Giorno 3

Sposto la tendina. Ormai si fa sera. Piove e fa molto freddo per la stagione, alla faccia del riscaldamento globale.

Dall’unica finestrella dell’appartamentino al piano terra non si vede granché. La vista dà su una stretta e buia calle, anche se in verità, devo dire abbastanza frequentata.

Bo è di là che dorme; se una specie di stato comatoso indotto da farmaci può definirsi sonno.
Sono passate tre ore, e ancora Marta non si vede.

Subito dopo pranzo, l’ho spedita a casa mia per recuperare il computer portatile e qualcosa da mettere, tra l’altro, non mi ero nemmeno accorta che indossavo alcune sue cose.

Se ve lo state chiedendo… no, il motivetto non s’è ancora presentato, almeno per il momento, ma sono sicura che riapparirà di nuovo nella mia mente.

È una consapevolezza strana, una sicurezza che proviene dall’intimo legata un po’ all’accettazione. Forse, chi soffre di un male cronico come Bo capisce cosa intendo… sul momento si sta bene, ma dovendo costantemente respingere la fattualità che presto dovrà finire.

Vado nel cucinino, predo un bicchiere dal mobiletto sopra al lavello, ancora di pietra rossa Verona come si usava nelle case di campagna.
Apro il vecchio frigo, ricoperto di autoadesivi di qualche campeggio sparso in giro per l’Italia, c’è perfino quello di una famosa discoteca riminese degli anni d’oro.

Niente acqua minerale, solo dei cartoncini da mezzo litro di vino bianco e rosso, c’è anche una bottiglia di vodka… “beoni!” brontolo sorridendo.

Apro il rubinetto e riempio il bicchiere coll’acqua del sindaco, dicono che quella di Venezia sia particolarmente buona, perché viene intubata sulle Dolomiti e poi portata fin qui, sarà…

Mm… vero! Non male. Lascio che scivoli giù rinfrescandomi la gola, ma vengo distratta dal pensiero di qualcosa che ho visto nel frigo.
Lo riapro, osservo di nuovo le stesse confezioni, posando lo sguardo sui cartoncini di vino… ma che stupida! Me ne rendo conto solo ora: ho borbottato!

Bevo un altro sorso e provo a parlare:
“Vv… Vival… di! Vivaldi!”
Ce l’ho fatta, la voce sta tornando, ed ora posso anche ammettere che mi sono spaventata non poco.

DIN DON

Suonano alla porta.

Riempio di nuovo il bicchiere e ne ingoio metà, magari mi può essere utile nel caso dovessi parlare.

Mi avvio a passo incerto, ancora un po’ stordita dalla bomba chimica che mi hanno somministrato.
Apro senza tanti indugi: Mario!

Lo osservo un attimino stralunata, veste elegante, ma si è armato di uno di una di quelle mantelline salva pioggia di nylon, color fucsia.

Sorrido per schernirlo un pochino.

“Mi faresti entrare per cortesia?”
Mi sposto mentre spalanco la porticina per farlo entrare. Quasi si deve chinare per passare all’interno.

Mentre la chiudo rimane a fissarmi con le mani appoggiate sui fianchi.

“Boia che tempo gente! Vento, freddo e acqua, se poi arriva anche l’acqua alta siamo a posto!”
Sbuffa, guardandosi attorno:
“E qui, per giunta, sareste fregati! Non ho mai capito come facciano quei due a vivere qui dentro. A parte la paratia fuori non mi sembra che abbiano chissà che di misure… mah?”

Infila le mani dentro alla mantellina e piano piano la fa scivolare sopra alla testa, poi la piega in due appoggiandola ad un angolo per terra.

Sparisce, penso sia andato in bagno. Brontola qualcosa poi torna asciugandosi i capelli con un piccolo asciugamano.
Lo osservo meravigliata.
“Non preoccuparti Anna, ormai sono di casa qui.”
Si siede sul divano dove ho dormito profondamente.

“Allora? Che hai combinato stavolta?”
Mi avvicino a lui portandomi la mano sulla gola, ma Mario mi anticipa:
“Tranquilla! So che non puoi parlare. Marta mi ha già spiegato tutto. Non sforzarti. Mi ha detto di dirti che ci metterà un po’ visto il tempaccio.”
Butta l’asciugamani bagnato a terra, incrocia le mani dietro alla testa e si lascia inghiottire dal divano.
Sbuffa, quasi fosse infastidito da quanto sta per dire.

“Hai fatto bene a farmi chiamare da Marta, ero molto preoccupato. Capisco che la notizia di Peter ti abbia sconvolto ma sparire così Anna?”

Si fa serio: “Perché non me ne hai parlato? Avrei potuto aiutarti subito! Marta mi ha raccontato tutto!”
Lo fulmino con gli occhi, poi mi siedo al suo fianco sempre col bicchiere in mano.
“Per questo ci sta mettendo così tanto. Poveretta, era fradicia e anche un po’ in crisi, così s’è riparata in un bacaro, mi ha richiamato e raccontato di cosa t’è successo… Da quanto lo stai sentendo?”
Faccio segno con le mani.
“Cosa?!”
Abbasso lo sguardo al pavimento; mi sento in colpa.
“Cavoli Anna, non dico di essere tuo marito e nemmeno il tuo compagno ma ti sono sempre stato vicino mi pare! Perché non me l’hai detto subito?”

Batto i pugni sulle gambe, compreso il bicchiere che riversa il suo contenuto per terra e sui pantaloni di Mario.
“Mm… mi… MI VERGOGNAVO!!” urlo sguaiatamente.
Mario arretra col capo, osservandomi stupito. Poi sorride.
“Bene! La lingua ti sta tornando. Molto bene.”
Si rialza per fare due passi, deve essersi ghiacciato:
“Comunque non serve che parli”.
Si risiede: “Anzi, meglio così!”


