frasi sconclusionate e poi ride. Ride sguaiatamente.
Il signore, visibilmente preoccupato, molla la presa dal mio braccio, rincorre la ragazza che non smette di ridere ed urlare.
Dopo due giri attorno alla stanza, correndo zoppa come una bestia impaurita e ferita, sale a carponi su un tavolino di legno tondo, si mette in piedi mantenendo a fatica l’equilibrio.
Piega male una caviglia, forse una storta. Perde anche una scarpa, l’unica cosa che indossa; una décolleté rossa dal tacco alto.
Sta per cadere, ma il tizio con l’impermeabile l’afferra al volo.
Lei lo fissa senza senza parlare e lo bacia felice, poi passionale, poi morbosa e furiosa. Si stacca. Gli molla un ceffone, si divincola, cade a terra dalle sue braccia e mentre arretra lo ricopre degli insulti più brutti e cattivi che si possano indirizzare ad un uomo.
Si rialza con un guizzo da ginnasta e scappa via, giù per le scale.
Osservo la scena sbalordito, incredulo, finché nella mia testa confusa si fa strada un pensiero; io, questi li conosco?
Passa qualche istante e li rincorro, arrabbiato con me stesso di non averli inseguiti subito.
Scendo le scale mentre sento la bella matta ridere e strillare, imbocco di nuovo il corridoio. Eccoli là!
Ma questo non è lo stesso di prima, è foderato di un vecchio e logoro tessuto scozzese, che a tratti lascia intravedere i mattoni rossi delle pareti attraverso gli squarci.
Rincorro i due con affanno, non accorgendomi che i muri ora sono di un grigio cemento freddo e mi stanno per schiacciare.
Il corridoio è di nuovo divenuto un tunnel, un sozzo sottopasso metropolitano, e si è talmente rimpicciolito d’avermi stretto come in una morsa.
Osservo i due, lontani, ormai diventati delle piccole e informi macchie nere che si sciolgono nell’abbacinante luce bianca del riquadro in fondo.
Chiudo gli occhi, impaurito e disorientato, meditando che per un attimo, mentre i due corpi divenivano luce, mi pare d’aver udito un nome: Alvise. Nome che conosco da un tempo indefinibile, ma non come mio.

I

Da qualche giorno alloggio in una camera al terzo piano di una piccola e modesta pensione. Talmente modesta che i pietosi mobili rigonfi dall’umidità lagunare in alcuni tratti aprono le lamine, lasciando intravedere l’impasto di segatura.
Sanno di stantio e con il loro fetore riescono a contaminare tutto il piccolo ambiente che in alcuni momenti della notte ti sveglia d’improvviso, lasciandoti senz’aria.

Ed è in quell’istante con la mente sgombra da pensieri, che ricompare l’immagine dei due cadaveri, nipote e nonnina stesi sul pavimento, mentre i rivoli del loro sangue rappreso, mescolati all’acqua di mare, scivolano giù nello scarico.
L’immagine è forte, e colpisce ancora a distanza di mesi in modo deciso sui sensi; l’odore del sangue, il sapore metallico dell’acqua degli scarichi rimastomi in bocca, il ribrezzo alla vista delle arterie recise, il cuoio capelluto dell’anziana insanguinato e strappato.
Poi, come consigliatomi, penso anche che, diversamente, sarei stato io al posto loro, e che magari dovrei essere più grato verso chi mi ha salvato la vita.

L’unica finestra della camera, dà giusta sul camino d’acciaio della cucina di un albergo che, a quanto sembra, frigge pesce con olio esausto giorno e notte, senza sosta.
Non rimane che il piccolo condizionatore appeso al muro, azionato sempre al massimo contro la mia volontà, nonostante le mie sommesse proteste rivolte al robusto e scontroso receptionist.

Ma non avevo scelta, non immaginavo che sarebbe stato così difficile rimetter piede nel mio appartamento sott’acqua dopo quanto accaduto.

Ci ho provato per un pomeriggio intero, trascorso muovendomi irrequieto dal bagno al cucinino per farmi i numerosi caffè.
Poi a guardar fuori dalla finestra, quella che va sott’acqua con la marea, come in un sommergibile.

Era lì dove mi mettevo giornate intere a leggere i miei libri preferiti, scritti da anime geniali ma sovente dannate, senza pace, amanti di Venezia, ma che, diciamolo pure, nell’intimo forse anelavano di trovarvi il trapasso.

II

Alzo gli occhi dallo smartphone appoggiato sul parapetto di marmo.
Levo i gomiti indolenziti raddrizzandomi, e incrociando le braccia osservo dal piccolo ponte il rio stretto tra i palazzi quasi a soffocarlo.
Lo percorro in lungo con lo sguardo, sorvolandolo come un gabbiano.
Al termine del dipinto naturale, la prospettiva anziché chiudersi si apre su di un tratto del Canal Grande verde acceso, illuminato dal primo sole del mattino. Che magia…

Certe volte, specie se sono di buon umore, penso che valga la pena di vivere anche solo per questo.

Afferro il telefono e lo rimetto nel borsello di pelle.

Tempo per un caffè e poi dovrò incontrarmi con Stefano, l’amico ispettore con cui spesso collaboro in vicende illecite o poco chiare legate al mondo dell’arte.

***

Alle otto precise, puntuale, sono davanti al luogo stabilito per l’incontro; un edificio sacro.

“Hai mal di collo Alvise?”
“Perché?”
“Vedo che te lo stai massaggiando continuamente.”
“Non le sfugge proprio niente ispettore.”
“Letto scomodo? Ah! A proposito… com’è la pensioncina che ti ho consigliato?”
“Lascia stare va’”
“Allora è il cuscino troppo morbido?”
“Magari fosse il letto. Di notte non si respira, e se accendi l’aria condizionata va sempre al massimo. Forse è per questo che ho il torcicollo. Prima sudo e poi mi ghiaccio, poi sudo ancora… ciclicamente.”
“Ma caspita! Ormai l’estate è finita. Perché non apri una finestra?” Poi, dubbioso: “Beh, spero che almeno ce ne sia una.”
“Scarichi di cucina proprio sotto.”
Stefano sorride:
“Ostrega, che iattura che sei Alvise!”
Mi afferra per le spalle guardandomi in viso, ma non proprio negli occhi.
“Ascolta. Levarsi dalla testa una scena del crimine non è mica roba facile, specie se accaduta nella tua casa, nel tuo posto sicuro. Penso che sia paragonabile a subire una violenza, una molestia sessuale, serve tempo e aiuto, capisci cosa intendo?”
Annuisco: “Dammi qualche giorno e step by step, come dicono gli americani, supero la cosa e torno a dormire a casa mia.”
Stefano molla la presa dandomi un pugnetto sulla spalla.
“Perché non provi a parlarne a qualcuno?”
“Intendi con uno psicologo?”
“No, mica è detto. Magari a un prete o a una maga, anche a quell’eremita sperso per la laguna se ti fa stare meglio.”
“Dai, tranquillo Stefano. Tanto sai che il mio tugurio non lo mollo.”
“E ti credo, ti è quasi costato la pellaccia.”
Lo guardo storto scuotendo la testa: “Ma va en mo…” ma lascio cadere l’improperio ”venetissimo”.
Stefano si fa serio:
“Dai! Lavoriamo.”

Ci incamminiamo, ma subito mi ferma stringendomi nuovamente la spalla.
“Mi dispiace molto per…”
“Nipote! Mia nipote.”
“Scusami, non volevo mancare di tatto. Se posso fare qualcosa, almeno per quello che potrebbe rientrare nelle mie competenze…”
“Stefano! È solo una brutta storia di droga e adolescenti. Per fortuna di mia madre, è successo fin che c’ero anch’io, probabilmente avrebbe perso la testa trovandola in vasca da bagno incosciente… nel suo vomito.”
Sbuffo alzando le mani:
“Tranquillo, non parliamone più.”

Stefano sembra incassare il colpo, del resto, non so proprio come potrebbe essermi d’aiuto in questa circostanza.

L’ispettore pigia sul telefono estratto da una tasca interna della giacca, forse per levare la suoneria. Levo anche il mio dal borsello di pelle e lo imito.

“Prima di entrare, che mi dici Alvise?”
“Devo vedere la scena Stefano. Due chiacchiere al telefono e una frettolosa ricerca su internet non è che mi siano state di grande aiuto.”
“Come vuoi.”

Due Carabinieri si spostano dall’entrata accennando un saluto. Stefano contraccambia con una sorta di saluto militare spentosi a metà, svogliato.

La costruzione è quel che rimane di una delle tante chiese sparse per la città, cancellate dalle soppressioni napoleoniche, convertite ad altri usi, alla fine poi chiuse o sconsacrate.

