Il Tiziano di San Salvador

Pensate!
Quante persone che hanno attraversato la storia dell’umanità possono essere riconosciute solo pronunciandone il nome?

Cesare, Raffaello, Michelangelo, (anche se adesso qualcuno inizia ad usarlo per Caravaggio), Attila…

Tiziano.

Amor Sacro e Amor Profano di… Tiziano,
l’Assunta di… Tiziano, La Venere di Urbino, (qui non serve nemmeno il nome 🙂 ).

Eh già… Tiziano.

Ai piedi del ponte di Rialto, nella parte che conduce alla Piazza San Marco, ci si trova in un bellissimo campo, una piazza tutta veneziana.

Qui potete ammirare, sovente nascosta tra la folla, la statua del grande commediografo Carlo Goldoni.

Penso che Campo San Bartolomeo sia uno dei luoghi pubblici più affollati del pianeta.
Esagero?
Forse… però sicuramente lo è stato!

Spostandosi di pochi passi, uscendo dalla calca, si arriva in Campo San Salvador, dove fa bella mostra di sé l’imponente facciata di pietra bianca della chiesa omonima.

Ci sono stato una domenica di aprile.
Faceva un caldo pazzesco, (chi mai avrebbe pensato a un maggio di sola pioggia!), e cercavo un po’ di refrigerio.

Mi sono infilato dentro alla svelta, quasi furtivamente. Che io sappia, penso di non aver mai pagato per camminare tra le sue navate fresche, scure e sopratutto silenziose.

La chiesa la conosco un pochino, e so già, che là in fondo, quasi al buio, c’è un vero tesoro nascosto.

Sì, un quadro di Tiziano, straordinario, coi colori intensi, vibranti, che quasi strabordano dalle figure in un tutt’uno d’oro e chiaro-scuri. Un quadro fuori dal comune. Pensate! Siamo nel 1568.

Ma perché dico tesoro nascosto?

Eccovi la prova.

Mi siedo sulla panca vicina, in penombra, e lo osservo.

I numerosi turisti che vi passano davanti, nemmeno lo guardano, nonostante l’imponente cornice marmorea, e, chi lo fa, vi indugia sopra solo per qualche istante.

E sì che parliamo di una tela di due metri e mezzo per quattro!

Due anni fa, ci ho portato anche una ”esperta” dell’arte, senza dirle nulla… stendiamo un velo pietoso.
(Poi, non ho avuto il coraggio di dirle di che cosa non si era lontanamente accorta, mi sarei sentito come se avessi voluto tenderle una trappola).

Qualcuno, delle volte, vedendomi seduto vicino in ammirazione allora si sofferma, incuriosito, cerca la targhetta e poi corre a chiamare la moglie o altri del gruppo.

Sì, è un Tiziano! Vero, originale. Gli dico mentalmente… e che Tiziano!

C’è da dire che la posizione è davvero sacrificata e ultimamente non c’è possibilità di illuminarlo con le monetine. Un vero peccato!

Però io l’ho visto ben illuminato, e ammetto che mi ha emozionato. Come dire… mi è piaciuto da subito, senza nulla sapere delle sue origini blasonate.

La prima cosa che si pensa nel guardarlo?

Ma questo è impressionismo?!

Ecco il bello di questo tesoro nascosto di Venezia.

La critica spietata

L’enorme tela, una pala d’altare, fu uno degli ultimi dipinti di Tiziano.

L’artista ebbe una vita molto longeva, persino se rapportata ai nostri tempi, (in verità, tolta qualche sfortunata eccezione, molti pittori veneziani morirono in tarda età col pennello ancora in mano).

Questo portò alcuni detrattori e colleghi, e in seguito anche critici dell’arte, a considerare la sua nuova maniera di dipingere a macchie buttate lì facendo apparire l’opera non finita, una sorta di menomazione dovuta all’età avanzata.

Ecco cosa ne pensava uno dei più grandi storici della pittura veneziana, Anton Maria Zanetti, sul finire del ‘700.

…alla senile età, in cui, mancando la pazienza e la vista, non possono condursi le opere con molto amore. Quindi ei si ridusse a dipingere a colpi di pennello, usando a fatica le tinte”.

Altri storici e critici furono d’accordo screditando assai le ultime opere del maestro, finché, nel 1878 venne pubblicata un’intera monografia su di lui, nientemeno che dal Cavalcaselle (e Crowe), uno dei padri della critica dell’arte.

In questo lavoro, il grande storico dell’arte legnaghese, rovesciò completamente il luogo comune durato due secoli che identificava le ultime opere del maestro come incompiute, o peggio, fiacche e grossolane.

Egli ne parla come eccellenti capolavori, dovuti a un nuovo stile acquisito con la maturità, dove ogni macchia è ben studiata ed inserita con consapevolezza.

Quella del Cavalcaselle e Crowe fu una monografia molto coraggiosa, andava controcorrente, ma il risultato fu eccezionale:

gli ultimi capolavori caratterizzati da questo suo stile, perdonatemi se uso una mia espressione; ”proto-impressionista”, furono riscoperti e riposizionati tra i vertici dei suoi lavori.

