Giorno 3 – La sera

“Bo? Bo! Che hai?!”
Inizia a scuotere la testa.
“Hai una crisi?”
Niente! Non c’è verso. Non si muove e rimane lì a fissarmi ancora tremolante.

Arretro di due passi; so che nel suo stato difficilmente riuscirebbe a farmi del male, ma il fatto che sembra non riconoscermi mi spaventa.

Poi un qualcosa, che percepisco o sento, mi mette paura, l’aria intorno a noi inizia a vibrare, per tutta la stanza.
Mi rigiro spaventata: sta succedendo qualcosa.
I bicchieri di cristallo stipati in qualche mobiletto iniziano a vibrare, poi tocca ai coperchi dei pentolini appoggiati sopra al fornello, di là nel cucinino.

Guardo Bo, confusa e in cerca di risposte.
Finalmente la sua espressione cambia, divenendo più umana ed affettuosa. I suoi occhi ora sono lucidi, e questo mi fa capire che prima forse era semplicemente terrorizzato.

“Su… succede di nuovo Anna!”
“Cosa? Che cosa Bo?”
“L’acqua, l’acqua arriva… affoghiamo!”

Alzo lo sguardo al solaio, piuttosto basso come nelle vecchie case di campagna, fatto di tavole di legno sostenute da travi rotonde.
Sembra tutto a posto, non capisco?!

“Bo, ti aiuto a rimetterti-”
“No! Voglio stare in piedi”
“Almeno mettiti sul divano.”
“No. Voglio stare qui, aspetto Marta.”
“Sì, ma non ved-”

Qualcosa mi colpisce da dietro, alle gambe, facendomi cadere a terra, non prima d’aver trascinato assieme a me anche il povero Bo.

Una specie di gorgo torbido, ci trascina per qualche metro nella stanza, facendoci girare attorno come barchette di carta.

In preda al panico mi aggrappo al divano, mentre cerco di afferrare Bo per il bavero.
Disperato, cerca di tenere la testa fuori dall’acqua sollevandosi da terra sui gomiti.

Completamente in panico, non riesco a capire cosa sta succedendo. Poi vedo che la porta è aperta, spalancata.

Appare una figura, anche questa tutta cellofanata di fucsia, come fosse un arrosto da mettere in frigo.
Si gira a guardarmi: è Marta.

“Dai bella! Forza e coraggio!”

Nel frattempo Bo si è trascinato sopra al divano, l’acqua, ora più calma, in qualche modo, deve averlo aiutato nei movimenti.

Cammino con liquido che mi arriva alle ginocchia fino alla porta.

Marta esce ed io metto fuori la testa, per vedere che combina.

La calle è completamente allagata, l’immagine trasmette pura devastazione.

Sembra sia straripato un torrente, come succede in terraferma, solo che qui i rami e i tronchi degli alberi divelti, sono sostituiti da centinaia di ombrelle a pezzi e dai loro scheletri, e tanta, tanta immondizia.

Marta si allunga a prendere un borsone militare, appeso ad un chiodo.

Lo tiene in alto fuori dall’acqua, per poi sbattermelo in faccia, quasi colpendomi.

Paro il colpo con destrezza, mentre lo afferro saldamente con tutte e due le mani, anzi, il riflesso incondizionato sorprendentemente rapido, mi fa anche destare, riportandomi alla realtà.

“C’è dentro la tua roba Anna!”
Annuisco.
“Paura… è?”
“Un pochina…”
“Visto cosa può succedere nei bassi fondi?”
“Ma che sta succedendo? è un maremoto?”

Ma Marta non dà bado alla mia domanda e si dirige dentro verso il suo Bo. Rimango sulla porta ad osservare i due.
Lei lo accarezza sulla fronte, senza parlagli, poi lui annuisce come a dire ”sto bene, non preoccuparti”.

Entro anch’io e cerco un punto alto dove appoggiare lo zaino, ma non trovo nulla di affidabile.

Arriva Marta, lo prende e se lo porta in corridoio. Lo aggancia a una delle applique rosse viste prima.

Forse il gesto le ha fatto venire in mente qualcosa di importante.
Corre schizzando acqua ovunque verso il portone d’ingresso. Sposta l’anta della porta ancora aperta ed apre un coperchio inserito nel muro.
Fa azionare un interruttore. Si spegne la luce e d’improvviso cessa il rumore del vecchio frigo, di cui solo ora ci accorgiamo.
Poi si gira, collerica, verso Bo:
“Cos’è?! Volete morire fulminati?!”

Non l’ho mai vista così adirata.
“Io… io non ci ho pens-”
“Non parlo con te Anna! Parlo con Bo… porca di quella vacca!”
Va verso un mobiletto, apre il cassetto con uno strattone e si accende una sigaretta.
“Cavolo! Te l’ho detto che se arriva alla prese bisogna spegnere tutto, porca di quella vacca!”

Bo l’osserva come un cagnolino che viene sgridato dalla padrona. Mossa da pietà intervengo in sua difesa:
“Ma, ma non c’è il salva vita che scatta?”
Marta ride, forte, già di un altro umore:
“Vuoi che proviamo? Aspetta che ridò corrente.”

Marta espira la boccata di fumo e si avvia con nonchalance verso l’interruttore… lo sta veramente per riattivare!
“NO!!” urla Bo.

