Di Venezia…

me ne sono innamorato, senza volerlo e senza accorgermene.

Sarà stato il lezzo dei canali, che tanto s’accompagna a quella sensazione di malinconia, di decadenza, così palpabile che sembra uscir fuori da tutti quei palazzi calanti verso l’acqua.

O forse, la vista di quei piccioni. La loro stanca tetraggine al fuggire in stormo da quello sbilenco campanile perso nella nebbia, piantato nelle melme deserte mille anni fa.

Oppure, colpa di quel gattino randagio, appena visto in un quadro. Sporco e malconcio, che ignaro disseta il suo morbo letale, curvo sulla fontanella di un campiello smarrito. Ma che poi trova la forza di fuggire, sciancato, all’anziano che s’avvicina lento e rumoroso, col suo bagaglio della spesa quotidiana.

Sarà colpa, di tutte quelle anime, che t’hanno amato, e che adesso, vagano attorno a tanta gente, eteree.
Invidiose, di chi ha un corpo per poterti vedere e toccare. Annusare e sentire, per poi amarti o detestare, o forse, tutte e due le cose assieme.

Anime di noi, semplici mortali.
Anime di poeti, pittori, architetti e scultori. Di musicisti, registi e attori. Di scienziati, studiosi, folli e criminali.

In verità, noi tutti di te, ne pretendiamo un pezzetto. Proprio come sto facendo io, ora.
Smembrandoti piano-piano e nutrendoti al contempo. Mia stupenda Regina dei Mari, la più fragile delle città che morirà immortale.

Ciao Venezia.

 

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