Stesi sul pavimento i corpi di due giovani, probabilmente amanti, visto che si tengono ancora per mano.
Ci giro attorno, cercando di evitare d’andare a sbattere contro il fotografo che con una reflex digitale immortala la scena da più angolazioni.
Il personaggio è piccolino e stempiato, ma ricciolino e nero corvino nella parte rimasta giovane. Sicuramente tinto, visto che il pizzo a barbetta presenta zone grige abbastanza estese.
Si muove a zig-zag, saltellando, ma senza mai uscire dal raggio di due metri di quel cerchio immaginario che ha per centro le due mani degli amanti che ancora si stringono.

Stefano m’ammicca con un cenno del capo in direzione del fotografo. Parla a bassa voce:
“Nuovo acquisto della squadra.”
Annuisco: “Zelante.”
“Fin troppo.”
Mi avvicino sussurrandogli nell’orecchio:
“Che diamine! Sembra stia facendo un servizio fotografico per Vogue!”
Stefano scoppia a ridere. Il fotografo si gira, mentre uno dei Carabinieri mette piede dentro con un’espressione confusa.
L’amico ispettore alza la mano:
“Scusate.”
Poi, fintanto che il virtuoso dello scatto torna al suo lavoro e il Carabiniere esce, mi sibila a denti stretti:
“Ma guarda che figure mi fai fare!”
Lo squadro, poi faccio spallucce consapevole che esagera.
“Ci sono due cadaveri qui di fronte a noi Alvise!”
Controbatto cinicamente:
“C’erano anche a casa mia, giusto?”
Stefano scuote la testa contrariato:
“Ti basta? O vuoi rimanere ancora?”
Sovrappongo il labbro inferiore sull’altro annuendo, mi guardo attorno per qualche secondo e mi avvio alla porta.

Ci infiliamo lungo la vicina calle, stretta e scura.
Stefano abbassa la testa, poi d’improvviso si guarda attorno per accertarsi di essere soli.

“Questa faccenda ci crollerà addosso Alvise!”
“In che senso?”
Si blocca, fissandomi:
“Certo che ti eri proprio isolato da tua madre in terraferma.”
Faccio spallucce di nuovo:
“Profondo Veneto.”
Stefano sorride, poi subito serio, quasi spettrale.
“Siamo a dodici, e sta finendo l’estate, con le prime nebbie sicuramente aumenteranno.”
“Non ti seguo amico.”
“Ci salteranno addosso, i media… anche questa ci mancava!”
“Ma chi Stefano?! Cosa? Non capisco?”
“Vieni! Mangiamo un boccone.”

Lo so, dovrei insistere ed incalzare Stefano all’istante, lesinarmi le informazioni su ogni caso sembra una sua prerogativa, forse lo fa pure apposta, per divertirsi, ma devo ammettere che un pochino la cosa mi stuzzica e mi eccita, per questo glielo lascio fare… una sorta di ”preliminari” a quello che accadrà.

Infiliamo un’altra calle, poi subito a destra lungo una più stretta, che forse persino io non ho mai percorso.
Sopra le nostre teste tante lenzuola messe ad asciugare, tute da lavoro in blu jeans, e altre di un bel arancione fluorescente.

Ho capito! Ma certamente; Stefano mi sta portando al suo posto segreto, una specie di casa sicura dove poter rifugiarsi quando le cose si mettono male.

Mentre ero da mia madre, isolato nel profondo Veneto, di tanto in tanto guardavo la televisione; in alcuni film la protagonista, un’eroina dello spionaggio, dopo aver ucciso molti cattivi finiva nei guai, e allora si rifugiava in una casa sicura…

III

“Arrivati!”
Mi guardo attorno. Anche qui panni stesi sopra le nostre teste a contribuire a render ancor più scura la stretta calle. Cerco un nome sul campanello d’ottone a forma di capasanta, invano. Poi annuisco in modo complice verso l’amico, bisbigliando:
“È la tua casa sicura, vero?”
Stefano mi osserva, perplesso. Aggiungo, sempre sottovoce: “Una delle tante, immagino.”
Ride. Scuote la testa incredulo.
“Sei proprio matto Alvise.”

Stefano dà tre colpi con le nocche.
Ci apre una una vecchina dai capelli grigi raccolti a cipolla. Bassa e robusta, dai modi gentili e sorridente.
Mi mette subito a mio agio, con uno sguardo che trasmette simpatia.
Stefano la bacia su una guancia.
“Ci prepari qualcosa zia?”
“Ma certo tesoro.”
“Scusami se non ti ho avvisato per tempo.”
“Per me è sempre un piacere Stefano.”
Lo accarezza sul collo e si sposta per farci entrare.
Mentre scende lo scalino d’ingresso, l’occhio mi cade sulle caviglie, stranamente fini e ben delineate. Esattamente l’opposto di quello che ci si dovrebbe aspettare da un’amabile vecchina leggermente sovrappeso.

L’interno è malamente illuminato da delle lampade poste a terra.
Il pavimento alla veneziana, anche di un certo pregio, stride con l’arredamento del secolo scorso, una specie di art déco inficiato da alcuni elementi kitsch, come il telefono di porcellana a motivo floreale, la grotta luminosa di una Madonnina fatta con le conchiglie, centrini messi ovunque.
Immancabile anche la lampada anni ’70 con le bolle rosse che si muovono lentamente su e giù.
E che dire dell’Arena di Verona di finto avorio bruciacchiata dai mozziconi? O dell’enorme mosca di ottone con funzione di posacenere posta sopra la televisione da pavimento?

Ci accomodiamo ad una tavola ovale, già apparecchiata per due.
Stefano va verso il lavello a lavarsi le mani, mentre io mi guardo attorno imbarazzato.

Vorrei approfittarne anch’io, ma mi fa un che lavare le mani in una cucina, specie dopo aver appena visto due cadaveri.

La vecchina che arriva con dei piatti vuoti coglie al volo il mio stato d’animo e mentre li sistema sul tavolo comincia a parlarmi in modo affabile.
“Lo scusi tanto sa. Non ci ha nemmeno presentati. A volte so che corro il rischio di passare per maleducata… ma sa, col lavoro di Stefano io non chiedo mai nulla, senza il suo permesso intendo.”
Accenno ad alzarmi in forma d’educazione:
“Il mio nome è Alvise, Alvise Da Mosto.”
“Ah sì, certamente! Mi pareva… la conosco, cioè…” si gira verso Stefano imbarazzata, poi fa spallucce rivolgendosi a me:
“Mi ha detto del suo lavoro, intendo, che lei è un grande esperto di opere d’arte veneziane… giusto?”
“Sì, modestamente, direi abbastanza.”
“Fa da consulente quindi?”
“Quelle poche volte che mi chiamano, volentieri,” rispondo imbarazzato.
“Non si sconforti. Sono sicura che adesso avranno parecchio bisogn-”

“Beh! Che state confabulando voi due?”, ci interrompe Stefano venendo verso di noi mentre lancia lo straccio dei piatti sul lavello.

“Si parlava del più e del meno Stefano. A tal proposito mi chiedevo se il tuo consulente qui, avesse origini blasonate.”
Poi, la zia, o almeno, quella che Stefano chiama zia si gira verso di me.
“Lo sa Alvise che un veneziano suo omonimo ha fatto grandi cose, ed ha avuto una vita molto avventurosa?”
“Ma dai zia!” esclama ad alta voce Stefano:
“Ma che domande sono?” Sbuffa forte:
“Certo che lo sa! Dai su, vacci a preparare qualcosa.”

I due si guardano in cagnesco per alcuni secondi, quasi a volersi sfidare.
L’atmosfera tesa che si sta facendo loro attorno, potrebbe essere affettata con uno dei coltelli sulla tavola.

Imbarazzato dalla scena, apro la bocca facendo fuoriuscire un sommesso:
“Dai Stefano… sapeva solo che me ne intendo di arte, mica di storia.”

L’amico si gira, stavolta fissando me, molto serio.

Ecco l’ispettore! Beccato in pieno.
Dovresti vederti allo specchio in questo momento. Le sembianze del tuo viso tradiscono tutto ciò che sei veramente.
Un mosaico, anzi, un puzzle di uomo cortese, amante tradito dall’amore, rigido investigatore, forse manipolatore e magari corrotto ̶̵̶̵̶ a fin di bene, s’intende ̶̵̶̵̶ l’uomo che conosce le tele del mondo sommerso dell’arte, e magari di qualcuna ne tesse la trama, l’uomo che sopra di esse si muove abilmente per soddisfare le richieste del potente di turno… ma certo: il servizio segreto dei beni artistici. Ecco cosa sei.

Mi rendo conto che forse trapela qualcosa di questo mio flusso di pensiero, perché Stefano, l’ispettore ed amico, mio unico amico, (me ne stavo per dimenticare), inizia a sorridermi.

“Se devi lavarti le mani puoi farlo al lavello della cucina senza problemi Alvise.”
Mi alzo dal tavolo, faccio per seguire la zia, (forse un agente in pensione), ma poi mi giro:

“Stefano!”
“Dimmi Alvise? Dimmi che c’è che ti tormenta?”
“La vescica.”
“Allora su di sopra amico.”
Ride.

