Questo scritto è ispirato al racconto di Friedrich Dürrenmatt La guerra invernale nel Tibet.

Buona lettura!

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Mi svegliai d’improvviso, tossendo violentemente del liquido biancastro e denso uscitomi dai polmoni. Mi sollevai sulle ginocchia, ancora nudo ed iniziai a guardami attorno.
Mi trovavo in un locale quadrato, illuminato da delle luci al neon. Alle pareti bianche erano appese delle mute di gomma, nere, qua e là delle mensole con sopra degli elmetti molto strani che ricordavano dei caschi da palombaro.
Dietro all’unico mobile presente, una scrivania, stava seduto un sub mercenario.
Indossava una muta nera, come quelle appese. Sotto al suo elmetto stavano impilate diverse riviste pornografiche.
Armeggiava con un fucile subacqueo sul quale teneva premuta con forza una bomboletta di metallo.
Mi alzai in piedi, vomitai lo stesso schifo uscito poco prima dai miei polmoni.
Finalmente si accorse della mia presenza:
“Eccolo il novellino!”
Annuii, pulendomi alla meglio le bave con il braccio.
Sorrise, o almeno così sembrò: “Liquido amniotico. Ti ci abituerai molto presto.”
Mentre apriva il cassetto cercai di mettere a fuoco il suo volto. Nemmeno sull’isola galleggiante avevo visto simili mutazioni. La sua faccia, di una bruttezza indescrivibile, assomigliava a una di quelle scodelle antiche recuperate in mare completamente ricoperte di cirripedi e polipi.
Mi fissò, ma io fui più svelto di lui nel girare lo sguardo. D’istinto mi portai le mani sui genitali, ero ancora nudo, ma lui fece una morfia beffandosi del mio pudore, forse del tutto fuori luogo in un posto come quello.
“Questo è il modello F-ventiquattro che devi firmare.”
Mi avvicinai alla scrivania, sempre con le mani tra le gambe e tremolante per il freddo.
“Devi spuntare la voce se credi o no all’immortalità dell’anima.”
Afferrai la matita, e solo allora mi accorsi che le nocche erano escoriate. Spuntai la casello del No.
“L’altra, riguarda l’esistenza del nemico,” mi lanciò un’occhiata, “credi all’esistenza del nemico? vero?”
Annuii, ma chinandomi ancora sul foglio, mi accorsi che non c’era scelta; l’unica casella presente era quella del Sì.
Il mercenario mollò la presa dal fucile pneumatico; la scelta, forzata o meno, di credere ciecamente all’esistenza del nemico, probabilmente mi salvò la vita.
“La tua matricola è AP 1990421. Firma sotto e provati una di quelle mute.”
Firmai senza guardare e mi girai verso la parete con le mute appese.
“Ti serve questo,” mi allungò una boccetta contenente lo stesso liquido uscito dalle mie viscere.
“Mettitela su tutto il corpo. Entrerai nella muta come infilare un guanto.”
“E uscirne?” furono le mie prime parole.
“Come un gambero… in muta.” Rise tra sé, almeno così mi sembrò, ad una battuta che non fui in grado di capire.
La sua risata iniziò a farsi più acuta assomigliando sempre più a quella di un bambino col naso tappato.
Mi appoggiai al muro, sbalordito. Capii che stavamo respirando aria satura di elio, a chissà a quale pressione. Non saremmo mai potuti risalire in superficie, non nell’immediato almeno.

Il mercenario si avvicinò al mio viso guardandomi di traverso. Sentii il suo odore; lo stesso degli scogli che seccano al sole durante la bassa marea. Con uno scatto mi mise davanti un fucile da sub, lungo più di un metro.
“Questo è un centodieci oleopneumatico modificato. Lo puoi usare a carica manuale oppure a gas. Caricato ad arpione, ti sfonda uno scafandro a quindici metri. Se usi la fiocina tridente, alla stessa distanza provochi ferite quasi sempre mortali. Tieniti venti metri di sagola per il recupero. Le aste d’acciaio inossidabile sono sempre più difficili da trovare.”
Nel frattempo mi ero già infilato nella muta.
“Tieni! Attento che è già pre-carico a 100 bar.”
Mi guardò di nuovo di traverso. Arretrai un pochino per non scontrarmi con un’altra vampata di alghe marce.”
“Lo sai usare almeno?”
Lo afferrai con sicurezza: “Domanda scema!”
“Okay-okay vecio. Non sono mica tutti troie da combattimento come te.”
“Vecio?”
“Sì, si usa nella Serenissima Amministrazione per dirsi amico.”
Feci spallucce.
“Okay vecio.”
“Dai! Andiamo Diciannove.”
“E perché Diciannove?”
“Perché il tuo numero inizia con diciannove.”
Lo guardai, e mi anticipò.
“Finiamo tutti, anche i più alti in grado con quattrocentoventuno… e non me lo chiedere mai più.”

