Giorno 1

Venezia, 1° di Aprile

Tritono: intervallo musicale di tre toni, meglio conosciuto come Diabolus in Musica.


Mi giro e rigiro nel letto ormai da ore.
Sbircio speranzosa verso le imposte socchiuse,
ma il mattino non sembra mai arrivare.
Non riesco a dormire.
Non ho sonno, e le lenzuola sempre più appiccicose e pesanti iniziano a soffocarmi.
Non è colpa del jet lag, il mal di fuso; per un anno ho girato mezzo mondo in tournèe senza mai soffrirne.

Accidenti!
Tutta colpa di questa canzoncina che ho in testa, sentita quasi per caso tre mesi fa.

Niente di speciale, alla base c’è un trucchetto sonoro usato da molti compositori in passato.

Si fanno rincorrere due melodie, una è ascendente e sembra che non finisca mai di salire.

Adesso non ridete: mai io posso chiudere l’udito per qualche istante e non sentire, così come i comuni mortali posso sbattere le palpebre.
È un dono che ho sempre avuto, e fin da piccola quando un suono improvviso mi spaventava lo ovattavo con questo sistema.
Provateci! Magari con un po’ di impegno ci riuscite anche voi.

Assomiglia vagamente al gesto che si compie per stapparsi le orecchie usando i muscoli della mandibola quando si scende dalla montagna…

Ma con questa maledetta melodia non funziona!
Sta nella mia testa e non se ne vuole andare.

Riesco a fermarla per qualche istante con un gesto simile, facendo schioccare delle mandibole mentali, non chiedetemi come, ma poi riparte subito continuando a salire sempre più in alto… all’infinito.

Lo so, è soltanto un’allucinazione uditiva, ma che prevarica sui miei pensieri quando la mente è a riposo, o quando vorrei che lo fosse, quando mi sdraio in barca e chiudo gli occhi, o magari quando sono a letto per dormire.

Passerà!
Così almeno mi ha diagnosticato un famoso neuroscienziato in Romania, tra l’altro innamorato della nostra Venezia che visita una volta all’anno, appena passati gli eccessi del carnevale.

È un processo mentale simile al tinnitus, quel fastidioso fischio che sentiamo in testa e non se ne vuole andare. Bisogna farci un po’ l’abitudine e cercare di dimenticarlo. Via-via diverrà un rumore bianco, non fastidioso, e poi sparirà una volta abituatici… appunto. Ma quanto ci vuole?

Basta!
Calcio le coperte in fondo al letto, facendole cadere capovolte a terra.
Mi alzo, esco dalla camera e vado nel salone senza accendere le luci.
Apro le tende con un gesto irrequieto, quasi violento.

La via più bella del mondo stamane è proprio grigia, sicuramente pioverà.

Mi faccio una tazzona d’espresso, l’equivalente di tre cialde.
Mi metto al portatile, senza accendere le luci, ancora svestita.
Curioso navigando in rete, in cerca di informazioni sul mio recente disturbo…

DRIN-DRIN!

Un messaggio di posta con degli allegati.

Sono foto di Antonio, il mio piccolo che non vedo da un mese. Con lui l’educatrice Lucia, che quasi-quasi sembra sorridere.

Ancora una settimana e potrò riabbracciarlo. Gli mando un bacio, come potesse vedermi.

Finito il caffè mi faccio un bel bagno caldo con disciolti in acqua ben due chili di sale marino alimentare.
Ma il felice momento viene guastato dal motivetto ridondante, udito per la prima volta in quella cupa cattedrale gotica. Eccolo che inizia e sale, sale, sale. Sale sempre più su, senza mai fine, finché chiudo le orecchie, alla mia maniera, e sparisce per qualche secondo. Poi riparte a salire, sempre di più…

“Anna! Devi parlane a qualcuno, magari a Mario, altrimenti impazzisci!”, rimprovero me stessa a voce alta.


Scendo in calle, l’aria è frizzante e sa di mare… accidenti se mi mancava. Me ne rendo conto solo ora.

Vado a passo veloce; in questi mesi di tournée ho camminato molto per tenermi in forma e distrarmi. Ho anche praticato la camminata nordica, quella coi bastoni da sci, un vero toccasana.