IV

“Che ne pensi zia?”
“Un personaggio… Mm…” la zia si gira per accertarsi d’essere soli.
“Stacci attento, è molto perspicace.” Fa spallucce: “Ma tu senz’altro lo conoscerai molto bene. Sbaglio?”
Dopo aver buttato la cipolla per il soffritto si volta verso Stefano:
“Avete mai fatto la profilazione?”
“Intendi costruito un identikit psicologico? Ma che vai pensando?”
L’anziana fa di nuovo spallucce mentre mescola la cipolla che frigge.
“Non deve essere per forza una profilazione criminale.”
“Sì, ho capito. Ma ti assicuro che Alvise ragiona fuori da ogni schema, sarebbe inutile.”
“Mi sembrava una buona idea. Tanto ormai le fanno persino nei talk-show in TV, tra l’altro su sospettati nemmeno giudicati.”
“Zia! Alvise è una creatura che non bisogna sconquassare troppo. Non sembra, ma è molto sensibile e secondo me è proprio questo a conferirgli una certa capacità di… di fiutare l’inganno.”
“Annusa il torbido dici?”
“Sì, come le anguille elettriche che cacciano di notte nel fango. Deve avere un sesto senso, intendo fisiologico, perché altrimenti si sconfinerebbe nel paranormale. Ti racconto questa…”
“Aspetta. Metto i pomodori e poi ci sediamo.”

La zia mescola di nuovo la cipolla dorata, poi aggiunge rapidamente dei succosi pomodori.
Si alza una paurosa nuvola di fuoco e vapore, che va prontamente ad estinguere con un intero bicchiere di vino, come se nulla fosse accaduto.

“Sediamoci ispettore.”

Stefano si versa mezzo bicchiere di Cabernet che poi allunga con dell’acqua frizzante. Ne beve un sorso.

“Hai saputo dell’ultima che ha passato vero?”
“Eccome no? Ne hanno parlato parecchio.”
“Beh, è strano. Sembra averla presa bene.”
“Ottimo. Prima si dimenticano certe esperienze meglio è.”
“Sì, è vero. Ma non mi convince, è come se avesse accettato la cosa passivamente, senza combattere per affrontarla… mi capisci?”
“Temi che possa scoppiare?”
“Non lo so. Semplicemente non ne parla, ma quello che mi preoccupa è quella specie di aurea di morte che si porta sempre appresso. E da quando è tornato, la percepisco ancora più forte.”

La zia si stira la schiena allungandosi sulla sedia:
“Ah… ora ti capisco furbetto,” sorride ammiccante, “te ne vuoi servire per i casi di suicidio, vero?”
“Sì… beh, in un certo senso…”
“Non t’imbarazzare Stefano, lo capisco, e fai bene. E poi, a pensarci, da quanto ne so io, sono comunque in qualche modo collegati alla bellezza dell’arte.”
“Già.”
“Ecco perché ci sei dentro anche te.”
“Già.”
“Ma che volevi dirmi su Alvise di tanto speciale?”
“Ma, per dirti, tempo fa mi ha fatto uno strano discorso.”
“Strano?”
“Per fartela breve, sosteneva che Venezia emana determinate onde che vanno a influenzare la psiche, intendo il nostro stato d’animo.”
“E quindi?”
“Alvise mi diceva che c’è una forte componente macabra e triste che appartiene alla città.”
“Interessante.”
“Le gondole ferme sotto la neve, i palazzi storti, i campanili che sembrano crollare, le calli vuote. Le facciate delle chiese bagnate dalla nebbia. Persino nelle maschere del carnevale ci scovava una certa malinconia. Non parliamo poi di tutta la letteratura che affronta o comunque accenna a questa cosa. Considera che lui ne è avido, o forse schiavo. ”
“E perché siamo invasi da turisti allora?”
“Perché aldilà della bellezza, molti la vogliono, la cercano. Lascia stare il disinteressato, o chi non ha tempo per godersela, ma ti assicuro che questo strano sentimento malinconico ha una forte attrattiva.”
“Il sugo!” La zia corre ai fornelli, spegne e mescola. Poi si gira:
“E le campane che suonano a festa? i bambini che giocano a pallone nei campi? l’allegro vociare veneziano per i mercati della città? I teatri, i concerti…”
“Ma certo zia. Chi lo nega. Io adoro Venezia e sono felice di esserci, però concedimi che questa strana sensazione che alcuni sentono più di altri è innegabile che sia diffusa un po’ ovunque.”
“Cercano la morte dici?”
“Mm… qualcuno può darsi. Diciamo che la vogliono fiutare. Ma dodici in pochi mesi sono troppi. Quella di stamattina era una coppia inglese…”
“Profilo?”
Stefano scuote la testa, poi sorride.
“Trentenni, colti e molto benestanti. Lui lavorava in una banca della City, dirigente, mentre lei appena fuori in campagna per un albergo di prestigio. Niente debiti e a quanto pare nemmeno scheletri nell’armadio… né amanti. Si tenevano ancora per mano.”
“Pazzesco. E Alvise che ne pen-”
Stefano afferra la zia per il gomito:
“Santo cielo! Alvise! Ce ne siamo dimenticati! Ma che sta combinando su di sopra?!”

V

Fatte le due brevi rampe di scale, mi ritrovo su un pianerottolo, unica presenza una grande pianta di ficus. Tasto la foglia; è finta. Visto il portavaso kitsch a forma di scarpone alpino, beh, me l’aspettavo.

Due porte. Apro quella di fronte. Accendo la luce, l’interruttore è esterno come si conviene nelle case vecchie.
No, niente tazza wc. Solo vestiti ammucchiati sopra ad un baule di cartone verniciato e oggetti di tutti i tipi. Sembra quasi il deposito di uno di quelli che fanno i mercatini dell’usato.

Chiudo, spengo e apro l’altra porta. Va meglio. C’è una camera da letto molto grande, dev’essere la padronale, (l’avevo sentito dire da un agente immobiliare).
Una porta-vetri retroilluminata sulla sinistra e una porta in legno sull’altra parete. Sicuramente il bagno si trova dietro la porta-vetri.
Attraverso la camera in penombra e vado in bagno.

Che caos!
Borse strabordanti di bigodini, lacche, asciugamani stropicciati a terra, scatole vuote di accessori per l’igiene personale. Tre asciugacapelli con diversi accessori, due infilati nei porta asciugamani e uno addirittura abbandonato dentro al lavandino con la spina ancora inserita nella corrente.
Il water, a cui rivolgo subito la mia attenzione, è foderato di tessuto rosa in pendant coi tappeti.
Alzo il coperchio e mi siedo. Non vorrei lasciare tracce in un bagno evidentemente ad uso esclusivamente femminile.

Premo con forza il pulsante di ferro dello sciacquone, talmente duro da causarmi una fitta sotto l’unghia del pollice.
Sposto il phon, e do una inumidita alle dita sotto il rubinetto. Poi le asciugo su uno degli asciugamani buttati sul bordo della piccola vasca da bagno.

Attraverso il vetro smerigliato, noto del movimento ritmico, come se qualcuno stesse ballando.
Socchiudo la porta e osservo incuriosito, visto che non si sente alcuna musica.

In piedi, sopra al letto matrimoniale, una ragazzina in bikini bianco sta facendo la lap-dance!
Statura media, magra ma con i muscoli ben segnati sopratutto sulle spalle e nella zona dorsale.
Per palo, si serve di uno dei tubi esterni che portano l’acqua ai vecchi termosifoni di ghisa.

Apro la porta, un po’ imbarazzato. Do un colpo di tosse per farmi notare, ma la ragazzina ricciolona continua il suo sfrenato balletto. La musica che esce dalle cuffie è talmente alta da poterla udire fin qui.

Che imbarazzo; se mi vede camminare fuori gattoni magari mi pensa un maniaco e gli prende un colpo.
Faccio due passi, poi l’idea. Mi avvicino ad un interruttore e provo ad azionarlo.
Non succede nulla; la ricciolona mora continua la sua performance rivolta verso la parete, ancheggiando e chinandosi ripetutamente, probabilmente rivolta verso un pubblico immaginario la sta idolatrando.
Per un attimo si aggrappa al tubo con tutto il suo peso. Fa due passi sul muro, come Batman e Robin nei vecchi telefilm, e poi ridiscende. Non so quanto potrà resistere ancora quel vecchio tubo di piombo.

Scorgo un altro interruttore. D’istinto do un paio di colpi, e stavolta finalmente la luce va e viene due volte.
La ragazzina si ferma, poi si volta e mentre mi fissa leva l’auricolare di destra.
“Sì?”

Non è per nulla spaventata o in imbarazzo, anzi, sembra voglia dominare la scena.
La guardo meglio finché ho un mancamento:
“Ma… ma te sei Claudia!” farfuglio inebetito.

