Uno scrittore nascosto e impenetrabile, divenuto ricchissimo, cuce su misura con le parole, la trama di quell’esperienza di vita che hai solo potuto in parte immaginare.


Monika
Il lavoro a San Sebastiano

Il motoscafo vola sulle onde della laguna. Monika è in piedi, a fianco del tassista, decisa a beccarsi tutta l’aria e qualche spruzzo.
Non si ammala mai. Mai!
Questo la preoccupa un pochino; è convinta che quella volta che si ammalerà sarà per un motivo letale. Tutto o niente. Come suo padre.
Non si rende conto di quanto faccia preoccupare anche me questa stranezza, che potrebbe anche esser vera.

Finalmente scende, si siede sulla poltroncina di fronte.
Abbasso il giornale e la guardo, in attesa della sua attenzione.
“Fino a quando rimangono gli americani?”
“Non me l’hanno detto, probabilmente anche due settimane.”
“Però!?”
“Giulio, non ti ha detto niente?”
“No. In verità sembra un po’ preso a servire la sua padrona; in modo piuttosto zelante direi. Non abbiamo ancora avuto modo di vederci da soli, con calma. Poi, sai, con lei sembra un’altra persona…”
“Non si era capito! È molto diverso da come me l’avevi fatto immaginare.”
“Ma è così! Probabilmente fatica a modulare il suo comportamento passando da factotum della signora ad amico. Non so se mi spiego.”
“Sì, ho capito. O forse semplicemente è molto preso da quello che gli sta succedendo. Ha la possibilità di vedere e fare cose molto esclusive, tenendo compagnia a una donna molto intrigante, sbaglio?”
“Sì, è intrigante. Ne abbiamo già parlato… non devi essere gelosa di lei.”
“Già, è vero! Non veste da camera come…”
Interrompo Monika: “Ancora con la storia della proprietaria orientale,” lei si alza, chiede qualcosa al conducente, si risiede.
“Pietra sopra! Poi sono già state avvisate. Tranquillo. Abbiamo ancora mezz’ora buona, c’è traffico in città. Volevo proprio parlarti del locale a San Sebastiano. Allora: il muro trasuda colori, ma purtroppo sembra solo sporco.”
“Sono perplesso. Strano?”
“È così! Antonia ci ha passato due giornate intere, muovendo millimetro per millimetro, abbiamo tolto quasi tutto. Non c’è niente!”
“Spettrofotometria? Test di datazione?” chiedo serio.
“Ehi! Piano, a piano! La spettrofotometria indica che i colori sono minerali, veri, ci sono anche delle colle miste di origine animale. La datazione con così poco materiale a disposizione ci costa troppo, sia a noi sia alla cliente. E poi ti riconfermo che lì sotto non c’è più niente, nie-n-te!”
“Ci sarà rimasta male, intendo, la padrona.”
“Sì, molto. Sai, non è poi tanto sgradevole. Da quel che ho capito hanno fatto un grosso investimento qualche anno fa, poi è rimasta sola, non chiedermi se vedova o cosa. Sperava che un ritrovamento importante potesse dare più visibilità al locale. Nel caso il ”tesoro” fosse stato sequestrato dalla sopraintendenza si sarebbe anche accontentata di una copia, con ovvio riferimento al luogo di ritrovamento sulla targa dell’originale esposto.”
“Beh, la bellezza del cortile interno fa già tanto di suo, unita ad un evento di questo tipo…”
“Infatti! Visto che il locale è suo, ma la corte interna è in affitto con diritto di prelazione, non sanno che fare…”
“Sanno?”
“Sì! Lei e la figlia. C’era anche lei; è sveglia come la madre.”

Mi giro sul fianco ad osservare la laguna.
Un’altra committenza si era probabilmente chiusa senza che ne uscisse un grosso lavoro. Forse Monika era un po’ preoccupata per come stavano andando le cose.
Insomma! Non si poteva sempre pretendere un turn-over di cinque-dieci lavori assieme!
Il lavoro di Miami era stato molto interessante, e poi non era escluso un proseguo con altri lavori. La signora sembrava interessata all’arte, magari parlando con Giulio qualcos’altro saltava fuori.
C’era il lavoro sulla grande tela da finire e poi dovevo portare la stampa dell’opera di Galilei al vecchio, me ne stavo per dimenticare.

Monika si alza, si siede a fianco abbracciandomi da dietro.
“La bambina è a posto fino a domani, da mia madre”, sposta in avanti la testa, sopra la mi spalla, mi fissa il collo, dove sta la carotide, abbassa il colletto e l’accarezza con l’unghia dell’indice destro:
“Che ne dici? Seratina tranquilla? Cena a S. Elena, ritorno passeggiando. Poi ci fermiamo da te…”


Apro gli occhi. Monika è seduta alla pettiniera, si sta spazzolando i capelli davanti all’enorme specchio. Non avevo mai notato quanto fosse più grande rispetto al consueto. Il mobile è laccato, del settecento veneziano, originale, lo so per certo; l’avevo visto in un palazzo prima che fosse pignorato e messo all’asta.
Mi alzo dal letto mettendomi seduto in corrispondenza del piccolo scrittoio da camera. Apro le tende. Traffico! Come sempre. Che bellezza!
Tutti vogliono passare sotto quel ponte che sta lì da cinque secoli, tranne qualcuno che va a… [blu, blu] …nuoto.
Monika sta togliendo dei capelli rimasti impigliati nella spazzola.
[Stavo sognando… cosa? Blu!?]. Mi sfrego la faccia; [déjà vu! Ci sto cascando dentro in pieno. Devo uscirne!] Monika mi dà un’occhiata attraverso lo specchio, poi raccogliendosi… “No! Non lo fare Monika!”, sto urlando!
Monika si ferma con la ciocca di capelli in mano. Mi guarda preoccupata.
“Ti prego non lo fare! Alzati… anzi; buttati a terra e fai qualche flessione, ti prego!”
[Flessioni!? A volte mi preoccupa!]

Assistendo alla scena come non fossi in me, cerco di impedire a Monika di raccogliere i capelli, la raggiungo con uno scatto, ma lei si spaventa e scivola aggrappandosi allo specchio.
Lo specchio si stacca dai supporti del mobile, sta per caderle addosso, mi butto a carponi tra Monika e lo specchio, punto le braccia, le mani sostengono la cornice, lo specchio per un istante si allinea con quello sopra al baldacchino, mi travolge un lampo blu, [il sogno!] poi ne rallento la caduta.
Lascio uscire Monika; sconvolta. Poi mi sposto, e mi aiuta ad appoggiarlo al bordo del materasso. [Dovrebbe tenere.]