Usarli a Venezia però mi fa un che; mi sentirei ridicola.
Magari mi prendo mezza giornata e vado al Lido, o perché no? sull’Isola di Pellestrina che è lunghissima e stretta. Da una parte si scorge il mare, dall’altra la laguna.

Eccomi sotto al palazzo dove ha l’ufficio il mio agente Mario.


“Anna. L’hai sentita l’ultima?”

Mario sbatte sul tavolo la rivista musicale di carta lucida che teneva di fianco alla tastiera del computer.

Riconosco la copertina, l’ho vista sul carrellino dei giornali in aereo.
L’afferro sfogliandola distrattamente, ma la vista si deve ancora abituare alle cupe atmosfere dell’ufficio del mio agente, per sua stessa ammissione, ispirato alle scenografie di una serie cult dell’uomo pipistrello.

Poi, tra le folte righe nere di parole che non riesco ad afferrare, compare un riquadro con l’immagine del volto guascone di Peter Mc Aeron, il celebre organista.

Devo ammettere, con onestà, che un fugace guizzo scuote il mio cuore che ora inizia a pompare più forte e deciso.

Percepisco le guance surriscaldarsi, probabilmente sto arrossendo, ma non voglio che Mario noti questa mia reazione, mi metterebbe terribilmente a disagio…

“Ti faccio più luce Anna? Apro le tende?”
“No-no, va bene così.”
“Te lo leggo io?”
“Sì, grazie… per cortesia.”

Mario si allunga sulla scrivania, verso di me, riprendendosi la rivista.
Non lo osservo direttamente in volto, ma sono sicura che mi sta guardando per capire che sta passando per la mia testa in questo istante.

Si schiarisce la voce:
“Preferisci in lingua originale o in italiano?”
“Come vuoi Mario,” alzo la mano annoiata.
“Mm… meglio se te lo traduco, va’!”

“Allora… Il grande organista Mc Aeron, una sorta di rock star della musica classica, è ricoverato nel reparto di rianimazione di Atlanta Georgia, dopo aver tentato il suicidio…”

Di nuovo un brivido nel petto:
“O santo cielo!”
“Calma, sta bene… nel senso che è vivo.”
Annuisce: “Posso continuare? Vuoi un po’ d’acqua?”
“No, dimmi tutto, ti prego!”

Mario si strofina le meningi mentre osserva la rivista appoggiata sulla scrivania:

“In pratica, sta scritto che è stato colto da una forma di depressione circa due anni fa, dovuta a una sorta di incapacità di concentrazione…”
“Chi? Peter?! Non ci posso credere!”
“Pare così…”

Mario muove la testa nell’inequivocabile gesto di chi sta leggendo mentalmente molto veloce.

“Sì, una rivista di gossip, imputa questa sua caduta rovinosa al matrimonio di un suo amico, che probabilmente ha sposato la donna di cui era segretamente innamorato… Ha!”
Mario alza lo sguardo sorridendomi compiaciuto:
“Lo sai dove?”
“Sì… a Venezia.”

Ovviamente si sta parlando del matrimonio in cui ho conosciuto il divo americano e poi combinato quel disastro cadendo a terra strappando i tendoni…

“Adesso come sta?”
“Non si capisce bene dall’articolo… ma sembra fuori pericolo.”

Mi porto le mani sul viso:

Peter… Peter… che pensare di te? Mi eri piaciuto così tanto e poi ti sei rivelato così… così superficiale.

Mi scappa un singhiozzo.

“Senti Anna, io devo far qualcosa. Non mi va proprio di vederti così, specie adesso che le cose al tour mondiale sono andate bene, e innanzitutto ti devi riposare.”
“Lascia stare…”
“Ma cavoli! Ti ricordo che è il padre del nostro Antonio!”
“Nostro?!”
“Beh… sì, in un certo senso. Non sono il padrino scusa?”