Cerco una sedia tastando dietro con le mani, mentre barcollo sulle gambe che non mi reggono. Arriva in mio soccorso un baule, ricoperto di vestiti buttati sopra.
Mi appoggio cercando di nascondere al meglio il mio stupore.

No, non puoi essere Claudia. Le assomigli parecchio ma sei molto più giovane. E allora chi sei? Chi sei?!

La ragazzina, vedendomi imbambolato sembra quasi compiacersene, anzi, leviamo pure il quasi.

Femmine! Forse sono davvero opera del demonio.
Quando ero un ragazzino mi capitava di essere attratto da una bella signora, ma mai sarei riuscito a fissarla negli occhi come sta facendo ora questa ragazzina con me.

Salta giù dal letto, si mette una vestaglia rosa e si avvicina.
“Non si preoccupi. L’ho vista entrare in bagno, non mi sono spaventata. Lei è un amico dello zio, vero?”
Annuisco in silenzio.
“Lei è quello speciale, e che sa tutto di arte. Sa… io vorrei fare la restauratrice e magari un giorno diventare un’esperta risolvi misteri come lei.”

Mi desto un pochino:
“Ma è stato Stefano a dirti tutte queste cose?”
Sguardo sbarazzino:
“Forse…”
“Comunque piacere, io sono Alvise.” Mi faccio coraggio e le allungo la mano.
“Ed io Ambra.”
“Bel nome Ambra, complimenti.”
Ci stringiamo la mano. Poi fa una smorfia arricciando il naso:
“Il suo no. Sa un po’ di vecchio. Ma può sempre cambiarlo.”
La guardo incuriosito.
“Il cognome no. Quello va bene. Le dà un certo spessore.”
“Ah! Davvero?”
“Certamente.”
“Beh sì, in effetti, forse a Venezia. Ma alla fine siamo noi che diamo spessore al nome, anche se devo dire che un pochino forse hai ragione.”
“Un pochino?”
“Prendi Alessandro Manzoni, che impressione ti dà?”
“Una roba importante, di una certa mole.”
“Certo, perché sai chi è. Ora ripeti a te stessa Manzoni, e pensa a dei buoi, oppure a dei giovani tori grassi e castrati.”
Ambra fissa in alto, il vuoto, poi sorride.
Me ne compiaccio, ho catturato il suo interesse.
“È vero! Sa più da mandria, da stalla.”
“Visto?”
“Forte Alvise, originale. Infatti quando erano soli, ho sentito Stefano dire alla zia che sei uno speciale.”
“Soli? alla zia?”
Ambra si tappa la bocca. Poi ride:
“Che stupida.”
Rotea gli occhioni neri e mi fissa di nuovo.

Santo cielo!
Cerco di nascondere meglio che posso il mio imbarazzo; non c’è storia, in questo momento mi trovo seduto di fronte a una giovanissima Claudia, armata, precocemente, del suo sguardo acceso e stranamente magnetico.

“Vieni! A te lo posso anche dire.”
Mi prende per mano.
Mi alzo sulle gambe ancora traballanti e a passo incerto la seguo per la stanza. Sto sudando freddo… che situazione gente!
Apre l’altra porta che dà a un ripostiglio usato come armadio e scarpiera.
Lei si china, poi si mette giù con la testa in corrispondenza dove s’infilano nel pavimento gli stessi vecchi tubi visti prima.
Con la mano mi fa cenno di abbassarmi.
Mi metto a carponi anch’io e mi avvicino con l’orecchio. Si sentono delle voci.
“Li senti?”, bisbiglia, “Stanno parlando di te.”

Mi metto seduto a gambe incrociate.
“Ambra, quanti anni hai?”
“Quasi diciotto.”
“Quasi? Sicura?”
“L’anno prossimo.”
“Ho capito. Quasi diciassette allora.”
“Perché?”
“Sei una tipa sveglia, e sicuramente avrai una compagnia…” sbuffo, al diavolo; vai dritto: “con cui sballarti un pochino.”
Ambra si alza di scatto, seccata. Esce dal ripostiglio.
Me l’aspettavo, sono stato adolescente anch’io.

La seguo per la camera.
“Ambra fermati. Ti sembro un rompiscatole? Vai tranquilla.”
“Vai tranquilla? E che vuol dire?”
“Che non mi interessa se ti sei fatta qualche spinello o roba simile.”
Soffia forte su dei riccioli ribelli scivolati sul naso. Si siede in fondo al letto.
“È già qualcosa.”

Forse vuole parlare. Mi fletto sulle ginocchia di fronte a lei cercando di catturare tutta la sua attenzione.
“Ascolta Ambra. Per caso, a qualche rave in spiaggia hai mai sentito parlare di droghe nuove?”
“Hai voglia.”
“Sì, ma non roba che agita… intendo, più riflessiva, da sonno.”

In che razza di situazione mi sto ficcando? Come faccio a fare certi discorsi a una ragazzina che nemmeno conosco?

“Roba che agita? riflessiva? Ma te sei più antico di mio zio Stefano!”

L’espressione di Ambra ora è cambiata. Sembra staccata e quasi strafottente. Mi guarda sospettosa mentre leva un elastico per capelli dal polso.

Lo mette in bocca finché inizia a raccogliersi dietro alla nuca i folti riccioli mori.

“Vabbe’, scusami tanto se ti ho fatto perdere tempo.”
Mi rimetto i piedi:
“Scendo, perché si staranno preoccupando.”

Mi avvio alla porta. Afferro la maniglia.

“Cristallo di Stendhal!” esclama la ragazzina a denti stretti, ancora con l’elastico in bocca.

Mi giro riavvicinandomi a lei.
Mi siedo al suo fianco sul letto, rimanendo in silenzio per tutta l’operazione di raccolta dei capelli.

Terminata, chiude gli occhi e tira un profondo respiro, quasi si sentisse in colpa per quanto sta per dire.

So benissimo cosa sta provando in questo momento; sta per confidarsi col nemico, o meglio, con qualcuno che non appartiene al suo mondo, un grande di cui le frega poco o nulla. Una lotta interiore che potrebbe lasciarla con quella strana sensazione d’aver tradito qualcuno.

“La chiamano così, perché quando la prendi davanti a un quadro che ti piace vai fuori di testa.”
“Ah… è riferito alla sindrome di Stendhal allora. In genere è quel processo mentale che scaturisce quando una persona si emoziona particolarmente davanti ad un’opera d’arte fin quasi, come dici te, quas-”
“Ma mi credi una stupida?!”, urla.

Si alza di scatto dandomi le spalle. Si avvicina allo specchio appeso sopra al baule. Parla lentamente, osservandosi le labbra, come ne fosse incantata:
“Lo so benissimo cos’è la sindrome di Stendhal. Ci ho anche appena visto un film.”
“Allora spiegami! Sono tutto orecchie.”

Occhiata di riflesso, a tradimento, improvvisa e profonda. Maliziosa. Colpito e affondato distolgo lo sguardo.
Compiaciuta quasi sorride, poi di nuovo seria.
“Cristallo perché è una droga di sintesi, come il crack e le metanfetamine. La differenza da queste è che possono permettersela solo i ricchi, loro hanno già provato tutto. Quindi loro la cercano, come… come…”, ma si blocca, apparentemente molto imbarazzata.

Torno ad osservala attraverso lo specchio. Ora il bel visino è segnato da una tetra espressione di sofferenza. Si porta la mano sulla pancia stringendola per qualche secondo, poi corre in bagno chiudendosi dentro a chiave.

Aspetto un minuto che sembra un’eternità.
Spaventato mi alzo e batto con le nocche sul vetro smerigliato. Ma non risponde, anche se dal gioco di ombre capisco che si sta muovendo.

Odio le frasi lasciate sospese, specie se importanti, e poi sento che c’è dell’altro.
“La cercano come… Come cosa? Ambra!”
Batto ancora più forte.
“Ambra! Ambra! Rispondimi! Come cosa?! DIMMELO!!” le urlo.

Batto il pugno sulla parte di legno, con più vigore, ripetutamente.
Vedo l’ombra dietro avvicinarsi fulminea.
La serratura si sblocca quasi all’unisono con il violento spalancarsi della porta.
Ambra, bianchissima e collerica sembra fuori di sé.

“Co-ome?! Te lo dico io come! Come ultimo viaggio per lasciare questo mondo schifoso! Hai capito?”

Mi colpisce al petto con dei pugni a raffica:
“Hai capito? brutto imbecille?!”

Si richiude in bagno sbattendo così violentemente la porta da incrinarne il vetro.

Rimango sconcertato a fissare il vuoto mentre impotente e già pentito per il mio insistere, ascolto i suoi singhiozzi.
Poi mi giro, d’istinto.
Mi trovo addosso gli sguardi accusatori di Stefano e zia.
Il loro silenzio ferisce più di qualsiasi parola.

VI

“Ora finiscila di scusarti Alvise.”
“Sì, va bene, ma io sinceramente…”
“Piuttosto… buone le linguine?”
“Favolose, complimenti alla cuoca.” Mi giro verso la zia mimando un applauso.