“Ma sei impazzito?!”
“Scusa… sì… ti spiego…”
“Ti conviene! Un’altra al posto mio chiamerebbe le guardie!”
“Sì, sì… ho capito. Non volevo farti male, nemmeno spaventarti…”
“Credo bene!”

Monika mi fissa pensierosa; [guardalo. Sembra veramente che venga da un altro mondo! Chissà che ha combinato stavolta?]

“Stavo per cadere in un déjà vu; nel senso che non riuscivo a fermarlo, dovevo fare accadere qualcosa di insolito, di molto diverso, riesco a spiegarmi?”

Cala il silenzio, passano i minuti.
Monika, seduta allo scrittoio, in vestaglia rosa, accavalla le gambe lasciando penzolare la sabot da camera, si afferra i capelli, sta per raccoglierli dietro ma si ferma e mi fissa, “Fai pure! Sto bene! Ora è tutto a posto. Pericolo scampato!”
Mentre sistema i capelli dietro la nuca, si alza per guardare sotto, poi senza girarsi, molto fredda: “Lasciami metabolizzare la cosa!”
Mi spavento, quando è così, sembra ti possa mollare da un momento all’altro.
[Ma sì! Il sogno!]
“Monika posso dirti cosa ho sognato? Forse anche quello ha contribuito a incasinarmi un pochino questa mattina.”
“Concesso.”
“Eravamo, o ero, sai come sono i sogni, alla Chiesa di San Lazzaro dei Mendicanti, quella dentro all’Ospedale Civile”
“Sì, ne abbiamo parlato poco tempo fa.”
“Beh, stavo dormendo lì, su di un bel lettino di ferro battuto, sopra, dove c’è l’organo, non chiedermi perché. Mi sveglio, pacifico, sì, nel sogno, non chiedermi perché, ed inizio a girare tra le pale d’altare.
Passo sotto a quella caspita di crocefissione del Veronese, poi mi fermo al Tintoretto, alla pala di Sant’Orsola con le vergini. È talmente colorata da confondersi con la visione del Tintoretto…”
“Scusa? Cosa hai detto? Visione?” [interessante…] “E nel sogno scusa? Il Tintoretto l’hai visto ”speciale” o come lo vedono tutti?”
“Bella domanda! Non so risponderti, la cosa mi incasina parecchio, dentro di me è speciale ma se provo a ricordare il sogno, come lo vedevo… ha dei colori accesi ma normali, diciamo così.”
Monika alza il sopracciglio: “Già. Confuso!”
“Ad ogni modo, passo alla pala a fianco, che non ho idea di chi sia. Penso rappresenti Sant’Elena che prega sotto la croce. Non mi sembra la mano dei “nostri”, indifferente sto per proseguire quando con la coda dell’occhio vedo il cielo sullo sfondo farsi blu, di un blu inspiegabile!”
“Perfetto! Una visione in un sogno, ci mancava!”
“Vuoi che ti racconti?” Monika si scusa con la mano, poi col palmo si tappa la bocca.
“Insomma, c’è sto blu che non capisco niente, quando mi accorgo che mi sta per cadere addosso! Ma sai come sono i sogni; se vuoi scappare mica è detto che ci riesci!”
“La pala?! La pala ti cade addosso?”
“Sì-sì! La pala. Ma non mi fa male, per niente stavo sognando, ma mi trovo le mani e le braccia sporche di quel blu acceso. Mi guardo i palmi, sporchi di blu, spaventato, come avessi combinato un disastro, mi agito e mi sveglio.”

L’espressione di Monika è divertita ed incredula.
“Ma un sogno del genere, che ti ricordi anche bene… insomma, qualche significato l’avrà? O no?”
“Non so se abbia una spiegazione, ma è curioso che è stato proprio lo specchio della pettiniera che stava per cadere a farmelo ricordare così bene…”
“Intendi per lo spavento?”
“No, no. Un riflesso… [come glielo spigo?]. Senti Monika, si sta facendo tardi. Meglio se passi da sola a chiudere il lavoro a S. Sebastiano?” …[2×2=4, ho capito!]
“Beh! Non ti è proibito vedere la tua dea cinese.”
“Monika!”
“Sì?”
Inizio a ridere come un pazzo, chissà se sentono tutto nell’albergo al piano di sotto.
Monika ancora in ciabatte e vestaglia si alza;

“La pianti? Che hai da ridere così?”
Mi lancio sul letto a pancia in su, con la leva sposto lo specchio del baldacchino; compare la più bella strada del mondo.
“Il dipinto a S. Sebastiano c’è! Lo abbiamo cercato nel posto sbagliato.”
“C… cosa intendi?!” [diavolo!]
“Sta nella tavola. Il tavolone grosso che usano di protezione…”
“Il tavolone grosso?!”
“Ma sì, dai. Hanno preso lo sgabello per spostarlo… con tanto zelo!” Monika fa una smorfia, poi sorride.
“Ma l’avremmo visto, dici di no?”
“Beh, come sai io ero intento a guardare altro…”
“Lo so, lo so! Ma un segno, una macchia.”
“Fidati, è la tavola… dove sta ora?”
“È sicura! Ci abbiamo appoggiato sopra gli attrezzi; loro non toccano mai niente…”
“Forte! Mi raccomando; fagli una foto prima di levare tutto, potremmo usarla come immagine…”
“Sì, ho capito.” [Ha sempre le idee migliori!]
“Probabilmente è stata appoggiata lì chissà per quanto tempo, forse secoli, probabilmente c’era una finestrella da chiudere. Dai colori residui si potrebbe trattare di un quattrocento, figurati quante ne sono successe in quella corte. Qualcuno potrebbe avergli dato una mano di colore ”impermeabilizzante” per non farla marcire, poi sono arrivate le grondaie… Poi di nuovo decadenza, grondaie rotte, acqua sopra. I colori sono essudati dal legno ed hanno imbrattato il muro.” [Già: proprio come la pala del sogno sulle mie mani.]

