Da piccolo ho ucciso un pulcino.

Ero nella stalla dello zio, fuori da Venezia, sulla terraferma dei contadini.
L’ho inseguito nel mucchio dove stava caldo e al sicuro finché è rimasto solo. Isolato, addossato al muro.
Il furbetto ha tentato una mossa: “Ah! Se solo avesse potuto volare!”
Ce l’aveva quasi fatta, stava per sfuggirmi, ma io con un calcio l’ho stretto in un angolo.
A modo suo ha implorato pietà perché mi fissava col becco spalancato, muto, tremolante, occhi imploranti… Ma la voglia di schiacciare quel tenero e indifeso batuffolo era più forte di me. Implacabile, irrefrenabile.

L’ho schiacciato.
È morto subito, pigolando un grido soffocato dal mio piede. Pio-Pio: Perché!?

In quell’istante, un senso di disgusto accompagnato da un profondo e ancestrale (sconosciuto) rimorso, ha sminuito la sensazione di potere e di controllo quasi erotica provata poco prima, via-via annientandola, ridicolizzandola.
Sono scappato via, nascondendomi per la vergogna. Mi cercarono per tutto il giorno.

Dopo molti anni, ogni tanto, d’improvviso, ripenso a quel pulcino. Capita in un momento qualsiasi; mentre volo sul mio jet o presiedo a una conferenza, ma mai quando me lo aspetto. I professori dicono che sia una malattia mentale; sindrome di qualcosa.
Si sbagliano.
È una punizione divina, o il karma, fate voi, che mi infligge un senso di colpa tanto forte da farmi farfugliare frasi sconnesse ad alta voce, come mi volessi destare da un brutto sogno.

Pensavate davvero fossi diventato l’uomo che ero per la mia smisurata umanità?

Vi sbagliavate.

Ora che sono cenere non provo vergogna.
Confesso che ho sempre donato con la speranza di smorzare la forza di quel grido mai udito.

Ora basta.
I sorrisi di quei bambini guariti, sfamati e istruiti, possano qui darmi pace tra le acque quiete della laguna.

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