Venezia, da Marta & Bo

Mi sveglio di soprassalto… no! Non sono nel mio appartamento.

Facendo leva sui gomiti, inarco la schiena leggermente dolorante trascinandovi dietro il capo.
Sconto il prezzo di qualche giramento, ma ora, da seduta, posso vedere dove mi trovo.

Stavo riposando sdraiata sopra a un vecchio divano di lana, forse degli anni ’60, giallo con disegni curvilinei color ocra.
Con un gesto istintivo mi chino di lato ed annuso il bracciolo dove avevo appoggiato la testa, forse per fugare un possibile senso di raccapriccio.

Sa di detersivo, anzi, di ammorbidente, proprio come i vestitini dei bimbi del boom economico. Una piacevole sorpresa.

Mi metto seduta mentre lascio che la vista frughi tra le ombre della stanza in cerca di qualche oggetto riconoscibile.

Sulla sinistra, un varco leggermente retroilluminato dà accesso a quello che potrebbe essere il cucinino di un appartamento di una casa popolare.

Sì, è proprio un cucinino; il suono dei coperchi e della casseruola battuta dal mescolo di legno è inconfondibile.

Poi una melodia, cantata sottovoce, lieve.

Faccio per alzarmi, ma non ne ho le forze!
Ritento, ma cado all’indietro sbattendo con la schiena sul divano, come se le mie gambe fossero informicolate.

Do dei pugnetti sulla ginocchia per vedere se sento qualcosa.

“Ah! Ti sei svegliata finalmente?”

Alzo lo sguardo. Non vedo ancora bene, ma di certo non fatico ad identificare chi mi sta di fronte dal timbro della sua possente voce.

“Intontita?”

Il cervello risponde: abbastanza, ma ahimè, la bocca impastata come se contenesse del mastice molle, lascia uscire poco più di un mugolio.

L’amica, compagna di quella pazzesca avventura di tre anni fa che quasi c’è costata le nostre vite, e che probabilmente non vedo dalla partenza per la mia lunga tournée, si siede a fianco e mi accarezza il viso, consolandomi.

“Non ti preoccupare Anna. Appena mangiato vedrai che starai meglio.”

Faccio per chiederle spiegazioni, ma di nuovo mi escono solamente mugolii.

Un po’ agitata, (ed ansiosa), le faccio segno con la mano di darmi qualcosa su cui poter scrivere.

“Ma certo! Che stupida!”

Marta si alza avviandosi verso al cucinino. Ma prima di entrare aziona l’interruttore che fa accendere delle lampade sui due angoli della sala.

La luce è soffusa, ma riesce comunque a darmi un po’ di fastidio.
Socchiudo gli occhi strofinandoli con forza finché ricompare l’immagine di Marta davanti a me.

“Matita e blocco. Vanno bene?”

Annuisco mezza intontita.

Osservo Marta che sta ritta in piedi.
Indossa un grembiule da cuoca, tutto bianco, sopra a dei stivali da cow-boy.

La squadro da cima a piedi; Marta è la classica donna, (fortunata), che rimane in forma tonica senza bisogno di fare alcun sforzo.

Poi mi accorgo che sotto al grembiule non veste praticamente niente.

Sorrido maliziosamente, e impacciata porto la mano a coprirmi il viso, ma Marta coglie al volo la mia espressione.

Gesticola, con la mano destra, battendola sul fianco, come fosse una scocciatura: “È per lui! Che ci vuoi fare? Uomini…”

Si batte l’indice sulla tempia:

“Ormai è costretto a muoversi su una sedia a rotelle tutto il giorno, ma rimane sempre un uomo… mi dice: almeno in casa! Vestiti come piace a me! Ed io… vedi un po’ te. Ora è preso col western se non si fosse capito.”

Mi affretto a scrivere sul blocco:

come sta Bo??!!

“Non benissimo, ma perlomeno è stazionario… sai, mi fa pensare a quel grande scienziato che era venuto a Venezia. Non so, forse ha raggiunto il suo picco massimo di devastazione… capace che adesso campi cent’anni.”

Hawking? le scrivo sulla carta.

“Non capisco?! Hai fame Anna?”

Sorrido e scrivo:
Quello dei buchi neri… lo scienziato! Quello che muoveva solo la bocca!

Marta ci pensa un po’ su…
“Sì-sì! Proprio lui!” poi ride:
“Fa conto però che a Bo funziona piuttosto bene anche altro,” e si imbarazza un pochino… forse.