Non servirebbe nemmeno dirlo, ma ho letto diversi libri su Tiziano e osservato per ore i suoi lavori, maturando anche alcune mie idee. (Nel caso non vi bastasse quella avventata di proto-impressionismo).

Ricordo benissimo la sera di vent’anni fa, quando ho comperato Le Vite del Vasari in una libreria di Verona, tutto contento perché in offerta, (è un librone di più di 1300 pagine, fitte-fitte). Costava già poco di suo… 12,90 nella nuova moneta!

Tra le sue pagine, l’autore ci parla dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, come recita il sottotitolo, da Cimabue fino ai suoi tempi ovviamente.

Col tempo però, man mano che vi cercavo i pittori incontrati a Venezia nel mio strano viaggio tutto personale, ho constatato che non ne parlava mica tanto bene.

Così l’ho letto tutto!

Ho scoperto ad esempio che il grande genio, Tintoretto, non riuscivo a trovarlo sul librone non perché se ne era dimenticato o doveva ancora diventare famoso, ma perché l’aveva inserito sotto ad un altro pittore!

Non mi credete?

Se l’avete, (Le vite), cercate: Vita di Battista Franco…
e chi è?
Bo! Io non l’avevo mai sentito, come voi.
Comunque, ad un certo punto il Vasari scrive…

Nella medesima città di Venezia e quasi nei medesimi tempi…” e poi, vai di libere amare interpretazioni atte sminuire il pittore, (gli hanno appena dedicato un film al cinema giusto per dire), tutte condite con una certa acidità.

Ma che gli aveva fatto di male Tintoretto?

Mah…

Un po’ offeso, sia per come ha trattato il ”mio Tintoretto”, sia nell’orgoglio veneto, sono poi andato ”io” in cerca della ”vita del Vasari” e ho scoperto delle cose interessanti.

Non apro una discussione sulle sue capacità di valutazione, dico solo che Venezia lo accolse come pittore, (sì, oltre ad aver scritto Le vite dipingeva pure, e non tanto male), dicevo, lo accolse in modo abbastanza freddo.

Insomma dai… il Veronese, Tintoretto, Tiziano, Pordenone, Cima, Bassano e chissà quanti altri.

Parliamo della Venezia del ‘500 gente!

Che si aspettava di ottenere Vasari con la sua arte di bella maniera? Forse di conquistare i nobili veneziani come avevano fatto gli amici architetti e i poeti scampati al sacco di Roma?

No. Ci provò, con un soffitto alla veneziana, (a cassettoni), poi un sipario teatrale, ma non convinse nessuno.

Se ne tornò a Roma e cominciò a parlare malissimo della metropoli lagunare e dei suoi pittori, tranne di Tiziano suo amico.

Ha avuto in Venezia alcuni concorrenti, ma di non molto valore, onde gl’ha superati agevolmente coll’eccellenza dell’arte e sapere trattenersi…

Sì, Vasari parlava proprio della Venezia del ‘500… robe da mati!

Purtroppo l’ha pagata, e a caro prezzo, visto che molti studiosi, (io non sono nessuno), considerano la sua opera monumentale, Le vite, permeata di forte provincialismo, tanto da inficiarne le notizie riportate.

E come pittore?

Ve ne parla Monicelli nel Marchese del Grillo, vado a memoria, quando l’amico giacobino, nella villa di campagna gli chiede di chi sono gli affreschi.

E ne ho parlato io a Venezia, quando ho cercato le tavole da lui dipinte per il soffitto che vi dicevo, chiedendo lumi, sudaticcio, (e un po’ brillo, ma loro non lo sapevano), a guide che mi osservavano perplesse, dandosi poi di gomito:

I caxetoni dei vasari? Bo? Ma ci xe ‘sto mato?!

L’intuizione del Vasari

Vabbè Andre, ci hai fatto un po’ divertire, ma perché tutto ‘sto discorso sul Vasari?

Ad un certo momento di questo articolo, (che ora inizia farsi lungo), vi ho raccontato di come, già dai tempi in cui era in vita, le ultime opere del pittore venissero da tutti malamente giudicate, finendo poi nell’oblio per secoli, fino alla coraggiosa monografia del Cavalcaselle e Crowe.

Persino nel mio catalogo della mostra su Tiziano del 1935, si fa uno curioso discorso per giustificare il fatto che il maestro stesso abbia confessato al Vasari che non era molto soddisfatto di queste sue ultime opere, ed in effetti lo storico ne ha accennato scrivendo della sua vita. (Io comunque ci credo poco).

Ebbene, sentite che scrisse ne Le vite l’odioso (si scherza) Vasari.

Ma è ben vero che il modo di fare che tenne in queste ultime (opere) è assai diferente dal fare suo da giovane. Conciò sia che le prime son condotte con una certa finezza…
e queste ultime, condotte di colpi, tirate via di grosso e con macchie, di maniera che da presso non si possono vedere e di lontano appariscono perfette…

E questo sì fatto è giudizioso, bello e stupendo, perché fa parere vive le pitture e fatte con grande arte, nascondendo le fatiche.

