Giorni 5-10

Come avrete già intuito, non sono riuscita a farvi un post giornaliero di quanto successo, cercherò tuttavia di darvi un’idea di quello che è accaduto…

eh sì, qui ci vorrebbe proprio il nostro Andrea; le parole gli escono da sole, (dice lui).

E scusate l’ortografia e la grammatica: sto scrivendo alla spiccia su un volo intracontinentale mentre giriamo attorno a un uragano.


M’addormento appena passate le Alpi, subito dopo aver constatato quanto sia piccola la nostra grande Venezia vista dal cielo.
Il vociare è forte e intenso, ma non sono così famosa da dover viaggiare in prima classe o in business, per cui mi accontento così.

Ora che mi viene in mente, vi dico dell’ultimo pensiero che m’è passato per la testa prima di chiudere gli occhi.

All’ennesimo strillo del bimbo vicino, circa tre file davanti alla mia, mi dico:

scema! Potevi andare in business, o no?
E che cambia? Così stai in mezzo alla gente… e poi tanto, se le cose si mettono male… beh, qui non si fanno distinzioni di classe.

E dopo… dopo ho pensato alla nostra Venezia durante le peste, ma in modo confuso. Forse è stata l’influenza di un libro appena letto, dove Tintoretto chiedeva a Dio di salvare la sua adorata Marietta in cambio della sua rinuncia all’arte profana… mica poca roba gente!

Duecentomila, o forse più persone, tutte su quell’isola fatta a pesce, un mosaico infinitesimo, visto prima piccolo-piccolo.

Muore il nobile, il marinaio, il pittore del secolo, il musicista, il generale da mar. Muore il doge.

Questo pensiero leggero, confuso, quasi fosse una di quelle nuvolette sperdute che vanno a fondersi nel manto bianco sopra di loro, beh, mi ha dato un certo conforto, (e un po’ me ne vergogno), facendomi assopire beata.

Il viaggio è stato lunghissimo, purtroppo le correnti a getto erano a noi sfavorevoli.
Diciamolo: non vedevo l’ora di arrivare, per poi prendere l’altro aereo e finalmente andare da Peter.
La curiosità, l’impazienza e una certa ansia rallentavano le lancette dell’orologio.


Un pollice dall’unghia sporca di terra, sgrana le perle del rosario bianco.
Qualcuno dietro di me bisbiglia delle orazioni, una specie di cantilena in spagnolo.
Alzo lo sguardo. In fondo alla cappella, grande quanto una nostra chiesetta, c’è una Madonna con il suo Bambino, circondata da angeli e putti.
Il dipinto sembra arcaico, antico, non so come spiegarlo. Forse è ancora più antico di certi quadri che ho visto a Venezia e un po’ ci assomiglia.
L’altare che gli fa da cornice è infatti in stile gotico, quasi veneziano, ricorda anche questo alcuni portali del ‘400 sparsi per la Serenissima.

“AH!” quasi caccio un urlo quando vedo sporgere un volto dalla finestrella sopra alla pala gotica.
Mi alzo preoccupata, guardandomi attorno.
Due signore anziane pregano immobili ed anche il francescano al mio fianco non alza lo sguardo, continuando a bisbigliare mentre sgrana le perle come fosse un tic.

Da una porticina laterale appare l’unica persona di cui ero sicura che non avrei mai, mai, più rivisto.
John Smith, il nome che ci eravamo inventati per mimetizzarsi tra i turisti di Venezia, mi viene incontro e mi abbraccia.
Il divo americano è sempre bello da morire, ma è meno solare di quando l’ho visto l’ultima volta.
Sembra quasi stanco, come fosse un po’ stufo, di tutto.
So che mastica qualcosina di italiano, ma lo metto subito a suo agio con il mio americano maccheronico.

“Ciao John, Visto? Alla fine ci siamo incontrati un’altra volta.”
“Carissima Anna. Vieni, sediamoci in fondo.”

Ci accomodiamo nell’ultima fila, vicino alla porta d’ingresso.
“Hai visto che strana chiesa che hanno in questo ospedale?”
“Sì, non me l’aspettavo.”
John sorride:
“Sapevo che l’avresti gradita.”
“Volevi farmi sentire a casa, vero?”
“Sì, un pochino. Vuoi che ti racconti la sua storia?”

Annuisco, non troppo convinta, preferirei parlare subito di John, ma diamo un po’ di tempo al tempo.

