Questo scritto è ispirato al racconto di Friedrich Dürrenmatt La guerra invernale nel Tibet.

Terminata la stesura, ne farò un e-book e una versione pdf.

Senza alcuna velleità ho cercato di traslarlo in laguna, adattandolo a una mia visione distopica di Venezia, cercando in alcuni tratti di seguirne pedissequamente le orme, in altri lasciando libero sfogo alla mia fantasia.

Riguardo al racconto originale che dire?
Alcuni quadri, almeno in parte, sfuggono alla nostra interpretazione, tuttavia ci catturano. Questo per me è il caso.

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Sono un sub mercenario, e sono fiero di esserlo.

Io combatto il nemico non solo in nome della Serenissima Amministrazione, ma anche consapevole del mio incarico, che ha per missione combattere i suoi nemici, perché non esiste soltanto per aiutare il suo cittadino, ma per proteggerlo.

Combatto la guerra abissale di Venezia. Abissale perché è la sotto tra i palazzi e le chiese sprofondati nelle piane oceaniche che ci si gioca la vita.

Combattiamo a profondità fantastiche, ai margini di immense fosse continentali oppure sul bordo di bui e paurosi crateri sottomarini. Ci muoviamo nell’acqua tra calli e rovine di antichi palazzi affioranti qua è là tra la buia superficie fangosa piatta. Oppure dentro e fuori tra le grandi cupole sventrate, ora incrostate da uno spesso strato di ”bivalvi” mutanti fosforescenti a tre valve.
Delle volte passiamo dal buio assoluto, all’accecante riverbero del materiale fissile liquido, riemerso ancora in combustione da qualche crepa profonda.

La lotta è durissima perché amici e nemici indossano tutti la stessa muta di gomma nera.
Una guerra crudele dove da ogni anfratto può uscire un pugnale o una fiocina tridente pronta ad infilzarci mortalmente.

I nostri nasi sono sempre congelati, le labbra e le orbite paonazze e rigonfie dall’eccessivo uso di maschere schiacciate dalla pressione disumana da sopportare.

L’esercito mercenario della Serenissima Amministrazione è composto da gente di tutte le parti. Dentro alle spesse mute di gomma, vi si trovano schiacciati corpi di alti scandinavi biondi dagli occhi bianchi come i ragni delle caverne, nani di pelle scura oppure vere mantidi negre di due metri dal collo allungato, fianco a fianco, a ricordare le antiche tribù Hutu e Tutsi.

Vi combattono ex soldati, assassini violentatori fuggiti grazie a qualche tumulto, membri di organizzazioni clandestine scomparse, avanzi di galera, killer e spietati cecchini dell’Est delle antiche guerre di superficie, torturatori professionisti di qualche scomparsa potenza mondiale.

Vale lo stesso per l’esercito nemico.

Quando non combattiamo, ci togliamo le maschere per muoverci tra le gallerie e i cunicoli impermeabili scavati in tempi remoti in questa strana città, sprofondata nel mare chissà quando e perché, salvandola dall’annientamento.

Respirando elio e ossigeno passiamo da un palazzo all’altro, da una chiesa all’altra, muovendoci in un groviglio confuso di calli intubate che a volte ci porta a scontrarci col nemico massacrandoci.

Non siamo mai al sicuro, nemmeno nel casino sotto alla Rotonda, da cui prende il nome, un antico palazzo che si pensava scomparso secoli fa, ancor prima della guerra, poi riapparso sul fondale melmoso in seguito ai smottamenti tellurici post atomici.

Vi sono prostitute da ogni parte del pianeta e anche il nemico le frequenta visto che gli ufficiali addetti al bordello si sono accordati. Soluzione resasi necessaria per tenere controllato il problema nato dall’astinenza prolungata.

Il pericolo purtroppo rimane, più di un mio compagno è stato pugnalato mentre era steso sotto una puttana con la muta abbassata fino alle ginocchia. Qualcuno anche ci rideva; gemere alla morte in atmosfera d’elio può render la cosa cinicamente divertente.
La stessa sorte che toccò al mio comandante, già mio leader nella terza guerra mondiale, il quale preferiva i bordelli sozzi e corrotti delle truppe a quelli profumati di lavanda e benzalconio degli ufficiali.
Ricordo benissimo quando lo rincontrai.