Ci immergemmo nell’acqua ghiacciata muniti di zavorra attraverso un’apertura nel pavimento. Aggrappati ad una fune ci lasciammo cadere nel buio per circa una ventina di metri.
Ad un certo punto, tra i grigi della piana abissale iniziai ad intravedere le cupole più grandi e alcuni tetti dei palazzi rimasti. Alcune torri terminavano con croci o angeli ormai irriconoscibili per lo spesso strato di molluschi che li ricoprivano.
Giunti sopra a un tetto con ancora evidenti i resti di un parapetto a merletti ci fermammo.
Il sub mercenario mi fece segno di mettere le pinne. Le levai dal gancio dietro alla schiena in prossimità del bombolino e con gran fatica mettendomi seduto riuscii a calzarle.
Scendemmo di fianco ai resti di un palazzo sventrato, poi pinneggiando immersi in quella strana luce; un miscuglio di grigi, verdi e blu in tutte le loro tonalità più cupe, raggiungemmo un edificio rimasto quasi integro.
Avvicinandoci mi accorsi che la sua facciata emetteva una strana luce, come fosse stata ricoperta d’oro. Sapevo benissimo che probabilmente era solo opera dell’esposizione all’onda radioattiva.
Da tutti e tre i piani partivano dei grossi tubi neri, che salivano perdendosi nel buio, correvano orizzontali verso altri palazzi oppure scendevano conficcandosi nella melma e a tratti, anche nella roccia viva.
Mi avvicinavo a quella visione fantastica, amaliato da tanta bellezza architettonica dal sapore gotico, mischiata alla struttura tubulare cubista, quando alle nostre spalle brillò una forte luce azzurra.
Il lampo fu molto intenso e per alcuni secondi le facciate di alcuni palazzi apparsi dal nulla rimasero iridescenti.
Da qualche parte era esploso un ordigno nucleare, probabilmente a fusione. Qualsiasi cosa si fosse trovata sulla sua verticale nel raggio di chilometri, anche una portaerei, sarebbe scomparsa.
Il mercenario fece segno di sbrigarsi. Pinnegiai più forte che potei. Ci infilammo di corsa all’interno del porticato del primo piano, poi sotto a una campana subacquea usata come ingresso.
Fuori dall’acqua mi tolsi velocemente le pinne e l’elmetto con il respiratore e lo seguii attraverso una botola.
Poi di corsa col fiatone su per una stretta scala verticale, una specie di tubo affogato nel cemento armato. Il bombolino ricolmo della miscela che ci dava la vita, graffiava contro la parete. Giunsero le vibrazioni dell’onda d’urto che quasi mi fecero cadere, avrei fatto un volo di diversi metri se non fossi stato scaltro nel stringere il corrimano.
Usciti dalla scala di ferro e cemento attraverso una botola, ci trovammo in una sala enorme illuminata da delle luci verdi. Alle pareti si trovavano ancora appesi immensi quadri, preservatesi Dio sa come, per secoli. Carcasse di computer alti due metri occupavano tutta l’area centrale, alcuni di questi ancora vitali. Mi sentii osservato da quelle strane luci rosse e gialle presenti sotto alle bobine ancora in rotazione.
Ci girammo attorno guardinghi con i fucili pronti a sparare l’arpione, ed entrammo in una saletta completamente rivestita di marmi.
Finalmente il mercenario appoggiò a terra il fucile, le pinne e la sacca impermeabile. Si sganciò la bombola lasciandola cadere a terra di proposito. Il fondo si conficcò in una delle mattonelle di marmo bianco del pavimento.
Si girò e mi fece un cenno che compresi al volo; dovevamo riposarci. Lo imitai togliendo tutto, mi appoggiai con la schiena alla parete di marmi colorati lasciandomi scivolare a terra.
Mi voltai a guardarlo mentre mangiava da una scatoletta di latta, immerso in quella strana luce verde; la sua bruttezza non mi faceva alcun effetto, anzi, mi era diventata famigliare.