Monika è alquanto eccitata.
“Incredibile! Mi vesto e vado subito!”
La fermo, prendendole la mano, e cerco di trascinarla sul letto.
“Monika… perché non resti un pochino…”
“Perché c’è metà specchio, tra l’altro da far sistemare, sul tuo letto.”
“Ci mettiamo di traverso, al massimo lo rompiamo. Pace!”

Monika si decide; scioglie i capelli, sale sul letto inginocchiata e si sbottona la vestaglia.
Che visione!
Prende colore. Le guance e il collo si gonfiano. La bocca si allarga. Le narici, pulsanti, si divaricano.
“Che dici? Le posso tenere le sabot?”
“Ti prego!”
Avanza sulle ginocchia, ormai è sopra, con la bocca si avvicina all’orecchio, gli incisivi afferrano il lobo:
“Che dici? Posso indossare anche i tuoi calzini di lana?”

Monika
Ancora dal libraio

“Sì, ciao matto! Ho visto le tue chiamate… passata la luna?”
“Sì-sì, arrivo!”
“Son col barchin!”
“No, non c’è Mario, sono da solo, dove l’ormeggio?”
“Lo tiro en seca?”
“Ma guarda chel pesa! No son mia la Monika!”
“Sì, la nebbia. Lo so!”
“Guarda che spengo il telefonino. Mi distrae!”
“Ho paura delle bricole…” (pali in acqua)
“Sì! Prepara l’ombra.” (il bicchiere di vino)

Spengo il telefono, che nebbia; il tempo di vedere chi ti sta chiamando e ti ritrovi dentro alle bricole senza accorgetene.
Mi strofino gli occhi come se potessi vedere meglio, poi brontolo:
“Ocio, vecio!” (Attento, amico!)

Ce l’ho fatta, trovo una spiaggetta di ghiaia piena di rifiuti. C’è anche un topo morto.
Topo?! Sembra più una nutria. Un brivido mi passa la schiena, subito dopo parte la voce del Cinegiornale Luce.

[In un futuro apocalittico l’incomparabile città verrà invasa dalle nutrie, armatesi ed adattatesi all’acqua salata. Ne roderanno le fiere e secolari fondamenta di legno. Le maestose facciate dei più imponenti palazzi crolleranno in acqua lasciando scoperte ai visitatori le nobili intimità.
Decadenza su decadenza, tutti a scattar foto a quella latrina rimasta sospesa sull’acqua, come si usava ai tempi antichi del superbo poeta. Così, indomita, la macchina turistica fiera si rinnova, offrendo all’impavido, ricco turista, l’emozione di dormire sotto le stelle in una stanza affrescata dall’imperatore degli affrescatori, il cesareo Gianbattista Tiepolo…]
“Signore? Signore?”
“Sì! Eccolo! Dimmi?”
“Posso darle una mano? Le conviene tirarla su un po’ di più, danno acqua alta.”
“Sì, grazie. Dai!”, poi assieme: “Oh issa! Oh issa!”
Il barchin si ferma dondolando sopra la nutria morta.
Faccio per aprire il portafoglio, “No signore, grazie! Anzi, gliela guardo. Io abito in quella casetta là!”, un uomo tra la nebbia fa un cenno di saluto.
“Mio padre! Sempre preoccupato che mi metta nei casini.”
Sistemo nella tasca il portafoglio e mi avvio verso la ferrata.
“Scusi signore? Ci… ci sarebbe una cosa che potrebbe…”
[E ti pareva!]
“No, no! Lasci perdere!”
[Ma mi legge nel pensiero?!]
Ci ripensa:
“Ok… me lo porterebbe un libro da leggere sul Polesine?”
Faccio ”ok” con la mano destra, poi mi giro. Scompariamo nella nebbia.
[E come faccio a tornare? Beh; se fa acqua alta forse arriva anche lo scirocco e la nebbia se la porta via. Altrimenti faccio venire Mario.]
Arrivo alla libreria, la porta è aperta. Esce un caldo umido e soffocante. Entro a fatica, mi ci vuole un pochino per abituarmici.
L’amico è seduto in lettura. Si alza, mi vine incontro e ci abbracciamo.
“Ma che hai combinato qui dentro?”
“Mi sono fatto la triaca!”
“La triaca… da quanto non sentivo questa parola.”
“E ti ho preparato anche un po’ di bevanda…”
“Ottima! Quella ci vuole.”
Me ne versa in un bicchiere di vetro di Murano, forse antico.
Incuriosito lo alzo, osservandolo da vicino.
“Che spettacolo! È vero?”
“Beh! Che ti sembra; plastica?”
“Ma dai che hai capito!”
“Sì, è vero è vero!”
Lo avvicino ancora, poi lo metto in controluce. Ci sono delle inclusioni dove parte il manico.
“Belle! Che sono?”
“A te lo posso anche dire… sai che mia moglie era appassionata di mineralogia? Beh, in verità aveva anche la cattedra di geologia…”
“Sì, lo sapevo, ma non l’ho mai conosciuta… che perdita!”
“Comunque… sono pietre rare, mi sembra si chiamino spinelli. Mi diceva sempre di averli collezionati e messi da parte per la vecchiaia, ma come sai, la vita…”
“Già!” [sta cadendo in depressione, devo fare qualcosa.]
“Potresti pagarti una crociera! Partire verso qualche mare a clima secco…”
“Vuoi dirmi che ci sono persone che vanno ancora in quei posti?”
“Sì, beh, in effetti i rischi sono sempre maggiori, ma in certe zone…”
“Ma guarda che l’umidità a me fa altro che bene, e non solo a me! E comunque in crociera non ci vado…”, poi alza il suo bicchiere, tra le sfumature azzurre del vetro lavorato ci sono delle inclusioni rosse magenta, “…anche se potrei comperarmela una nave da crociera!”

Non capisco se scherza o magari semplicemente esagera, so però storie su pietre rarissime e ricercate, che una volta analizzate si sono scoperte essere spinelli.
Il libraio si avvicina con delle foto.
“Vieni che ti faccio vedere.”
Prende una delle foto fluorescenti dell’ultima cena di Miami, e la posiziona sotto una grossa lente di ingrandimento, di quelle professionali, con la luce alogena. La sposta molto lentamente col tavolino traslatore.
“Eccola!”
Si sposta compiaciuto, riprende il bicchiere.
Mi piego sulla lente.
C’è un viso! A fluorescenza, molto debolmente, ma si vede un viso. Probabilmente non identificabile, ma si capisce che c’è una faccia.
Prende la foto scattata a luce normale, la posiziona nello stesso punto. Guardiamo: non c’è!
“Che ne pensi?”
“Chiedi a me? Sei tu l’esperto!”
Sorridendo, appoggio la mano sulla spalla dell’amico.
“Questa ”cosa” è senza fine, caro amico. Sono sicuro che con più andiamo avanti più ne saltano fuori di nuove…”
“È la forzatura bellezza!”
“Dici? Davvero lo pensi? Sono così…”
“Certo! Perbacco! Ma che ti credi?”