Si gira a guardaci, mimando l’espressione di una sadica.
Gira il palmo in alto e poi unisce le dita in quel classico gesto tutto italico:
“Paura eh?!”
Poi ride: “Così la prossima volta vi ricordate di staccare tutto!”

Tiriamo un sospiro di sollievo; vai capire certe volte che gli passa per la testa a questa matta.

L’amica si avvicina:
“Adesso ci facciamo un bicchierino di roba forte, che poi c’è da fare.”
“Sono pronta. Comandi!”
“Dobbiamo mettere la paratia di acciaio fuori dalla porta, sperando che il livello dell’acqua sia sotto. Anzi meglio farlo subito.”
“E il bicchierino di… roba forte? scusa?” chiedo imperiosa.
“Ah… hai capito la perfettina!”

Butto giù d’un fiato quel che rimane della grappa all’Erba Luigia, con gli occhi ancora lucidi dopo il primo sorso.
Nel frattempo, Marta ha fatto indossare a Bo qualcosa di asciutto, tranne i pantaloni che rimangono fradici.

Da dietro a un mobiletto che quasi galleggia, Marta prende la paratia di acciaio.
Le do una mano a fissarla nella scanalatura all’ingresso dopo averla pulita per bene con degli spazzolini da denti. Stringiamo forte i bulloni provvisti di manopola.

Osserviamo affaticate il risultato.
Anche se il livello dell’acqua torbida è sotto al bordo superiore, non succede nulla.

“E adesso Marta?”
“In che senso?”
“Non succede nulla, non va giù!”
Marta sorride:
“Certo che te di acqua alta… ma ti capisco anche. E quando vuoi che ci arrivi lassù, sopra al tuo bel attico sul Canal Grande?”

Contraccambio la sua frecciatina con un’espressione offesa.

“Ma dai bella! Mica te la prendi vero? Non è un’offesa essere ricca, specie se il pane te lo sei guadagnato.”

Mi guardo attorno, perplessa.
“Che disastro Marta!”
“Eh già. Ed è andata bene che ha smesso di piovere. Non ti dico cosa ho passato per venir qui. Quasi mi toccava farla a nuoto.”
“Potevi ripararti da qualche…” ma mi fermo in tempo; ovvio che era in pensieri per Bo.

“Tutto okay invece voi due?”
“Beh, a parte il gorgo che ci ha sbattuti per la stanza facendoci girare come barchette di carta… sì, diciamo di sì.”
“Sicura? In che senso diciamo?”

Certo che le allusioni, anche se sottili, Marta le capisce al volo!
Ma non mi va di parlarle di quella strana e ambigua situazione vissuta prima con Bo.
Forse è stata solo colpa mia; dovevo capire al volo che in qualche modo aveva percepito cosa stava per succedere e ne era terrorizzato. Aveva paura di fare la fine del topo nelle stive sulle navi che affondano… forse non sapeva se dirmelo o meno?
Cambio argomento.

“E adesso Marta? se non succede nulla che si fa?”
“Se abbiamo fatto un buon lavoro con la paratia, l’acqua si dovrebbe abbassare un pochino. Diamo un’occhiata alla presa più bassa, e se è a posto attacchiamo corrente e accendiamo la pompa.”

Mi guardo attorno demoralizzata; il livello non sembra calare.

“E se ci vuole troppo, mi faccio prestare una pompa col motore a scoppio, quella fa miracoli.”

“Hai il mio telefono per favore?”
“Certo.”
Entriamo dentro, ma prima ridò un’occhiata alla calle.

“Come mai non si vede nessuno Marta?”
“Qui son quasi tutti foresti. Non ci vivono.”
“Anche qui?”
“Sopratutto qui. Che ti credi? C’è la Venezia vera, quella oscura, quella gotica. Quella dei film di Fellini o di Sche… Shi… non mi viene il nome.”
“Shrader”
“Ah. Lo conosci?”
“Più o meno, me ne aveva parlato Mario,” le afferro il braccio con forza:
“E sai quando? Proprio la sera che ci siamo incontrate a quella festa vip.”
Marta va verso il tavolo e riempe i due bicchierini di grappa.

Brindiamo mentre osserviamo Bo che dorme steso sul divano… ne eravamo uscite vive.

“Il mio tesoro… dopo lo devo cambiare, altrimenti si prende un accidente!”

Ci avviamo verso la porta. Osserviamo deluse il livello dell’acqua che rimane uguale da tutti i due lati della paratia.

Poi ho un’idea.
“Mi scoccia richiedertelo, ma mi puoi dare il telefono per favore?”

Marta rientra in casa e sparisce nel corridoio.
Torna con lo smartphone. Me lo passa con cautela:
“Mi raccomando! Non fartelo cadere. Il mio è già andato e quello di Bo chissà dov’è finito!”
“E la linea fissa? non funziona?”
Marta ride: “Roba di ricchi ormai Anna.”

Guardiamo verso l’interno, al locale.
I mobili sono quasi tutti da buttare ed anche il divano su cui ho riposato miracolosamente, non se la passa tanto bene.

“Che disastro Marta! Mi dispiace tanto.”
L’amica scola il bicchierino, ed io la imito.
Tossisco.
“Brucia?”
“Un po’ fortina per un’astemia.”
Porto il telefono all’orecchio.
“Chi chiami Anna? Chi trovi a quest’ora?”
Strizzo l’occhio:
“La cavalleria.”


Scritto di getto; mente e cuore.

Piaciuto?

Alla prossima!


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Ciao!

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