Scrivo:
Aveva 3 figli e un sacco di nipoti… normali!… stavano bene.
Marta sembra stupita:
“Chi? Quello scienziato mingherlino?!” Poi continua tra sé: “Ecco che si spiega la sua idea fissa…”

Allontano subito da me l’idea che possa trattarsi di una battutaccia, forse anche sagace, ma sicuramente d’effetto in qualche bar, poi scrivo:
Dov’è Bo?

Le strattono il braccio per attirare la sua attenzione mentre sembra ancora persa incantata a godersi la sua battuta.
Si siede al mio fianco:
“Sta di là. L’ho sentito muoversi, vedrai che adesso arriva.”

Provo di nuovo a parlare:
“Mmh- mii,” ma non c’è verso, e riprendo la matita.

Mi hai drogato?

Marta fa spallucce.
Poi si alza, va verso a un tavolino e si prende una sigaretta da una scatolina di onice verde dai bordi ottonati consunti.

Si risiede al mio fianco e accende con un Bic arancione, uscito dalla tasca del grembiule bianco.
Poi fissa il soffitto, incantata, mentre lentamente espira quel che rimane del fumo di quella prima boccata dopo essere stato filtrato dai suoi polmoni…
Accidenti, se la sta proprio gustando!

Si gira per parlarmi:
“Devo stare attenta a ‘sta roba qua, amica! Gli anni passano e la voce… due, tre al massimo per giorno… una vera tortura.”

Scrivo: a questo punto soffri meno se smetti del tutto!

Marta si china a leggere, ci mette un pochino forse per la calligrafia un po’ disordinata, poi ride.

Di nuovo un altro tiro, da muratore, come diceva mio nonno quando fumava le senza filtro.

“Tutto è droga!”
La guardo stupita in attesa che continui.
“Tutto è droga Anna, anche il caffè.”
Inizio a spazientirmi: Quindi!!?? le scrivo sottolineandolo più volte.

Ride: “Ah… ho capito! T’ha ricordato quella brutta esperienza… no, non temere, ti ho dato una medicina che uso per Bo quando ha una crisi bella tosta.”

Cosa?!

“Un derivato del fentanil… una bella cannonata!”

Inizio a scrivere freneticamente mentre Marta si alza per gettar via la cenere che nel frattempo ha trattenuto nel palmo della mano.

Si siede ancora vicino a me ed inizia a leggere a voce alta:

“Che ci faccio qui? Co-co…ah, come ci sono finita? Perché mi hai draga… dorgat- Drogata?”

Marta mi osserva incredula, in silenzio quasi volesse proteggermi.

In questi pochi attimi cerco di ripensare alla mia vita. Poi d’un tratto ricordo Antonio, il mio piccolino!

Ma come ho fatto a dimenticarmene?!
Oh mamma! Ma non starò mica impazzendo?!

I lunghissimi secondi in cui l’ansia ed il panico stanno per impossessarsi della mia ragione, vengono interrotti dalla comparsa di Bo seduto sopra una sedia con delle rotelline in fondo alle gambe.

Lo osservo stralunata, come assistessi alla comparsa di un alieno.
Bo viene verso di noi spingendosi con le braccia facendo leva sugli angoli del muro e sugli stipiti delle porte.

Si ferma a un metro da me.
Mi guarda affettuoso annuendo:
“Visto Marta? Te lo dicevo che avrebbe funzionato la bomba.”
Osservo Marta, confusa.
Bo mi accarezza il ginocchio, adesso fattosi più sensibile.
“Quella roba lì l’anno usata i russi per liberare gli ostaggi in quel teatro in Cecenia… hanno steso tutti senza nemmeno potessero accorgersi di cosa stava succedendo.”

Lo studio… è sempre uguale, anche nelle miti espressioni che lo caratterizzano, e riesce ad articolare le parole quasi normalmente.

“La senti ancora Anna?”, mi chiede con un velo di tristezza ma tanta premura.

Faccio per scrivere sul blocco: Non cap– ma d’un tratto ricordo:

Il tritono! Il tritono!

L’ossessionante e micidiale motivetto… è sparito!!

Commossa, con uno slancio mi alzo ad abbracciare i due amici ritrovati.

***

P.S.

Visto che non vogliamo portare disordine nel sito creando post troppo vicini, Anna mi ha chiesto se per voi va bene ”sentirla” di venerdì, se riesce anche settimanalmente. Fateci sapere.

Ciao.

PS II (importante): ovviamente ogni vostro commento è più che gradito. Come per la creazione de La Organista I e II (nel gruppo chiuso), il vostro contributo è importante; per chi fosse nuovo alle storie di Anna, stiamo parlando di un esperimento narrativo dove tutta la trama è scritta di getto, sul momento… proprio come un vero diario.

Se vi sentite coinvolte/i commentate liberamente o almeno fateci sapere se vi è piaciuto.

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