“Perdonami Mario, sono stupita e confusa. Peter per come lo conosco io, e purtroppo fin troppo, nell’intimo, è un robot calcolatore. Io non ci credo proprio per niente questa cosa. Ma nemmeno mi ci voglio interessare.”
“Anna, noi non possiamo, sopratutto te, non puoi far cadere così questa storia. Peter è il padre di Antonio, glielo devi far sapere in qualche modo, ne ha tutti i diritti.”
Sbatte la rivista davanti a me:
“Questo giornale si occupa anche di politica, ed è molto influente a livello planetario. Se a Peter succede qualcosa da cui non si può più tornare indietro, e poi un giorno si viene a sapere che a Venezia proprio in quelle circostanze ha concepito un figlio sempre tenutogli nascosto… Mm, no bene! Capisci che intendo?”

Scuoto la testa, decisa. Peter è entrato nella mia vita di prepotenza ma ha subito voluto uscirne, anzi, diciamo pure che c’è passato di traverso come un carrarmato.

“Mi lasci fare almeno una telefonata?”
Scrollo le spalle.
“Sette ore di fuso con New York, giusto?”

Annuisco a Mario, mentre sta con la testa riversa a destra, trattenendo la cornetta del telefono tra la spalla e la guancia.
Poi ad un tratto:
“Hello Oliver… how you doing?”

Inizia una conversazione in americano, piuttosto fluent, anche da parte di Mario.
Non riesco a seguirla, così chiudo gli occhi per un attimo… ma ecco di nuovo il maledetto motivetto!

Li riapro, intontita ed irritata. Mario mi osserva, facendo una smorfia tra lo stupito e l’ironico, quasi volesse dirmi che hai matta?

Scuoto la testa alzandomi di scatto.
In cerca di distrazioni vado alla parete più prossima e osservo un diploma incorniciato con al centro un enorme bottone di ceralacca rossa.
Apparentemente pare un encomio, un ringraziamento, scritto in cirillico, ma non capisco in che lingua…

“Ci siamo!”
Mi giro di scatto verso Mario mentre viene verso di me.
Mi abbraccia solo per un istante, ma affettuosamente.

“Sta bene, anche se lo tengono sotto psicofarmaci… cannonate.”
“Con chi hai parlato?”
“Con un amico, un redattore italo-americano, pure compositore, che la sa lunga… ovviamente rimane tutto tra noi.”
“Non gli avrai detto di…”
“Antonio? Ma sei matta?!”
“Quindi che ha Mc Aeron? Davvero è una storia di amori infelici?” [Spiegherebbe anche perché si sia comportato così… da superficiale, concedendosi poi a quella donna diabolica.]

Mario sorride sornione:
“Macché! È tutta un’invenzione del suo agente, anche se cela un fondo di verità.”
“Cioè?”, il mio cuore pulsa forte, di nuovo.
“C’entra sì, col suo viaggio a Venezia, ma la causa dei suoi disagi psichici… chiamiamoli così, non è stata una storia d’amore mal gestita, ma è dovuta a una sorta di paranoia mentale nata proprio in quei giorni.”

Il mio cuore, oltre che battere forte, inizia anche ad accelerare mentre un orribile sospetto fa capolino tra i miei pensieri:
“Che tipo di paranoia Mario?”
“Beh, sai, è un po’ da matti… ma perché no?”
“MI DICI CHE TIPO DI PARANOIA?!”
Mario alza le mani stupito:
“Certo, certo. Calma,” poi sorride:
“Dal ritorno a Venezia, cos’è? tre anni fa ormai? Ha iniziato a sentire un motivetto in testa, composto da tritoni, che poi non è più riuscito a fermare. Sembra folle, ma la notizia è cert-”
“Che tipo di motivetto?”
Mario mi osserva sospettoso:
“Tutto okay Anna?”
“Quale motivetto?”
“Non saprei risponderti, una melodia barocca, ripeto; piena di tritoni, tipo una spirale disce- Anna! Anna! Che t’è preso? Dove scappi?!”

Intontita, ansimante e fuori di me, mi ritrovo in una calle che non riconosco, sotto a una fitta pioggia.

Chino il capo di lato, mentre mi batto il pugno ripetutamente sulla nuca già fradicia:
“Stupida! Stupida! Ma che stupida!” Il motivetto sono serie di tritono: il diablo in musica. Ma come ho fatto a non arrivarci da sola?!

Inizio a correre verso il lato più buio e nascosto della città magica, ma anche occulta, senza meta, ma con un unico preciso intento: non mollare fino allo sfinimento!


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