Una grossa fetta di dolce salame, accompagnato al caffè, chiude l’ottimo pranzo casalingo. Ora posso anche sbroccare senza temere d’esser cacciato con la pancia ancora vuota.

Mi riempio un altro bicchiere del buon vino. Lo bevo tutto in una volta mentre i due mi osservano in silenzio.
“Ahh…” schiocco la lingua come i bifolchi dopo aver assaporato qualcosa di loro gradimento.
Poi batto forte le mani sul tavolo; SBAM!!
“Bene! Ora mi dite cos’è tutta ‘sta roba qui?”
I due si guardano.
“In che senso Alvise?” chiede Stefano.
“Nel senso che… ora mi dite cos’è tutta ‘sta roba qui.”
“Intende… intende il sugo delle linguine?”, suggerisce la zia timidamente.
“Ti piaceva?” aggiunge Stefano.
“Certo, squisito, però, però… ora mi dite cos’è tutta ‘sta roba qui.”
“Scusate, mi devo alzare.” La zia ci passa dietro e si avvia su per la scala, impassibile. Deve aver intuito che è arrivato il momento di lasciarci soli.

Stefano appoggia il gomito al tavolo e si accarezza il mento. Poi finalmente sembra decidersi. Afferra da sotto il tavolo una borsa di cuoio che non avevo visto, e vi estrae un plico contenente parecchi fogli, molti di questi gialli e sgualciti.
Vi batte sopra la mano:

“Okay geniaccio. Hai vinto. Da dove partiamo?”
“Dalla ragazzina su di sopra.”
“Ambra? Ti ho già detto che sei perdonato, è anche colpa mia, pensavo che fosse a scuola. E poi mi sembra ovvio che il pensiero è corso subito alla tua nipotina,” inspira profondamente: “e che vorresti sapere di Ambra? Sentiamo?”
“Allora mi alzo e me ne vado.”
Con uno scatto mi metto in piedi con l’intenzione di andarmene sul serio, ma Stefano mi blocca, trattenendomi con forza per il braccio.
China la testa, quasi mortificato.

“Come avrai capito è un’adolescente che stiamo ospitando già da un pochino. Il pacchetto è completo, nel senso che è sveglia e intelligente, e anche molto carina. Di conseguenza si ritrova amplificati tutti quei problemi, o se vuoi, quelle turbe esistenziali che affliggono ogni adolescente.”
“Questo l’ho capito. Ma perché sta male? Perché non è a scuola come gli altri adolescenti?”

Stefano si incupisce. I suoi occhi si fanno lucidi, mi sto già pentendo della domanda, o, se non altro, di averla posta in modo così freddo e meccanico.

VII

Steso a pancia in giù sul letto della mia camera d’albergo, cerco di capire cosa sta preoccupando così tanto l’amico Stefano.

Partiamo da questo faldone che sto sfogliando, attratto dal curioso titolo sulla cartella in cui stava inserito: The Venice Syndrome.
Sono i risultati dello studio di alcuni ricercatori internazionali, (il trattato è in inglese), i quali espongono la possibilità che ci sia una correlazione tra Venezia e alcuni suicidi accaduti tra le sue calli.

Tolta tutta la parte tecnica-scientifica, piuttosto complessa per i non addetti ai lavori, incentrata su una sorta di intervista ad alcuni sopravvissuti a casi di tentato suicidio, pare, pare, che sia la natura stessa della città, in molti casi, a condizionare la scelta di persone che per i motivi più disparati hanno deciso di farla finita.

Mi metto in ginocchio e afferro un altro plico, questa volta scritto in italiano.
Qui invece ci sono i nomi di disperati che non stanno più tra noi, in particolare sono raccolti in una cartellina a parte, gli ultimi dieci casi di sospetto suicidio; anzi dodici, con la coppia inglese vista stamattina.
I referti medici, penso tutti relativi al post mortem, non sono in grado di dare alcuna spiegazione all’accaduto.
Incuriosito, apro le cartelle dell’intero plico, do un’occhiata veloce alle intestazioni, ma non vi scorgo alcun riferimento su quali possano essere le cause della morte.
Ma com’è possibile?!

Mi alzo dolorante dal letto, con la schiena ghiacciata dall’aria condizionata sempre a manetta. Vado alla finestra e la apro. Mi stiracchio un pochino facendo pressione con le mani sui fianchi. Poi respiro profondamente l’aria della città oggi meno umida del solito e anche più salubre.
Strano! Al momento, sembra che i zelanti cuochi delle cucine di sotto si siano presi una pausa; meno male.

Mi appoggio coi gomiti sul davanzale, mentre osservo quel poco che si riesce di questa città meravigliosa.

È proprio vero: per quanto sia suggestivo il panorama, Venezia è stata fatta per essere vista dal basso. Mancano le facciate delle chiese, quelle dei bei palazzi. I ponti si vedono a fatica, sembra quasi un’altra città. Diciamolo, sembra una città normale.

Però dai, il panorama non è così malaccio, gli odori provenienti dalle friggitorie sotto mi hanno sempre impedito di goderne per più di qualche istante.
Acuisco la vista accorgendomi che in lontananza, si riesce persino a scorgere la sommità con l’angelo dorato del Paron; il Campanile di San Marco.

Ripenso a quanto letto sugli incartamenti. Mi accarezzo il pizzo, vorrei chiamare subito Stefano; i casi sono due: o la cosa è davvero molto strana e apparentemente priva di spiegazione oppure mi sta nascondendo delle informazioni, il che non sarebbe la prima volta.

Mi siedo sul letto, sblocco il telefono e lo chiamo, ma nell’istante che compare il numero in corso, vengo improvvisamente assalito da un mortale senso di noia e stanchezza.

“Pronto Alvise, dimmi!” riesco a sentire dallo smartphone appoggiato sulle ginocchia. Ma non ho nemmeno il fiato per rispondere, voglia di chiedere, sapere.
Tutto attorno a me si scolora e poi si incupisce.
“Alvise, ci sei?” mi chiede l’eco di una voce ormai lontana.
Come assistessi ad una scena al rallentatore, vedo la mia mano che stancamente alza il telefono per portarlo all’orecchio.
“Schius… scusami Stefano. Te ciamo dopo”, farfuglio con la lingua impastata. Spengo.

Mi colpisco la fronte col pugno.
La bestia è tornata! Sapevo che prima o poi sarebbe accaduto, era solo questione di settimane.
Il cane nero è tornato, lo sento ansimare dietro di me, proprio adesso.

Che cos’è?

Smetto di vivere!

Confuso, intontito, atterrato, afflitto, mi alzo a fatica, come dovessi compiere uno sforzo immane. Salto giù dal letto atterrando come un sacco di patate. Mi metto subito a carponi, trascinandomi verso l’armadio. Frugando tra la mia valigia mai disfatta, trovo la bottiglia di vodka, forse la mia ancora di salvezza, o semplicemente, un mortale placebo.
Ne bevo subito un sorso che trattengo in bocca, in attesa che l’alcol passi dalle mucose direttamente al cervello. Cammino gattoni fino al comodino, dove trovo il bicchiere di vetro, rubato al bar di sotto. Lo riempio quasi fino all’orlo. Lo ingurgito.
Lo riempio ancora, fino all’orlo.
Mi alzo barcollante e torno verso l’armadio, lo riapro venendo colto di sorpresa scorgendovi dentro la mia carcassa nuda.

“Santo cielo! Ero nudo?! E quanto sono brutto?!” borbotto incredulo a me stesso.
“Ed io, poveretto, che pensavo di riuscire a destare l’interesse in una sedicenne.”

Con la mano libera afferro il fianco destro e inizio a stringerlo sempre più forte. La pelle flaccida sopra lo strato adiposo inizia a farsi rossa, poi blu.
Mi metto di fianco rivolto verso lo specchio senza mollare la presa. Inizio a parlare nuovamente rivolto a me stesso, in attesa che da sotto il letto, al buio, compaiano le fauci del cane nero.

“Dai! Io ti sfido! Fammi vedere quanto è profonda la tana del Bianconiglio! Dai bastardo! Io ti sto sfidando!”

Poi mi avvicino lentamente fino a toccare col naso, quello che sembra il viso devastato di un’altra specie animale, una torta caduta a terra, un’anguria fatta a pezzi, una carogna spiaccicata sull’asfalto. I tratti contorti e stravolti di un matto fuori di sé.

“Ah sì, giusto! Tu preferisci prendertela con le ragazzine, vero?”
L’accuso puntandogli l’indice sul naso.

“Gli dai tutto, le stuzzichi con l’amore, le vere passioni, le prime droghe. Poi, appena si lasciano andare ed iniziano a crederci davvero, a lusingarsi che in fondo un senso a tutto questo c’è, e ne vale davvero la pena, tu… tu gli regali una bella anemia incurabile… BASTARDO!!” Concludo con un urlo verso la mia immagine che ormai sembra non aver più nulla di questo mondo.