“L’ha fatta costruire un americano molto ricco. Era in vacanza in Italia, se vacanza si può definire muoversi per collezionare opere d’arte di valore.
Conosci la storia di Mozart e Salieri, quella di quel film famosissimo?”
Lo guardo sorridendogli, poi scuoto la testa:
“Ma dove vuoi arrivare John?”
Poi realizzo la banalità: è un attore.
“Scusami, dimmi pure, sono curiosa.”
“Dicono che Mozart sia stato ucciso dal compositore italiano Salieri, perché era invidioso.”
Lo interrompo con una punta d’orgoglio, e forse anche di campanilismo:
“È una bugia John! Salieri era molto più famoso di Mozart, così come le sue opere, non aveva proprio niente da invidiargli. Che poteva importagli?”
“Ehi! Calma Anna. Non ti volevo pungolare?”
“Lo so che un attore magari dà per scontato quanto ha visto in un film stra-premiato, ma se parliamo della stessa cosa, i tuoi amici colleghi erano completamente fuori strada.”
“Anna, il film era basato su studi e fatti accertati.”
“Certo! Immagino!” gli replico ironica.
“Scusami Anna, ti sto offendendo, perdonami.”
Mi prende una mano:
“Fatto sta che il benefattore era nel paese natale di Salieri, cercava notizie su di lui… e forse qualche oggetto da collezionare. La madre a cui era molto legato, ebbe un infarto e fu operata d’urgenza. Purtroppo le cose andarono male.
Pur non essendo credente, entrò in una chiesetta, del tutto simile a questa, e pregò… Ora attenta Anna!”, me lo dice serio:
“Non chiese di far vivere sua madre, ma solo di poterla salutare un’ultima volta.”
“Uau!”
“Sai come finì?”
“Beh, se c’è la chiesetta…”
“Diciotto ore dopo poté abbracciare sua madre facendogli il regalo più grande: dirgli che lui ora credeva. Poco dopo lei spirò col sorriso.”
“Una storia bellissima John, e potrebbe anche avere un fondo di verità.”
“Anna?! Ma certo che è vera.”
“Venti ore di volo dal Veneto ad Atlanta?”
“Diciotto Anna.” Poi sorride e con la mano mima il volo di un aereo in decollo:
“Concorde, concorde Anna. Sai che cos’erano?”
Annuisco.
“Attraversavano l’oceano i tre ore Anna.”
“Va bene, mi arrendo, anche se sembra un po’ il copione per un tuo film.”
John ridacchia, poi si rifà serio:
“Così ha fatto costruire questa che vedi, esattamente identica a quella dove pregò quel giorno.”
“Morale John?”
“La morale? Beh, forse che non si può chiedere di più di quello che sentiamo di meritare. E se riusciamo a fare questo davanti a Dio…”
“Veniamo esauditi.”

John si alza ed inizia a passeggiare.
Le suole di gomma delle sue college stridono sul pavimento di mattonelle.
Hanno una forma esagonale e formano un motivo geometrico alternandosi in marmo bianco e marmo rosso, probabilmente pietra di Verona. Infine, rombi neri chiudono gli spazi tra gli esagoni.
Rialzo lo sguardo proprio nel momento in cui John mi fa l’occhiolino:
“Vedrai che ce la farà Anna.”
Sospiro mentre gli occhi si fanno lucidi.
“Non sei riuscita a dirgli nulla?”
“No John. Era intontito, continuava a blaterare cose incomprensibili. Poi si tappava le orecchie con i palmi.”

John prende una di quelle sedie di legno pieghevoli, che fanno anche da inginocchiatoi, la apre e si siede di fronte a me.
Si piega in avanti, fissando il pavimento. Sta lì, con le mani incrociate e i gomiti puntati sulle ginocchia.
Passa qualche minuto.

Poi, sottovoce, quasi timidamente:
“Sai Anna? Peter McAiron, tempo fa, non era così bravo.”
Lo guardo sconcerta:
“Che intendi dire scusa?”
“Non lo so nemmeno io Anna… Io, Peter, lo conosco molto bene, assieme a lui ne ho combinate parecchie.”
“Donne?”
John sorride, un po’ amaro.
“Sì, tante… Io il divo, lui il genio, di nicchia per carità, ma aveva comunque il suo nutrito gruppo di fan, quasi delle grupies.”
“È un bel figo anche il mio Peter.”

L’attore mi osserva con dei luminosi occhi blu:
“Antonio è suo figlio, vero?”
Strabuzzo gli occhi:
“Ma? Ma…” ma è inutile mentirgli.
“Sì. Me l’ha lasciato in quell’ultima notte a Venezia. Poi ha perso la testa.”
“Ti capisco che non hai voluto dirglielo…”
“Ma come ci sei arrivato John?”
“Facile Anna. Non ti sei mai sposata o fidanzata. Un pochino di te si parla, anche qui in America, specie dopo quel concerto mondiale. Le voci girano, si screma il trash e poi si fa due più due.”
“Ero venuta qui per dirglielo… e anche per capire che ci sta succedendo.”
“Anna, io prima di stavo per dire qualcosa di un po’ strano… voglio dire, prendilo con le pinze.”

Sbuffa, poi si alza di scatto. La sedia si chiude sbattendo a terra. Il suono si propaga imponente per tutta la chiesetta.
Entra un signore di mezza età, con pantaloni e camicia di jeans, potrebbe fare coppia con Marta. Alza gli occhiali a specchio e scruta l’interno, poi osserva John:
“Okay Dylan.”
Esce fuori. Era un suo body-guard.
John si avvicina fulmineo, mentre io mi alzo in piedi spaventata, sembra quasi mi voglia baciare. Lui mi afferra per le spalle:

“Anna! Anna! Peter non ha mai perso la testa in vita sua! Quella… quella donna non era normale, lo capisci?”
“La… la rossa?” mi sento impacciata persino a pronunciare il suo nome.
“Sì-sì. Ho visto come l’ha plagiato, e come suonava con lei appresso. C’è sotto una mano oscura, una forza oscura!”

John si stacca da me, quasi spingendomi contro la parete, come avesse preso la scossa.
Cammina avanti indietro, poi si afferra il labbro inferiore e torna.
“Anna! È stata lei! Gli ha messo nel cervello le sue note, il motivetto che hanno composto assieme e l’ha fatto impazzire!”
“Chi? Gabriella?!”

Mi siedo, sconvolta, mentre rammento quanto dettoci dal commissario su di lei, quella notte di tre anni fa:
”Il suo profilo ce la indica come una donna d’astuzia non comune, anzi… direi diabolica.”

“No! Perché?!” urlo disperata.
Mi accascio a terra, stringendomi la testa con i palmi sopra le orecchie.
“Anna? Anna? Che succede?”

Alzo lo sguardo. In lacrime osservo John attorniato dai fedeli:

“È RITORNATO!!”


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