…da presso non si possono vedere e di lontano appariscono perfette… fa parere vive le pitture.

Non vi suggeriscono niente queste poche parole?

Beh, insomma… dai! mica male!
Forse Vasari è stato uno dei pochissimi ad aver capito, almeno in senso critico moderno, il nuovo modo di dipingere di Tiziano.

Sembra quasi, che tutto il suo risentimento per Venezia sia stato poi controbilanciato da queste poche righe…

che dite? Gliela perdoniamo?

La leggenda del Fecit Fecit

Sempre nel vecchio catalogo della mostra del 1935, forse la prima su Tiziano, ma dovrei accertarmene, si parla di quella che poi divenne una leggenda legata al mito del maestro.

Si raccontava che, conclusa l’opera, (parliamo sempre dello stesso dipinto), pagata bei soldini, i committenti, vedendola, non ne furono affatto contenti, in quanto pareva non finita e dipinta in malo-modo.

Così, il vecchio pittore, d’impeto, alla scritta Titianus Fecit già presente in basso, aggiunse un altro Fecit come a rimarcarne orgogliosamente la paternità.

La notizia del gesto si diffuse, diventando una sorta di leggenda, in quanto sembrava che il vecchio maestro con questa azione ribadisse la propria consapevolezza di valere come pittore, forse il più grande, e forse rinato attraverso il nuovo stile.

Purtroppo però, sovente accade, che il progresso e in particolare la tecnologia, vadano a levare quella patina di magia che ammanta alcune vicende.

In un altro bel catalogo coloratissimo, di Marsilio, questa volta dedicato alla mostra del 1990, si legge che il recente studio riflettografico e radiografico sulla pala, ha evidenziato un’altra scritta sotto i due Fecit, ossia lo stesso ”faciebat” che compare anche nel Polittico Averoldi di Brescia.

Quindi, sembra che il Fecit Fecit sia stato aggiunto in seguito da altri.

Peccato.


Bene. Ci sarebbero mille altre cose da dire, ma io volevo soffermarmi solo sul dipinto custodito nella Chiesa di San Salvador e non parlarvi della vita di Tiziano Vecellio.

La prossima volta che siete dalle parti di Rialto e avete tre minuti, sapete cosa andare a vedere, possa poi piacervi o meno.

Considerate comunque che i giapponesi, di certo non cattolicissimi, un paio di anni fa, prima a Tokyo e poi a Osaka, ne sono ”impazziti”.

Altro da vedere, visto che siete lì?

Un’altra pala di Tiziano collegata a un meccanismo mobile che sparendo, va a scoprire in certe date una preziosissima pala d’argento dorata del ‘300.

Il monumento funebre di Caterina Regina di Cipro, e molte altre opere di grandi pittori veneti.

Lo so, state pensando al quadro di Tiziano che sparisce come per magia… non mi credete?
Guardate il video trovato su Youtube.


Terminerei qui con una domanda, volutamente semplificata, quasi una provocazione, ma perdonatemela, io sono un intenditore un po’ sui generis.

Osservate la tela.

Non è mica che qualche pittore in erba, magari durante il Grand Tour di formazione a Venezia, abbia visto questo quadro di Tiziano, all’epoca nell’oblio, e poi si sia inventato un primo impressionismo?

Fonti

La prima cosa che dovete fare è googlare ”Annunciazione di San Salvador Venezia”, cliccare immagini e godervi qualche foto decente (rara) del quadro. Se è buona vedrete l’angelo vibrare! 🙂

Sempre in rete troverete articoli molto interessanti sia sulla chiesa sia sulla pala.

Bibliografia

So cos’è; il secolo scorso ho passato pomeriggi a compilare quella della mia tesi di laurea scientifica… Ma non voglio faticare troppo e non vi voglio annoiare 🙂

Partirei con:

Le vite del Vasari. Antipatico o meno, è un must da tenere in casa. E, ammetto che mi piace. Per la consultazione e la sottolineatura a matita, ho un Mammut della Newton e Compton.

Tiziano di Marion Kaminski. Uno di quei cataloghi della Konemann economici ma ben fatti a colori.

Tiziano di F. Caroli e S. Zuffi. Editore Rusconi. Caroli credo che sia quel critico bravo e simpatico che si vedeva (o si vede ancora, non lo so) sui Rai 3.

Il colore e la gloria di Alvise Zorzi, della Mondadori.

Cataloghi delle mostre almeno due.

Mostra di Tiziano MCMXXXV (anno XIII). In b/n (per forza) ma ben fatto. E poi nell’introduzione esalta il nostro come il più grande pittore di tutti il luoghi e tutti tempi! Figuratevi come mi son sentito la prima volta che l’ho letto, tra l’altro su un libro scritto in epoca fascista romanocentrica. Si trova ancora, originale.

Tiziano. Edizione speciale… di Marsilio. Del 1990. Bello, coloratissime tavole e un’interessante appendice dedicata allo studio scientifico delle tecniche del maestro.


Sono sincero…. questo articolo è stato una piacevole faticaccia.

Spero vi sia piaciuto.

Al prossimo venerdì. ciao! 🙂

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