Sto per sferrarle un pugno col bicchiere stretto in mano, ma mi fermo in tempo. Gli occhi bruciano, rivoli di vodka schizzata fuori colano sul mio viso.

Ansimo.

Non sono più un ragazzo e col passare degli anni ho imparato a dominare i miei impulsi peggiori.
Appoggio il bicchiere sul tavolino, mi butto a terra e inizio a fare flessioni.
Dopo la decima sento già le forze svanire, ma continuo deciso finché i miei movimenti assomigliano a quelli di un verme che striscia senza spostarsi.
Privo di forze, col cuore che batte nelle tempie mi avvicino strisciando all’armadio e puntandomi sui gomiti riguardo il mio viso stravolto, sofferente, triste, vinto.
“Mi… mi dispiace tanto bellissima Ambra.”
Poi mi giro, steso nudo sul pavimento, a pancia in su, osservo il soffitto imbiancato da poco e inizio a cantare.
Le parole che escono dalla bocca impastata non hanno alcun senso, ma mi aiutano a farmi assopire. Cerco di tenere gli occhi aperti mentre osservo il soffitto, un giochino che facevo fin da piccolo per riuscire ad addormentarmi.
La nenia improvvisata assolve al suo scopo, le palpebre si fanno pesanti… devo parlare con Stefano… “Non sono suicidi” inizio a borbottare, “sono… sono omicidi… analizzare bene, anzitutto si deve… le droghe potenti a Venezia… la mia nipotina come starà? Stupido! Non c’è più!” Singhiozzo: “no, non è vero stupido… la salvi… Ambra la salvi… pur lei.”
Sento la mia voce allontanarsi, brontolando qualcosa di incomprensibile mentre osservo me stesso dall’alto.
Poi, improvvisamente, come quando si stacca la spina ad una radio a tutto volume, mi spengo nel silenzio assoluto. Come morire.

VIII

TOC-TOC

“Dottor Da Mosto?”

TOC-TOC-TOC “Signor Da Mosto?”

Spalanco gli occhi spaventato. Alzo la testa di scatto sbattendola violentemente contro il bordo dell’anta aperta.
L’urto è tremendo. Stordito mi metto in piedi e mi osservo dentro lo specchio. Poi appoggio la mano sulla nuca, sembra bagnata.
“Porca miseria!”
Vado nel bagno e mi guardo allo specchio chinando la testa. Vedo il bordo del lavandino tinto di rosso sangue. È stata la mano, che osservo prontamente. Apro il rubinetto e la metto sotto l’acqua corrente. No, è a posto!
I capelli! I capelli! Non sono bagnati, è sangue!

“Signor Da mosto, tutto bene lì dentro? Le serve aiuto?”
Bussano alla porta, ripetutamente.
Nel frattempo frugo con attenzione tra i ciuffi… un bel taglietto, serviranno sicuramente dei punti.
“Dottor Da Mosto?”
“E che cavoli! UN ATTIMO!” urlo al portiere seccatore.
Tra l’altro non riesco proprio a spiegarmi tutta questa premura nei miei confronti.

Esco e infilo i calzoni, stando attento a non imbrattare la stanza di sangue.

E ora? Che faccio? Se mi vedono combinato così, coi rivoli di sangue scorrermi sul viso, sicuramente chiamano soccorsi o peggio la Polizia.

Mi guardo attorno, in cerca di un’idea.

“Signor Alvise, passo… passo in un altro momento.”
Mi blocco, forse se ne va.
“Io sto staccando il turno… era per sistemarle l’aria condizionata.”

Eh no! Eh no! Non vorrai mica lasciarti scappare questa occasione?
Mi mordo il pugno: Alvise! Inventati qualcosa.

Apro la porta ancora a petto nudo, mentre il robusto portiere indiano, uscito da un film thriller anni ottanta, i bei tempi di Scorzese e De Palma, osserva stupito l’asciugamano avvolto a turbante sulla mia testa.

Gli sfugge un sorriso che nasconde subito sotto la lunga barba, anche lui porta un bel turbante rosso.

“Mi scusi dottore. Non era mia intenzione disturbarla.”
“Meglio subito che rimandare.”
“Permesso.”
Il portiere entra, mettendosi di fianco tra me e la porta, poi va sotto al diffusore dell’aria condizionata.
Lo seguo a un metro, quasi mi prende un colpo quando noto a terra la bottiglia vuota di vodka. Con un gesto fulmineo l’afferro e la infilo sotto al materasso.

Ci mettiamo vicini al macchinario infernale posto un metro sopra le nostre teste, causa del mio torcicollo perenne.
Da una scatolina, il receptionist, barra portiere, barra tuttofare, estrae quel che sembra un telecomando, lo alza trattenendolo con due mani, come fosse un calice degli dei e preme per due secondi. L’aria già esce meno fredda.
“Tutto qui?!” esclamo più adirato che confortato.
Mi sorride, a trentadue denti, non capisco se per educazione o per deridermi, porta la mano sul petto, fa una specie di inchino ed esce.

Ma che bastardi! Mi hanno fatto soffrire le pene dell’inferno per notti intere… forse volevano la mancia. Ricattatori! Miserabili!

Chiudo a chiave la stanza e vado in bagno. Lentamente sciolgo il turbante improvvisato con l’asciugamano. Bene! Il sangue non esce più.

Mi do una sistemata e mi vesto.
Poi raccolgo i faldoni che erano rimasti sparsi sul letto, li rimetto nella borsa di cuoio lasciatami da Stefano e con un saltino la butto sopra al solito armadio.
Metto una giacca casual, di lino, sopra a una t-shirt nera, apro l’anta provando un senso di paura mista a suspense; non so quale Alvise mi comparirà di fronte.

Dai! Poteva andar peggio, ma che dico? mica male!

IX

Ormai s’era fatta sera, e mi era venuta una gran fame.
Morivo dalla voglia di ritornare a mangiarmi uno spaghetto alla scoglio a Cannaregio, standomene seduto fuori, sul canale.

Mentre attendo la portata, controllando le chiamate, ho scoperto d’aver dormito quasi ventiquattr’ore di seguito, questo spiega la bottiglia di vodka vuota.
(A proposito; è rimasta ficcata sotto al materasso, devo ricordarmi di toglierla appena arrivo in stanza).

Probabilmente complice l’aver anticipato una buona mancia, i spaghetti, tra l’altro molto buoni, erano davvero abbondanti.

“Caffè? Sorbetto? Sgroppino?”
“No. Sono a posto grazie.”
“Porto il conto allora…”
“Anzi no, se possibile vorrei una bottiglia di vodka.”
“Intende, una bottiglia intera?” mi chiede stupito il cameriere.
“Beh… sì,” rispondo imbarazzato.
Dopo un po’ arriva con la bottiglia e un bicchiere ghiacciato.
Sorrido: “Capisco… io intendevo da portar via, non da scolarmi qui sul vostro tavolo.”
Il cameriere sorride:
“Ho capito. Le porto un sacchettino di carta. Il bicchiere glielo lascio, e se vuole, può starsene qui anche tutta la notte, tanto noi adesso chiudiamo.”
Torna dopo due minuti col conto:
“Ovviamente la bottiglia di vodka le conveniva prenderla al supermercato.”
“Nessun problema.”
Sbircio il foglietto, poi gli metto in mano una banconota.
“Porto il resto.”
“No, non serve. Ho mangiato bene, va bene così.”
“Grazie e arrivederci allora!”
Se ne torna dentro tutto contento, mentre un cameriere più anziano occupato nel sistemare i tavoli, prima lo osserva, poi lo segue come una faina fiutata la preda.

Sorrido mentre mi verso quel che rimane del mezzo litro di prosecco: “Schei!” esclamo tra me.

Dopo il pagamento ricevuto per il caso Pierrot, non sono più stati un problema. In verità non lo erano poi tanto neanche prima, praticamente vivevo alla giornata, (com’è che mi chiamava Claudia? Il mio ricercatore bohémien?), ma serate come questa erano un evento piuttosto raro se non mi veniva offerto.

Osservo il canale rapito dai giochi di luce bianchi, gialli e azzurri; i riflessi delle lampade, dei lampioni e di alcuni bei palazzi che magicamente escono dall’acqua nera come creature della notte.
Mi sposto con la sedia sul bordo di pietra bianca. L’acqua che inizia a fuoriuscire mi bagna le scarpe.

Mi giro verso la bottiglia, poi osservo il bicchiere non più ghiacciato ma ricoperto di goccioline che mi ricordano la rugiada che vedevo di mattino presto nelle mie camminate sull’argine dell’Adige.
Nel frattempo le luci della trattoria sono state spente; hanno chiuso.
Sfioro il vetro con le nocche, è ancora fresco.
Al diavolo! Afferro la bottiglia e svito il tappo inglese. Riempio il bicchierino e ne bevo un sorso.