Ci sediamo, beve un sorso ammirando le gemme nel manico.
“Sai, non ho mai dubitato di te; anche se sembra che a volte dormi. Però so dove vai… Lo so! Non si può spiegare. Anche lei ci riusciva, si sintonizzava diceva, e poi creava; almeno di questo era sicura.”
“Ma dai amico! Sai che questa della forzatura…”
“Ti sembra una …forzatura?”
Il libraio si alza in piedi ridendo come un matto.
“Certo uomo che sei forte anche te! Avete il dono e non realizzate di averlo. Pensaci! Non è che per caso le hai volute te tutte queste sorprese? Non volevi che continuasse il lavoro?”
“Il pensiero mi ha sfiorato, più volte, ma mi spaventa la vanità, amico! So che c’è qualcosa, anzi: molto. So che a volte volo alto, sul serio. Ma è come se dovessi vergognarmene, ho paura di farmi prendere la mano, non so…”
Il vecchio mi guarda perplesso, ma io continuo.
“Quando intuisco qualcosa in proposito, e so che posso farlo, ho la sgradevole sensazione di farlo solo per vanità, come mi aspettassi sempre un applauso, e questo… mi blocca!”
“Fallo per la tua famiglia.”
“Sempre vanità è.”
“Fallo per Venezia!”
“Ancora più vanitoso.”
“Fallo per il mondo!”
“Mi prendi i giro! Ho capito…”

Il libraio sbatte il bicchiere quasi rompendolo. Va verso la porta e la chiude violentemente; facendo tremare i vetri. Poi mi guarda.
“Tu mi stai dicendo che pur potendo, hai deciso di non fare niente perché hai paura di farlo solo per vanità?!”
“Sì… diciamo pure una cosa di questo tipo.”
“E questa non è vanità?”
“Così mi spiazzi, e mi confondi pure!”
“Forse la tua è solo paura. Vai avanti. Sii te stesso! Fai quello che devi! Forza le regole. Forza l’universo quando senti di poterlo fare!”
“Okay! Però ti prego, parliamo d’altro adesso!”
Prendo il telefono per accenderlo:
“Scusami, chiamo Monika e le dico del viso a fluorescenza… chissà se rappresenta qualcuno?”
“Non ne ho idea, sei tu…”
“L’esperto… lo so.”
Compare sul display l’avviso di sette chiamate, cinque di Monika!
Faccio il numero, risponde:
“Prima che tu dica qualcosa, non potevo tenerlo acceso, dimmi pure?”
Mi metto comodo sulla poltroncina, col bicchiere nella mano sinistra osservo le gemme incluse in controluce.
“Novità! Te la faccio brevissima. Ho aperto il file di scansione relativo al lavoro di Miami, nel clone ad alta definizione si vede chiaramente un volto…”
“Chiaramente?”
“Sì, molto definito.”
“Dai!?” [La rigenerazione virtuale dei pigmenti fluorescenti deve avere dato il suo risultato!]
“Sì, come una foto… monocolore.”
“Alla Warhol?”
“Oh, yes!”
“Bene! Sai già chi potrebbe essere?”
“Non ne ho idea!”
“L’hai già detto ai clienti?”
“Sì! Ma hanno insistito per fare il saldo di tutto il lavoro…”
“Ah!”, deluso, “Vabbe’!”
“Più un considerevole anticipo per continuare!”
“Ma?! Mi fai gli scherzetti Monika?”
“Dai, a dopo, la nebbia si è alzata. Avevo avvisato Mario di tenersi disponibile, ora lo chiamo per farlo andare.”
“Bene, a dopo.”
Metto il telefono in tasca, guardo l’amico.
“Tutto bene, Monika ha trovato il volto sul file della copia rigenerata; è molto definito. Ti faccio avere qualche foto, magari sai chi è o trovi qualcosa.”
“Volentieri. Quel che posso.”
“È contenta, l’ho sentita bene.” Gli appoggio la mano sulla spalla; “Davvero; perché non ti fai una vacanza?”
“Perché lei è sempre qui con me, e probabilmente non vorrebbe venir via”, si siede, appoggiando lentamente la testa alla poltrona, “e ho paura di non ritrovarla quando ritorno.”
“Se è come dici, che senso ha trattenerla per tutto questo tempo? Intendo; fin che campi?”
Ride. “Il tempo? Il tempo fuori di qui, (vivere), mica esiste!”

Uffa! A volte è veramente tutto così complicato. Chi lo capisce. Mescola ottime intuizioni a idee quasi surreali. Se non altro se ne parla…

Me ne sto per andare quando ricordo il ragazzino.
“A proposito… hai qualcosa sul Polesine?”
Il libraio, incuriosito mi guarda perplesso, sparisce due minuti e ritorna con un libretto.
“Bene, è per un ragazzino. Questo però te lo pago subito.”
Ci salutiamo.
Torno al barchin a passo veloce, ansioso; la nebbia si è alzata, ma non mi piace girare al buio.
Mi fermo sulla piazzola dove con Monika ci siamo baciati, è illuminata da luce gialla, allo zolfo. Sfoglio per un secondo il libretto, leggo l’indice, ma la lampada si spegne, [cos’era? Bosghettia?!], poi fa per riaccendersi, con un paio di lampi, ma a fatica. Ci rinuncio.
Mi incammino, ormai è buio, arrivo alla barca, ora galleggia ma con la cima legata. Bene! Molto bravo. Guardo verso la casetta.
Vedo l’uomo di prima, con la sigaretta, (ne scorgo la brace), farmi un saluto. Appare il bambino. Mi strappa il libretto di mano, molla la cima e mi ringrazia.
Corre verso la casetta, l’uomo alza la mano sia a ringraziare sia a salutare. Spariti.
Salgo, quasi senza bagnarmi i piedi. Il motore due tempi parte al primo strappo. Torno in Giudecca.