Dormii per un tempo imprecisato. Mi alzai mentre il compagno, il vecio, sonnecchiava. Fu allora che lo vidi, forse dopo essermi abituato a quella strana luce, quel strano quadro appeso al centro della parete.
Il suo corpo era statuario, come quello di un soldato, probabilmente un mercenario. Sembrava fatto della stessa consistenza di tutta la pietra della stanza.
I mercenari si erano divertiti a fare del tiro a segno, visto che sul petto, sui fianchi e sulle gambe, aveva conficcati gli arpioni dei fucili di ordinanza. Mi avvicinai a quel strano guerriero coperto da un unico straccio attorno alla vita, accorgendomi che molte di quelle frecce erano state disegnate tanto bene che parevano vere. Il suo sguardo non tradiva sofferenza, anzi, sembrava dispiaciuto per un suo motivo particolare mentre fissava verso l’alto.

“Ti piace?”
La voce acuta mi fece sobbalzare. Dovevo ancora abituarmi alle strane frequenze che le nostre corde vocali emettevano in atmosfera di elio e chissà cosa.
Mi girai, scrollai le spalle.
“Ho provato anch’io a toglierne qualcuna. Come ti dicevo le aste d’acciaio, e tra un po’ anche gli arpioni, inizieranno a scarseggiare. Ma non c’è stato verso.”
“Metà sono dipinte,” chiarii.
Si limitò a scuotere la testa, non aveva capito. “Andiamo!”

Uscimmo attraverso una camera stagna posta nello stesso piano. Un tempo fu sicuramente una specie di grande terrazza, probabilmente un promontorio sopra il mare. Il colonnato chiuso ermeticamente da fuori, come tutti gli spazi in cui non c’era acqua, ricordava più la trama di un tessuto orientale tanto era leggero e complesso.

Scendemmo a picco per diversi metri, poi girammo l’angolo di una chiesa da cui non partiva alcun tubo, probabilmente implosa e allagata. Entrammo nuovamente attraverso una campana subacquea in una specie di torre, forse un campanile. Prendemmo un montacarichi pneumatico innestato all’interno di un tubo del tutto simile a quelli visti fuori, ma di cristallo.
Quando la porta si aprì mi si tapparono le orecchie. Crollai a terra.

Due ceffoni mi fecero riprendere i sensi. La muta mi era stata abbassata fino all’ombelico.
“Andiamo! Mercenario Diciannove!”
La voce del compagno d’armi si era fatta ancora più strana, avrei voluto chiederli a che razza di pressione ci trovavamo, o perché non usavamo le condotte, ma non lo feci. “Dove sta il nemico?”
“Quando saremo in acqua, spara a qualsiasi cosa che vedrai muoversi!”
Caricati i bombolini attraverso dei manicotti che fuoriuscivano da una colonna di acciaio a ridosso del tubo di cristallo, tornammo nelle tenebre.
I colori ormai non erano più distinguibili e tutto ciò che si vedeva in lontananza appariva come una chiazza verde-scura.
Procedendo affiancando una grossa condotta per una dozzina di minuti, arrivammo tra i vicoli intricati dell’antica città di Venezia.
Procedemmo attorniati da una nuvola di meduse luminose, incuriosite dalla nostra presenza. Saremmo stati un facile bersaglio, senonché ad un tratto il tappeto urbano sembrò spezzarsi in prossimità di una fossa oceanica. Sotto di noi il vuoto. Scendemmo in verticale finché non fummo quasi completamente al buio.
La pressione schiacciava l’elmo e la cassa toracica, il dolore allo sterno era ormai insopportabile.
Finalmente entrammo dall’alto in quell’intricato groviglio di strette vie e tubazioni. Nonostante l’evidente profondità in cui ci trovavamo, una sorta di debole luce verde di fondo sembrava avvolgere ogni cosa.
Il mercenario, portò il fucile pneumatico in avanti, pronto a sparare. Si fermò tenendosi in equilibrio aggrappato ai resti di un ponte di marmo. Indugiò un attimo e vi passò sotto. Ripartì veloce.
Lo rincorsi. Feci di testa mia, e sopra al ponte fui raggiunto da due arpionate che mi mancarono d’un soffio. Uno degli arpioni riuscì a conficcarsi nel marmo.
Ero di nuovo nella terza guerra mondiale.

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Interessante? fatemi sapere.

Alla prossima settimana.

Ciao!

 

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