***

DRIN-DRIN
L’arrivo di un messaggio mi desta dalla contemplazione di questo scorcio notturno della città.
Lo manda Stefano: Dove sei?
Scrivo: Cannaregio, tavolo su fondamenta.
Passa mezzo minuto, il display si riaccende: aspettami, sono lì vicino.

***

“Beh Stefano, io trovo alquanto strano che un suicidio di coppia di questo tipo non sia avvenuto assumendo delle sostanze velenose mortali.”
“Hai letto tutto il faldone?”
“Sì, non tutto nei minimi particolari, però ho idea di cosa contenga.”

Stefano si guarda attorno, controllando per la seconda volta di essere soli. Si riallaccia la scarpa da tennis; non avevo idea che facesse jogging notturno.
Sorrido tra me, abituato a vederlo sempre ben vestito, è un po’ buffo vederlo in tuta da ginnastica, mi ricorda quando da piccolo ho visto in televisione il Papa sciare.

“Niente di niente Alvise, ci credi?”
L’ispettore afferra la bottiglia di vodka ormai a metà e si riempie il bicchiere.
Ne gusta il sapore, come se non bevesse da una vita e d’improvviso avesse ceduto al desiderio.
Poi scuote la testa:
“Il tossicologico su fluidi, tessuti, peli, persino i capelli: niente, se non qualche stupefacente assunto in modo sporadico.”
“Non erano tossici dici?”
Con uno scatto felino mi riapproprio del mio bicchierino vuoto, ormai unto dalle nostre mani.
“Tossici?” Stefano sorride. “Ma che dici Alvise? Non si usano più questi aggettivi, sei davvero rimasto agli anni ’80.”
Mi riempio il bicchiere:
“Sono quasi più antico di te, vero?”
Lo bevo in un sorso.
Stefano, che mica è scemo, coglie al volo.
“È stata Ambra a dirtelo, vero?”
Accenno col capo.
“Ma sì… tanto vale.” Con un gesto della mano, mi intima di ridargli il bicchiere. “Passa qua!”
Glielo restituisco vuoto, che subito riempie portandolo alla bocca.
“Complimenti Alvise.”
“Per cosa?” chiedo simulando una certa incredulità.
“Per non avermi chiesto niente della ragazzina.” Svuota il bicchierino. “Te ne sei già innamorato, vero?”
La domanda mi fa arrossire.
“Non preoccuparti, ti capisco, è la copia sputata di Claudia. Impossibile tu non l’abbia notato, per questo ti ringrazio di non avermi chiesto niente.”
Stefano mi guarda negli occhi:
“Sei ancora rosso di vergogna, non ti preoccupare. E poi comunque Ambra è un bel tipo, matura, e vai tranquillo, non ti sto dando del maniaco o peggio.”
“Fia… fai te,” farfuglio a bassa voce.
“In che senso?”
“Se vuoi… se vuoi dirmi come stanno le cose fallo, altrimenti torniamo alla sindrome di Venezia.”
Stefano sorride, amaro.
“Meglio!”
Si alza per spostarsi con la sedia; ormai siamo con i piedi in ammollo. Sedutosi si gira di scatto, come gli fosse venuto in mente qualcosa d’improvviso.
“Cos’è che hai detto?”
“Di tornare a parlare del caso…”
“Sì, ma come l’hai chiamato?”
“Sindrome di Venezia. Stava scritto in un faldone di quelli che mi hai dato.”
“Già, l’ho letto. Me ne ricordo vagamente. Uno studio un po’ datato ormai, tanto che questa espressione un po’ infelice associata alla città è andata in disuso. Ma mi sembrava giusto mettertelo dentro da poter tenere in considerazione.”
“Mm… capisco.”

Afferro una sedia e vi appoggio sopra i piedi per non inzupparmeli del tutto. Poi osservo il canale di Cannaregio scosso d’improvviso da un vaporetto della linea notte. Al suo interno cinque persone, tra cui spicca una grande donna tutta vestita di rosso. Tiene la fronte mora appoggiata sul sedile davanti, probabilmente di ritorno da una festa abbastanza movimentata.
Sembra dormire piuttosto profondamente; il braccio sinistro penzola inanimato.

Il vaporetto ci passa di fianco, senza far rumore, come non volesse disturbare il sonno fiabesco di questa città e dei suoi ospiti.
Procede spedito, per inerzia, utilizzando la spinta rimastagli per almeno venti metri, sino al pontone.
Ed ecco d’improvviso ravvivarsi il motore, accompagnato dal suono profondo delle eliche che fendono l’acqua. Un suono grave, quasi umano, che si diffonde facendo eco tra le facciate dei palazzi.

Là sotto si sta combattendo una vorticosa battaglia di coesione che ogni singola molecola colpita dalla lama cerca di vincere.
Una nuvola verde smeraldo raggiunge la superficie facendo esplodere migliaia, forse miliardi di bollicine luminose.
Alzo la testa e osservo il cielo stellato, stanotte particolarmente limpido.

Santo cielo, quanto sei vasto e profondo!
Alla fine; che differenza c’è tra noi e tutte quelle bolle?

“Alvise!”
Guardo l’amico, alienato, come provenissi da una di quelle galassie, e quasi senza volerlo, meccanicamente, mormoro una frase di Josif Brodskij, un altro innamorato perso di Venezia.

“Il lento procedere del vaporetto attraverso la notte era come il passaggio di un pensiero coerente attraverso il subconscio.”
Sospiro e mi mi metto le mani sul viso; mi sono emozionato al solo pensiero di poter contemplare l’infinito.

“Alvise? Tutto okay?”
“Si-sì… scusami.”

Prendo un fazzolettino di carta e mi soffio il naso inumidito.
“Dev’essere stato il cielo stellato.”
Stefano alza la testa, lo osserva, indifferente, poi fa spallucce.
“Dovresti parlarne con qualcuno Alvise. Non puoi tenerti tutto dentro. E se trovi uno bravo, visto che ci sei, affronta la paura d’andare in barca. Chiarita questa faccenda dei suicidi, ti piglio e ti porto fuori in mare a riveder le stelle.”
“Davvero?” gli chiedo con gli occhi umidi e raggianti di un bambino a cui viene promesso il circo.
“Ma certo! Dovresti vedere La Via Lattea,” ora tocca a Stefano emozionarsi. “Usciamo una di quelle notti quando la Bora soffia forte ma non troppo. Buttiamo l’ancora in laguna e ci stendiamo a veder le stelle. Se ti viene un senso di agorafobia, alzi la testa, e per quanto tu possa essere distante, troverai sempre le luci della città magica a darti conforto ed indicarti la via.”

Osservo Stefano scolarsi il secondo bicchierino; niente male per una notte di jogging. Guarda verso Cannaregio, lontano, quasi potesse vedere oltre il Ponte dei Tre Archi, e poi ancora fino chissà dove… forse a veder le stelle steso in barca.

E pensare che gli stavo per chiudere la frase con una battutaccia… troverai sempre le luci di una grande nave da crociera ad indicarti la via.

“Stefano. So che mi hai chiamato per questo caso per tenermi impegnato, e ora tocca a me ringraziarti. Non ci sono opere scomparse né plagiate, poco nulla che concerni il mondo dell’arte.”
“Sì, all’inizio sì. Hai ragione, lo ammetto. Quando ho visto che non riuscivi a tornare nel tuo amato tugurio semi-sommerso, ho pensato che forse ti serviva aiuto, in questo caso non economico, spero, ma quel tanto da distrarti un pochino. In verità però ti devo dire che ho anche seguito l’istinto, sentivo che in una maniera o nell’altra potevi essermi di aiuto, e così è stato.”
Una piccola scintilla mi si accende dentro, non so dove, ma mi regala nuova energia e ottimismo.
“È per questo che sei qui allora?”
“Beh sì, avrei aspettato domani, ma visto che ero in zona…” Poi, forse al ricordo del motivo della sua uscita notturna: “E tirami via questa roba!” allontana la bottiglia da sé. Si alza bagnando le scarpe:
“Dai! Ti accompagno all’albergo.”

X

Passiamo sopra il Ponte dei Tre Archi tornando indietro sulla fondamenta opposta a dove avevo cenato. Ad un certo punto, passiamo sotto al portico che porta al Ghetto e ci troviamo in un’altra Venezia. Le calli sono strette e le case sono strane.

Anticamente, lo spazio dato a disposizione ai poveri ebrei, (oggi suona quasi un ossimoro), era poco, quindi dovevano costruire quanto più possibile. Il risultato che oggi vediamo, fortunatamente ben conservatosi nei secoli, è un campo cinto da alcuni palazzi singolari. Sono colmi di finestre che vanno ad indicare piani bassi e numerosi che schiacciano giù portici o portali ribassati dal peso sovrastante. Chi ha buon occhio, in mezzo a questo caotico quanto affascinante contesto edilizio, può scorgere le antiche sinagoghe che per volere serenissimo, dovevano essere di basso profilo, almeno nell’apparenza.