Mi sfila il bicchiere dalle mani, lo appoggia sopra al tavolino. Poi me le afferra. Sì, deve essersi preso una bella ghiacciata!
“Ascoltami Anna! Io mi devo allontanare un pochino dalla città per… lavoro. Te la senti di rimanere qui un pochino?”
Faccio spallucce.
“Sono un po’ strani, ma a modo loro ti vogliono bene”
Porto la mano alla gola, faccio forza e provo a parlare:
“Vai in America vero?”
Mario mi osserva come non avesse compreso.
“Vai a vedere cosa è successo a Mc Airon, perché si sia ridotto così?”
“Sì, lo confesso. Voglio andarcene in fondo a questa faccenda… e poi ovviamente c’è il lavoro. Ho qualche contatto da rivedere.”

Mi porto le mani a coprirmi il viso, come temessi la risposta di Mario:
“Dici, dici che sia stata la medicina di quel professore pazzo?”
“Ma, noo,” mi consola Mario. “Scusa, e che cosa c’entrerebbe John con tutta quella faccenda? Lui era in giro per il mondo a far concerti.”
“Dici?”
“Ma certo Anna.”


Mario mi consola con un lungo abbraccio. Un abbraccio che attraversa uno di quei momenti in cui nessuno ha voglia di dir qualcosa, anche fosse insensata, giusto per rompere il ghiaccio.
Passano alcuni minuti.


Mario è sulla porta, sta chiudendo alla meglio la mantellina di nylon. Cerca di stringerla alla vita con la cintura in dotazione; un blando nastrino.
Un folata d’aria mista a pioggia la gonfia dietro come un pallone, così lui stringe, spezzandola. Rimane imbambolato ad osservare i due pezzi rimastegli nelle mani, come un bambino che ha rotto il suo giocattolo preferito.
“Al diavolo!”

Io rido un pochino per la sua goffaggine.
Mi dà un bacio sulla bocca.
“Scappo Anna. Marta sarà qui tra mezz’ora, va bene?”
Annuisco mentre chiudo la porta.

Appoggio la fronte sul portoncino e chiudo gli occhi.

Poi un urlo agghiacciante che mi mette i brividi.

Bo!? Deve essergli successo qualcosa.

Lentamente mi avvicino al corridoio appena illuminato da una luce rossa soffusa. Proviene da due applique di velluto scarlatto. Mi guardo attorno, ma non vedo altre luci.

Una cameretta è vuota, mentre l’altra è chiusa da una porta color avorio col vetro centrale sagomato. Dev’essere quella di Bo.
Dietro alla trasparenza si scorgono dei movimenti distorti dai disegni a rombi…

Oh santo cielo! Che faccio ora? Non conosco così bene Bo! E se avesse una crisi mentale dovuta all’astinenza? Se fosse impazzito?!

“Ma dai Anna, suvvia… è Bo!”, incoraggio me stessa a voce alta.

Faccio per mettere mano sulla maniglia quando intravedo del movimento dietro al vetro. D’istinto la tengo chiusa, ben stretta, e difatti dall’altra parte Bo inizia a forzarla con prepotenza.


“Devo uscire!!” urla fuori di sé.
“Fammi uscire brutta stupida!”
Afferro la maniglia anche con l’altra mano e tiro con tutte le mie forze nella mia direzione.
“Voglio uscire brutta…” e partono una serie di parolacce orribili che accrescono sempre più il mio terrore.

Uno strattone alla maniglia, che quasi mi spezza i polsi, mi fa mollare la presa e cadere a terra.

La porta si spalanca mentre appare Bo.
Porta solo degli slip bianchi e dev’essere in piena erezione.
Il suo sguardo è allucinato, fuori di sé.
Caccio un urlo con tutto il fiato che ho in corpo mentre spingendomi con le gambe, faccio leva sul muro con la schiena. Mi rimetto in piedi all’istante.

Arretro confusa finché l’osservo in volto in cerca di qualche segnale di razionalità. Ma non c’è verso, così scappo fuori dal corridoio.
Cerco di aprire la porta di ingresso mentre lo sento urlare cose incomprensibili, orribili, quasi sataniche.

Bo in questo momento non è l’affettuoso ed invalido Bo, è una bestia capace di far chissà cosa!

Forzo la serratura, quasi spezzando la chiave. Apro per correre in cerca di aiuto, forse Mario si deve ancora allontanare…

“O mamma!” Sta diluviando come non ho visto mai!
I tombini faticano ad inghiottire la quantità indicibile di acqua che si sta riversando nella calle. Decine di ombrelle rotte, trascinate dai gorghi si stanno accumulando formando delle dighe che vanno a fermare secchi e sacchi della spazzatura. In alcuni punti l’acqua sta già lambendo dei portoncini d’ingresso.

“Ma… ma! Ma se esco ora, io, io qui affogo!?”
Mi giro sconsolata verso l’interno, e caccio un altro urlo.

Bo, davanti a me, tutto un tremore, mi sta osservando. Riesce a reggersi in piedi tenendosi sollevato con le braccia tra un mobile e la sua sedia con le rotelline, tenuta ferma trattenendo una rotellina con l’alluce ormai viola per lo sforzo.
Trema, come una foglia, mentre le gocce di sudore scendono dai capelli fradici.
Il viso bagnato è ancora inespressivo, anche se adesso sembra che un piccolo lume, una flebile speranza di vita, si sia riaccesa nei suoi occhi.

D’istinto abbasso lo sguardo sul suo corpo martoriato da anni di sofferenza, spaventata possa seriamente farmi qualcosa di brutto.


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