Mio padre
Mia sorella

Ho rivisto mia sorella, dopo un anno.
Se ne stava andando, dopo aver strappato un po’ d’erba dalla tomba di nostro padre, non per pulirla, ma per tenersene un pochina per piantarla in un vasetto.

“Te ne vai di già?”
“Ciao fratellino! Sapevo che ci saremmo rivisti… qui.”
Indico i ciuffi d’erba che spuntano da un sacchettino di carta bianco.
“Pulizie?” Domanda retorica; la tomba era fatta di erba sempreverde.
“Souvenir!”
“Pensi che attacchi?”
“Forse no. L’importante è che Mattia non la butti nel sugo, come fa sempre col basilico.”
“Già, Mattia. Che forte…”
“Te, tutto bene?”
“Solito. Qualcuno riesce ancora a rintracciarmi per chiedermi di papà, e io dico le stesse cose.”
“Dai?!”

La conversazione si spegne. Passa qualche minuto.
Niente. Non c’era niente da fare. Dopo la sua perdita non riuscivamo più a parlare. Per questo non ci vedevamo da un anno.
Non avevamo mai litigato, neanche per l’assegnazione delle opere catalogate ancora in magazzino. Potevamo viverci di rendita alla grande.
Nonostante i buoni rapporti la nostra conversazione inevitabilmente si fermava allo scambio meccanico di due domande e relative risposte.

Senza accorgermene accarezzo l’erba sulla tomba, poi mi metto a carponi e strappo qualche piantina selvatica, bruscamente, come fossi arrabbiato.
La vista mi si appanna.

Ci ha lasciati proprio sul più bello! Sembrava ce l’avesse fatta. Ha combattuto, forse solo per noi, per più di un anno. Si è aggrappato alla vita con le unghie, lottando ogni istante, persino quando era incosciente.
Ci stavamo per rilassare, finalmente un po’ di tregua.
La notte del suo compleanno se n’è andato! Non ci siamo nemmeno salutati, detto niente…

Mia sorella mi appoggia la mano sulla spalla, per nulla imbarazzata del mio comportamento un po’ piagnone.
“Dai! Non fare così…”
“Sì, dammi un secondo… è che, è che non ci siamo nemmeno salutati… ”Ne veden doman!” Fine. Non ci siamo detti altro.”
“E allora? Non vi siete salutati?”

Coi palmi delle mani mi asciugo gli occhi, mentre lei cerca nella borsa. Sta per allungarmi un fazzoletto di carta, quando muovendomi a carponi sull’erba della tomba, tra i bigliettini lasciati da qualche suo ammiratore, vedo un piccolo disegno su una tavoletta di faesite, ormai in disfacimento. Lo prendo, lo pulisco un pochino.
“Guarda! Qualcuno si è anche preso la briga di dedicargli un dipinto. Perfettamente anonimo. Non c’è nessuna firma evidente.”
Mi alzo in piedi, decido di portare la piccola tavola con me, ma mia sorella mi ferma prendendomi il braccio.
“Lascialo dove stava!”
“Ma io, vorrei…”
“So che in questo momento sei sconvolto, ma penso sia giusto che lo rimetti dov’era, impiantato nell’erba. Quello è il suo posto.”
“Già, hai ragione! Ha sempre detto che questo sarebbe stato il suo di posto, per sempre! Chissà cosa voleva dire?”
“Tu eri quello che se la intendeva meglio con lui… tra noi. Capiamoci; voleva bene a tutti, ma con te c’era una certa empatia. Un legame quasi metafisico, ultraterreno.”
“Era stanco, forse voleva la pace, per sempre. Passava giornate a spiegarmi e a farmi vedere cose che non ero in grado di capire, non completamente almeno.”
“Lo so, ci riuscivano in pochi… ma non eri il solo…”, [possibile che non si ricordi di quella donna!?]

Guardo mia sorella, la vedo bene, nonostante ho saputo che sta passando un periodo difficile, di nuovo. Finalmente ci stiamo parlando. Sono felice.
“Che dici? Hai tempo per una cioccolata calda?”
“Magari! Pensi che ci sia ancora quel baretto vicino a San Francesco…”
“Quale? Quello dove ci lasciava quando andava all’osteria?”
“Non me lo ricordo?”
“Beh, tu eri tanto piccolina. Una volta ci ha abbandonati lì mezza giornata. Ero preoccupato, così ti ho lasciato al bar e me la son fatta tutta di corsa fino ai Bacini. Era col bicchiere in mano che chiacchierava e rideva.
Non lo dimenticherò mai; quando mi ha visto, subito sembrava non capisse chi fossi, poi al ricordo quasi gli è venuto un infarto. Ha mollato il bicchiere, si è messo in ginocchio e m’ha abbracciato fino quasi farmi male. Continuava scusarsi, a chiedersi che gli era successo, cosa aveva combinato…”
“Povero!”, esclama mia sorella.
“Povero?! Sai quante volte è risuccesso dopo? Ma tu stavi con mamma…”

Saliamo dopo una lunga attesa sul vaporetto ”Cimitero di S. Michele -Fondamenta Nuove”.
Siamo stipati come i polli in un allevamento intensivo.
“Uffa! Ma quando si decidono a fare il servizio solo per i veneziani? Almeno il giorno dei morti!”
“Sorella! È gratuito! Sai quanti turisti vedono il cartello e ne approfittano per farsi un giro al cimitero, che di per sé non sarebbe una brutta cosa.”
Lei guarda con disprezzo i presenti, poi urla: “Mandria! Mandria! Mandria!”
[Che bello sorellina, sei tornata!]
Ridiamo, infischiandocene altamente delle occhiate di rimprovero di qualche presente, per nulla sfiorato dal pensiero di togliersi lo zainetto da spalle.

In questo non eravamo per nulla veneziani. Quelli veri, rimasti, erano molto discreti e non si scomponevano davanti a nulla. Le avevano viste tutte. Era un atteggiamento un po’ snob che mi piaceva molto.

“Allora te la ricordi la mandria?”
Mia sorella sta per rispondere mentre schiva con la testa una sicura collisione con uno zainetto.
“Sì; ce l’aveva più lui con le mandrie nordiche che Paul Morand con gli hippies!”