Venti, forse trent’anni fa, ormai non li conto più da un pezzo, mi presentai a una postazione di superficie della Serenissima Amministrazione sopra una bagnarola munita di un potente fuoribordo, con in mano un unico documento; la patente di guida europea elettronica.

Ero ”fuggito” dalla grande piattaforma di spazzatura, una sorta di isola galleggiante che si era creata dall’accumulo dei rifiuti buttati in mare dalla precedente civiltà scomparsa.
L’isola, che si diceva estesa quanto la Svizzera, era costituita da un’infinità di contenitori galleggianti dalle mille forme e colori, derivati dal processo di lavorazione dei combustibili fossili perpetrato incoscientemente per secoli.
Le radiazioni e le ondate d’alta temperatura non fecero altro che fondere il tutto in un amalgama plastico imprigionando al suo interno carcasse gigantesche di cetacei, tartarughe, stormi di uccelli e corpi umani. Proprio vicino al posto dello scambio, delle enormi costole di balena scarnate dai primi coloni, delimitavano l’area dove ci si poteva divertire.
Purtroppo sull’isola vigeva esclusivamente lo scambio di tipo omosessuale. L’eterosessualità, consentita solo ai gerarchi e a pochi prescelti, era punita col bando nel caso di rapporto consensuale. Viceversa, quando si usava violenza, si veniva buttati vivi nelle gabbie d’allevamento in mare a ingrassare i pesci. Io, evidentemente fui condannato nel primo frangente.

Qualcuno al comando, un giorno deve aver deciso che gli esseri contaminati non avrebbero mai più dovuto generare mostruosità… come biasimare una simile scelta?


Non fu difficile arrivare sul luogo dove si combatteva ancora. Alcuni reduci mercenari presenti sull’isola, sfuggiti al massacro e al successivo cataclisma, spesso parlavano della Serenissima Amministrazione, luogo in cui si poteva ancora combattere. Luogo in cui molti mercenari e soldatesse non erano contaminati. Luogo in cui era permessa se non incoraggiata, l’eterosessualità.

L’arma finale che causò lo spostamento delle placche continentali in senso invertito, quasi in un percorso geologico accelerato a ritroso, portò alla formazione di due supercontinenti, uno nell’emisfero nord e uno in quello sud.
Il Mediterraneo era scomparso sostituendosi all’oceano, come nell’antica Laurasia.
Non fu difficile localizzare il tratto continentale del luogo dove si combatteva la battaglia decisiva.


Arrivai al punto di superficie parecchio sfinito. Lo strano isolotto era formato da una dozzina di curiose zattere galleggianti di metallo, unite tra loro da delle pesantissime catene di ferro arrugginito, alcune chiuse da una tettoia a mo’ di scatola.
Fui subito messo fuori combattimento del tutto da una donna ufficiale che mi trascinò in una vicina casetta galleggiante che chiamava pontone. La zattera aveva pure un nome, desumibile nei caratteri cubitali leggibili tra le bruciature lasciate dall’inferno atomico; S Marcuola Casinò.
Mi fece spogliare nudo. Dopo avermi scandagliato con una specie di contatore Geiger per accertarsi sul mio grado di purezza, mi buttò sopra a un materasso lercio messo di fianco a una panchina di ferro arrugginita.
Poco dopo che mi fu sopra, ansimante, passarono di corsa dei bambini calpestando la muta di gomma con lo stemma da ufficiale che s’era tolta.
Ambedue distratti dal chiasso di quei sudici mocciosi ne approfittai subito. Racimolai le poche forze rimastemi e scavalcai la nuda virago per gettarmi completamente graffiato dietro a una porta che celava una botola con sorpresa.
Prima fui risucchiato, poi le orecchie d’improvviso si tapparono per la pressione e iniziai a cadere, cadere, a cadere sempre più veloce. Ero sigillato all’interno di un tubo pneumatico, sparato come un proiettile verso gli abissi. Non avrei mai più rivisto la luce del sole.


Piaciuto? devo continuare?

A presto.

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