Mi siedo sulla panchina mentre Stefano scambia due parole con i poliziotti di guardia all’interno della casetta che pare un’edicola.
Appoggio delicatamente a terra la bottiglia avvolta nel sacchettino; meglio allontanare ogni tentazione.
Dopo due minuti arriva, sedendosi di fianco.
“Mi raccomando, non metterti a bere.”
Lo guardo storto.
“Ma dai che scherzo! Sei il nostro più abile consulente. Quelli là dentro ti invidiano.”
Poi accenna alle guardie, come a ringraziale e si guarda attorno.
“Incredibile Venezia. Ogni campo nuovo che vai ti dici: hei! Ma è questo quello più bello!”
“Già… qualcuno scrisse; comparabile solo a sé stessa.”
“Pensa Alvise. Là in fondo c’è il Banco Rosso, il banco usurai nel primo ghetto al mondo, non che sia un vanto, per carità, ma rispetto altre situazioni coeve…” poi guarda oltre i palazzi.
“Di là, a San Moisè, trovi la tomba di John Law, il padre del sistema cartamoneta moderno.”
Si volta per chiedermi: “Sai di chi parlo, vero?”
Annuisco. “Genio o imbroglione?”
“Che diavolo! È stato l’uomo più ricco del mondo, s’è comprato la Francia e poi l’ha fatta fallire. Gioco d’azzardo, miseria e Venezia… è da lì che è scoppiato tutto quel casino… guarda poi com’è finita l’Ancient Republique de Venise.”
Sorrido stupito: “Stefano! Non ti facevo dietrologo.”
“Dietrologo?”
“Sì… complottista.”

Si fa serio come se d’improvviso un’ombra celasse parte del suo viso.
“Tre dei dodici erano francesi… ma veniamo al dunque,” si gira per guardarmi:
“Conosci di persona qualche artista moderno?”
“Più o meno, vagamente.”
“Beh, non so se siano tutti un po’ matti, ma il nostro di sicuro non è tutto un chilo.”
“Vai avanti perché non ti seguo… ma sono speranzoso.”
“’Sto genio arriva sul luogo della sua installazione, quello che abbiamo ispezionato assieme, apre, accorgendosi che la porta è stata forzata, e scopre due cadaveri che si tengono per mano. Questo che fa?”
“Beh, chiama la Polizia, immagino.”
“Come no?! In fretta e furia smonta tutto, prende un taxi e sale su un aereo per la Nuova Zelanda.”
“È scappato?!” chiedo incredulo.
“Quasi. L’abbiamo preso appena in tempo, l’aereo stava già rullando in pista.”
“Robe da pazzi! Vorrei proprio parlarci.”
“Perché no, l’abbiamo noi.”
“In Questura?”
Stefano mi guarda beffardo: “Non proprio.”
“Interessante. Era questa la novità?”

Stefano armeggia dentro il gilet della tuta ed estrae il suo telefono. Posa il pollice sbloccandolo. Appaiono delle finestre che chiude con abili gesti dell’indice, poi finalmente un’immagine.
Me lo passa, guardandomi con tono solenne. Quasi impaurito lo prendo con due mani; che ci sarà di così speciale?

Come spiegarlo? Si tratta di un’opera moderna non semplice da capire, un po’ come quei quadri astratti di Vedova, il grande pittore (veneziano) del ‘900.

“Spiazzato?”
“Non ci capisco niente, lo ammetto.”
Stefano mi afferra la spalla, stringendola, compiaciuto. Parla con un leggero sorriso.
“Osserva bene i tratti sulla sinistra, dopo un po’ compare una donna stesa…”

Diamine! Vero. Ora che lo so, vedo materializzarsi il corpo di una donna, poi sulla parte destra quello di un uomo. Sembra indossino vesti medioevali da nobili.
“L’hai visto lui?”
“Sì,” rispondo incerto.
“L’opera si chiama Romeo and Juliet.”
“Cioè, fammi capire. Questo quadro era di fronte ai due amanti suicidi?”
“Non di fronte, ma sopra di loro. Guarda adesso.” Stefano appoggia pollice ed indice sul display, poi li allarga, facendo ingrandire l’immagine.
“Guarda tra i due.”
“Si tengono per mano!”
“Esatto. E sono stesi a terra. Non ti ricorda niente?”
“Ma questa è la scena del suicidio di coppia!”
Sorpreso, mi passo la mano tra i capelli, anche se ho il gel rappreso da giorni. “Ahia!”
“Che combini Alvise?”
Solo ora ricordo della terribile botta presa contro l’anta dell’armadio. Devo aver levato delle crosticine.
Stefano strabuzza gli occhi.
“Alvise! Ma tu sanguini?”
Passo la mano sulla nuca.
“Accidenti. Non preoccuparti Stefano. Ho sbattuto contro l’anta dell’armadio, vedrai che adesso si ferma.”
Mi alzo e vado alla fontana. Bagno un paio di fazzolettini di carta con cui tampono e torno alla panchina. Mi siedo appoggiando la nuca all’indietro, e mentre osservo le stelle tengo l’impacco sulla ferita.
“L’hai disinfettata almeno?”
“Eh… come no?”
Stefano prende la bottiglia di vodka, svita il tappo e fa per versarmene in testa. Lo fermo appena in tempo.
“Ma sei matto?”
“Disinfetta, no?” mi chiede ironico.
“Sì, e poi lascio la scia per mezza Venezia. Non parliamo dell’albergo dove già mi pensano un mezzo matto.”
Stefano ride, con discrezione. Poi si fa serio:
“Ho fatto dare una tiratina d’orecchie alla friggitoria che ti dava fastidio.”
“Come? In che senso?”
“Beh, li ho fatti chiudere, un pochino, così respiri bene e ossigeni il cervello.”
“Poveretti! Davvero li hai fatti chiudere?”
Stefano si anima, contrariato.
“Ecco l’indignato! Volete le regole, ma quando poi si applicano non vanno più bene.”
“No… è che mi dispiace.”
“Ascolta Alvise! L’olio che cambio alla mia vecchia Alfa dopo trentamila chilometri è sicuramente più sano di quello che abbiamo trovato lì dentro. Fai conto d’aver fatto una bella azione, adempito un dovere sociale.”
“Avete mandato i NAS?”
“Ma ti importa davvero?”
“Mi sento un po’ spione, tutto qua.”
“Visto! È a te che stai pensando, alla tua coscienza.”

Alzo la testa. Provo a levare i fazzoletti. Poi sfioro la ferita con le mani. Bene, non sanguina più.
Vado al cestino e butto tutto.
Nel frattempo Stefano si è alzato.
“Alvise, s’è fatto troppo tardi. Devo andare. Chiama un taxi e mettilo sulla nota spese, tanto stavamo lavorando.”
“Non importa, faccio due passi.”

L’amico ispettore, già girato per andarsene, si volta d’improvviso.
“Domani ti faccio avere altre scartoffie.”
“Del tipo?”, mi avvicino.
“Report, dati sul turismo. Lo sai che l’ultimo mese ha fatto lievitare i numeri? Parlo di soldi.”
“Beh, non mi sembrano così affollate le calli. Non più del solito intendo.”
“Infatti. Il turismo di massa è diminuito, ma c’è stato un notevole incremento di turismo culturale e sopratutto di gente con parecchia grana.”
“Ma scusa? Sospetti ci sia una correlazione con gli eventi sui cui stiamo indagando?”
Stefano scuote la testa.
“Mm… sì e no. Tu dai un’occhiata, te li faccio avere in camera domani.”
“Ah, a proposito, sono al sicuro in albergo tutti ‘sti incartamenti?”
“Vai tranquillo,” e m’ammicca strizzando l’occhio:
“appaiono come anonimi, potrebbero essere documenti che hai scaricato in internet o fotocopiato in qualche archivio storico. Non destano alcun interesse… la vera svolta, da tenere per noi, è il dipinto che ha ispirato il suicidio.”
L’orologio di un campanile in lontananza batte la mezz’ora.
“Scappo!”
“Ciao.”

Un paio di saltelli sul posto, giusto per sciogliere i muscoli, e l’amico riparte di corsa.
L’osservo sparire nell’oscurità sotto a un portico.
Sbatte un portone nel buio, esce un rabbino con una lunga barba nera, si guarda attorno finché per un attimo i nostri sguardi si incrociano. Annuiamo col capo. Sparisce anche lui inghiottito da un portico.
Silenzio.
Osservo l’edicola. Le guardie sono sedute e stanno guardando qualcosa, forse ai telefonini, senza parlare.
L’euforia, la voglia di vita provata un’ora fa sembra già un lontano ricordo, speriamo ricompaia presto.
Prendo la bottiglia da terra e torno in albergo.

*****

Ti è piaciuta questa prima parte? Vuoi continuare?

Se ti va, fammi sapere che ne pensi, ogni commento è sempre ben accolto.

 

Commenti Facebook