Dimenticavo quanto leggesse, ed era ancora un po’ pazzerella.
Ero sempre stato innamorato di lei, nel senso del tipo di donna.
Sveglia, carina che si tiene, anche se sportiva, leggermente provocante e pazzerella. Il guaio era che si stava separando dal terzo marito. Sinceramente penso che dopo un po’ si annoiasse mortalmente, di tutto. Come papà!

Finalmente si scende, eravamo veramente molto stretti.
Lei abita in terra ferma, nell’incantata Valpolicella delle ville venete e del buon vino, il suo ultimo marito è un noto produttore di Amarone.

“Non ricordavo la grande scocciatura dei vaporetti pieni a tutte le ore, ovunque tu vai! Almeno quando eravamo piccoli nei mesi invernali ci si salvava…”
“Sai, Venezia ha deciso di votarsi completamente al turismo, sia particolare sia di massa…”
“Prostituirsi… vorrai dire!”
“Beh, così rischi di offendere i veneziani…”
“Quali? Dove?”, mimando il gesto di cercare.
“Quelli di Mestre e tutti i nuovi d’adozione.”
“Ma che vuol dire?”
“È complicato! Dovevo solo pensarlo, senza dirtelo. La questione è abbastanza complessa. Un po’ come quando si parla di politica…”
“Spiegami!”
“Ma sì, dai. A Venezia è difficile viverci, tanti si spostano in terraferma e chi ne ha le possibilità a Nuova Venezia. Così i foresti, e alcuni nuovi residenti furbetti, comprano le case senza abitarci, in più magari ci speculano. Ora, sopra l’appartamento dove abitavamo da bambini c’è un Bad and Breakfast. Lo so, tu stai pensando: vendo il mio monolocale al prezzo di una villa in terraferma, poi mi ci sposto godendo di tutte le comodità rispetto Venezia. Poi, un giorno, scopro di non essere più veneziano, ci ripenso, vorrei tornare indietro ma è troppo tardi. Poi, per giunta, vedo che anno per anno si sta ripopolando con nuove e frizzanti risorse umane: caspita?! Non starà per caso tornando la Venezia del Cinquecento? Ce l’ho col mondo!”
“Perfetto! Mi hai proprio letto nel pensiero; chi te l’ha fatto fare?”
“E dai, sorella? È difficile. Amata e odiata, anche dai suoi stessi abitanti. Il destino di questa città è imprevedibile, lo sai. Per il momento vive di turismo… hard, direi. Poi considera che la città è multistrato…”
“Multistrato?”
“Sì. C’è il turista mordi e fuggi veneto non veneziano che non si prende neanche un gelato, mangia i panini che si è portato, sporca…”
“E ci credo! Certe sole!”
Poi stringendo a se la borsetta, come per riflesso condizionato.
“Sai che tanti dicono che è pieno di ladri? E non intendo borseggiatori. Sì, è vero, ci sono gli zoticoni, ma ci sono anche quelli che hanno deciso di non farsi più fregare. Prova a farti una giornata a Venezia con due o tre figli. Pagare per farli andare in bagno, pagare i trasporti una follia, pagare le chiese, i musei. Vogliamo parlare dei ristoranti? Dei bacari? (bar tipici). Buttati in un’osteria a cicchetti (assaggini) con marito e tre figli e vedi se ti rimane contante per pagare il Tronchetto (parcheggio)!” Poi, furiosa: “Ma valaa!”
“Ehi! Dai, calmati. Ho capito…”
“Che figure di emme; da cretina! Andavo a far proseliti per il veronese, questi che mi guardavano…”
“Ho capito. Infatti come ti dicevo, meglio non parlarne. Solo una cosa. Ci torneresti? Intendo, a viverci, che ne so, per amore?”

Mia sorella mi ferma, mi prende il viso tra le mani e mi bacia sulla fronte: “Certo che ci torno tesoro! Ma solo per morirci!”

Monika
Repubblica sul Po

La sirena di un mercantile mi dà la sveglia.
Alzo la testa dal pomposo bracciolo del divano, dalla finestra si vede la prua… [strano si trovi in laguna, anche se dal lato del Lido. Bah!]
Mi alzo e accendo la moka preparata la sera prima.
Ho passato la notte sul divano del laboratorio alla Giudecca, sono rimasto fino a tardi a far prender aria a qualche libro antico. [Chissà come facevano un tempo senza i deumidificatori?]

In verità, cercavo anche un vecchio libro di narrativa veneta, degli anni ottanta, una specie di diario scritto da un giornalista del Polesine. In un brano parlava della Repubblica sul Po. Ricordo vagamente un nome simile a quello letto nell’indice, di sfuggita, quasi inconsciamente, sul libro che ho regalato la sera prima al ragazzino.
Il terrore di navigare al buio mi aveva fatto dimenticare l’esatta parola, ma la sensazione che fosse legata a quel racconto era molto precisa.
Dopo circa un’ora, e mezza bottiglia di Amarone, l’avevo trovata!
Bosgattia! La Tamisiana Repubblica di Bosgattia.

Si trattava di una specie di comune, nata appena finita la seconda guerra mondiale, che si ripeteva ogni anno e che durava qualche mese.
Si teneva sopra un isolotto sul Po, proprio dove si divide nei due rami di Goro e di Venezia.
Libera, indipendente, ”analfabeta”; senza radio, libri, giornali e titoli accademici. Ci si procurava il cibo e si viveva di baratto, anche se batteva una sua moneta; il Cievaloro.
Vi prendevano parte intellettuali provenienti da tutta Europa, e qualche bocia dei villaggi vicini.
L’ideatore purtroppo morì molto giovane, comportando la fine del sogno di Bosgattia a soli dieci anni dalla sua nascita.

Svestito, guardo il mercantile ormai lontano, il caffè è pronto. Estraggo la S Pen, (penna interna del telefono) e mi segno sul telefonino nell’app appunti: ”cercare libro scritto Prof. Salvini vita sul Po o forse tenda sul Po”. [Forte questo telefono; mi sa che mi farà abbandonare la mia fedele agendina cartacea…]
Poi la mia vista ricade alla nave che sta per sparire in lontananza, tra il grigio.

Entra qualcuno; è Monika. Appoggia le chiavi sul tavolo, si avvicina con un pacchettino e lo apre facendomelo annusare.
“Squisite! Grazie amore!”; senza distogliere lo sguardo dalla finestra.
“Figurati!”
Mi disincanto da quell’armonia di grigi dipinti sulla laguna, quasi ipnotica, chiudendo la tendina. Guardo Monika.
“Che eleganza?” […E che gambe, porca miseria!]

Le apro leggermente il lungo soprabito mentre sta seduta col le gambe accavallate. Oggi calza delle décolleté nere, affusolate, con un lungo tacco. Calze marroni lucide.
Sono ancora svestito, in boxer e maglietta, l’istinto è quello di inginocchiarmi per abbracciarle le gambe, anzi, mi accorgo che lo sto per fare, ma il suo palmo mi schiaccia la fronte.
“No no! Calma e sangue freddo! Devo essere impeccabile e devo andare. La signora ama la puntualità…”
“Mezz’ora! Ti prego!”
“Sì! Bravo… E mi presento con la faccia gonfia e sconvolta, tipo sveltina in ascensore!”
Spingo forte, cercando di arrivarle almeno alle ginocchia, ma sembra decisa. Parlo con voce nasale, schiacciato dalla sua mano.
“Ma che ne sa lei? Potresti aver corso?” Monika ride.
“Sì! Proprio lei! Con quel naso; quella il sesso lo annusa nell’aria!”
Cedo; rischio un torcicollo. Vado al lavello. Apro l’acqua fresca e mi bagno la faccia.
“Ecco sì! Meglio. Mettiti anche i pantaloni va’!”, poi sorride, maliziosa, “Se ti riesce… Ci incontriamo al solito, H-bar; sole questa volta.” Poi salta in piedi, “Te?”
“Sistemo la libreria, poi devo vedermi con un potenziale acquirente per il libro di Galilei.”
“Bene. Che ne dici di una pizza a Sant’Elena stasera?”
“Certo,” finalmente riesco a chiudere la lampo dei pantaloni.

Ci salutiamo, Monika sta per andare. Le do un bacio sulla guancia per non rovinarle il seppur leggero trucco, le accarezzo i capelli completamente raccolti indietro, quasi schiacciati.
“Ti raccomando: fai la brava.”
“Non ti preoccupare, guardo dove metto i piedi.”
Sta per chiudere la porta ma l’afferro per la mano.
“Monika! Ascolta… per caso, hai mai sentito parlare di Bosgattia?”
“Bosgattì-a?!”
“Repubblica di Bosgattia…”
“Mai sentita questa parola,” sorride. Mi accarezza la guancia; guanto giallo, “Continuo a dirlo che sei proprio matto!”. Chiude la porta.

Mangio un croissant e scendo in magazzino, Antonia sta lavorando al restauro di una cornice laccata, Mario sta mettendo un po’ in ordine. Li saluto con un cenno del capo, sposto la tenda ed entro nella mia libreria.
Inizio a sfogliare a caso vecchi libri su Venezia, presi in tutti questi anni, di qualcuno non ricordavo più l’esistenza. Brodskij, Hofmansthal, Morand, quanti ne avevo letti, per poi scordarmene.

Giunge l’ora del pranzo senza che me ne accorga. Mario e Antonia mi chiedono se li accompagno a mangiare un boccone. Rifiuto. Un bel bicchiere di vino però… quello sì. Esco dal mio rifugio d’intelletto e vedo appoggiato su di un tavolino improvvisato con un baule, un corposo panino con a fianco un quarto di vino rosso. C’è un biglietto: ”Antonia e Mario ti vogliono bene.”
Parlo tra me: “Che cari. Speriamo vada sempre tutto al meglio.”
Nonostante il tavolino improvvisato sia di una tenerezza commovente, non riesco a mangiare il panino seduto, così mi alzo e inizio a girare per il magazzino. Torno per riempire il bicchiere, ma il quarto è già finito!
Vado su e apro una bottiglia.
Senza accorgermene, dopo essere tornato in magazzino per leggere qualcosa, mi ritrovo ”abbioccato”, bello pronto per una pennichella.
Salgo di nuovo… Uffa! Devo incontrarmi per la questione del libro antico; ma non ce la faccio!
Prendo il telefono, rispondono, invento una scusa; nessun problema dall’altra parte, anzi.
“Meglio così.”
Poi penso alla serata; l’idea di dovermi cambiare e lavare per uscire… insomma! Non ne ho proprio voglia. Devo chiamare Monika, speriamo possa rispondere.
Cerco il telefono, ma non ricordo dove l’ho appoggiato.
Lo sento suonare, [che tempismo!], è sopra il divano, compare la foto di Monika.
“Sì, dimmi Monika…”
“No, tutto a posto non trovavo il telefono…”
“Ah… appuntamento spostato! Perché?”
“Top secret?”
“No, non passo a S. Sebastiano…”
“Sì, ho visto che non sono tornati dopo pranzo…”
“Bene, chi fa da sé fa per tre, voi siete in tre…”
“Te l’avevo detto che c’era, dentro, nella tavola.”
“Blu cobalto e rosso car…”
“Come la sopraintendenza?!”
“Non vi lasciano portalo via?”
“Digli che il nostro laboratorio è a norma.”
“Sì, ho capito, ma non possiamo perdere giornate per capire come interfacciarci con questi…”
“Che facciamo? Facciamo tutto lì. Fine. Anzi, ho un’idea; potremmo organizzare degli incontri con qualcuno che conta, qualche opinion maker e mostrare il nostro lavoro, come ci muoviamo …in situ.
“Sì… in situ!”
(Risatina)
“Ma mi stai prendendo i giro?”
“Va bene… e per stasera?”
“Ah! Niente Sant’Elena…”
“Ok, tranquilla; sopravvivo.”
“Sì-sì. Fai le tue cose.”
“Va bene. Facciamo domani sera.”
“Perfetto! Alle otto all’isola di Sant’Elena.”
“Ciao.”

Appoggio il telefono, vado alla finestra; grigio, proprio da biocca. Chiudo la tenda, prendo un bicchierone da bibite e lo riempio del vino aperto poco prima; un passito ambrato sempre della Valpolicella.
Ne bevo metà. Mi sdraio sul chester, vestito. Levo le scarpe e con i piedi trattengo un’estremità della copertina, mentre l’altra la tiro fino a coprirmi il naso.
“Che bellezza!”, poi un pensiero, lontano, appena accennato, qualcosa che mi diceva il libraio… dormo.

Monika
Pizza a S. Elena

Sono nel cucinino del laboratorio alla Giudecca. Sto sparecchiando il pranzo per due, con me c’è Monika, era preoccupata per la mia seconda notte sul divano. L’ho tranquillizzata. Ogni tanto amo rompere la routine.
Sposto i piatti sporchi nel lavello, mentre Monika si mette comoda con i piedi appoggiati sopra la sedia. Veste esattamente come ieri.
“Com’è andata col libro?”
“Bene dai, in verità ci siamo visti stamattina. Siamo riusciti a stabilire il prezzo per il libro di Galilei.”
“Ne farà uso privato, o accessibile a tutti?”
“Penso ambedue, ne vuole fare una copia gratuita per la consultazione…”
“E le note scritte a mano?”
“Le note scritte a mano? Quali note?”
[Che stupida!]. “Quelle… me ne avevi parlato tempo fa…”
Monika indifferente leva la gamba dalla sedia e appoggia il piede sul bordo del tavolo, poi si sistema l’autoreggente.”
“Bel tentativo di depistaggio! Come fai a sapere del libro ci può anche stare, ma delle notazioni scritte a mano; questo no!”
“Ho curiosato! Tra i tuoi libri. I nostri libri, sbaglio?”
“Sì, sbagli! I libri sono miei, ma non per mero possesso economico, ma perché non sapresti prendertene cura.”
“Dici?”
“Certo! Il libri antichi sono cose da uomini. Quante donne conosci che trattano libri antichi, da mercanti intendo?”
[Discorso di genere; se l’è presa davvero!]
Monika leva goffamente il piede dal tavolo, facendo cadere dei libri impilati il giorno prima per la consultazione.
“Visto? Che ti dicevo!?”
Ride, li raccoglie e li rimette sopra. Poi ne accarezza il dorso con la punta dell’alluce, come per tenere il segno di lettura.
Si rimette in piedi: “Vado!”
Mi giro verso di lei, “Comunque stava funzionando…”
“Che cosa?”
“Il tentativo.”
Sorride. Sicura di sé infila le décolleté, stando in piedi, senza guardarle, come fossero pantofole.
Mi bacia. “Ri-vado!”
Monika aveva appuntamento con la signora, mentre io mi sarei visto più tardi con Giulio, per portarlo finalmente in giro col barchin.
Il motivo dell’appuntamento Monika-signora di Miami: top secret!

Pizza a S.Elena, seduti fuori, che bellezza; hanno acceso il fungo a gas e gli infrarossi.
Lo spritz sta per finire, sono indeciso se ordinarne un altro.
Non serve; Monika si siede al tavolino. Si è cambiata. Niente calze e scarpe décolleté, gonna nera lunghissima coi suoi soliti stivali neri.

Appoggio il bicchiere: “Beh?”
“Siamo stati invitati ad una festa.”
“Una festa? Monika, ti prego…”
“La: festa!”
“Very cool?”
“Non sai fino a che punto.”
“Ok… ci dovrò venire,” faccio spallucce.
“Come questa ne daranno una ogni cento anni… fai te!”
“Anche l’ultima eclissi si ripeterà uguale fra seicentotrenta anni. Ma me la sono persa! Ed… eccomi qua!”
Monika sorride, dandomi dello cretino con l’espressione del suo sguardo. Poi si avvicina e si siede a fianco.
“Non resisto! Ti devo dire cosa abbiamo fatto oggi!”
Mi metto comodo allungandomi sulla sedia, ordino un prosecco superiore, stranamente ne vuole uno anche Monika.
“Mi ha fatto camminare quattro ore, con le décolleté; hai visto che passo tiene?”, nel frattempo Monika si sta finendo il mio aperitivo.
“Beh… sì, ogni due suoi te ne fai uno.”
“Che stupido!”, ride mentre le bollicine dello spritz le vanno su per il naso… “Stai attento, che mica si scherza tanto con la piccolina…”
“Si vede. L’ho notato!”
“Comunque, troviamo ‘sto appartamentino dalle parti della Misericordia, se l’è segnato su di un fogliettino. Dice che non si trovano riferimenti, ed era vero. Ci troviamo in un posto come quelli che piacciono a te dove la calle muore sull’acqua. Un cul-de-sac per pedoni. Ma continuando fino in fondo e facendo capolino sul rio, sulla destra si vede uno scalino che dà a un ingresso d’acqua.
La signora fa uno squillo di telefono e la porta si apre allo schiocco dell’elettrocalamita.
Si allunga sospesa sul rio ed entra. Io sono un po’ titubante, ma lei mi prende la mano. Ovviamente a me basta solo allungare la gamba. Saliamo le scale ed entriamo in un locale arredato tipo anni settanta, con i mobili in formica rossa. Ci accolgono due uomini molto gentili e professionali, di quelli che vedi in smoking di servizio al casinò, per capirsi.”
Monika, con l’indice destro si tira il labbro sotto.
“Sai? In quei momenti lì… pensi a tutto…”
“No! Non lo so. Troppa gente. Troppi uomini!”
“Comunque, niente di strano. Forse… Che dici? Ordiniamo?”

Fingo di non essere interessato più di tanto, immagino come andrà a finire il racconto; Venezia nei secoli è stata teatro di molte mode e capricci, conoscevo qualcosa dei nostri tempi, anche se l’esperta era lei.

Monika si sistema i capelli dietro alla nuca, per farne un chignon.
“Sai, si dice che tra i nuovi ricchi, davvero ricchi, c’è uno scrittore. Vive la maggior parte del suo tempo a Venezia. Scrive…”
“Ho capito! Sotto pseudonimo…”
“No, non centra niente. Io già ne avevo sentito parlare, come puoi immaginare, però non l’avevo mai visto. In pratica, questo signore, che era già ricco di suo…”, Monika abbassa la voce per paura di essere sentita “…si è messo a scrivere romanzi su misura!”
“Su?!” Ma Monika mi ferma prontamente con una pedata sotto il tavolo!
“Hai capito! Sì. Proprio quello… Sei ricca ed annoiata? Vai da questo tizio, dai le linee generali di chi sei, cosa fai e di quali possano essere i tuoi desideri più assurdi, e lui ci costruisce un percorso…”
“Un romanzo su misura?!”; sottovoce.
“Esatto! Probabilmente gode di ottime capacità e conosce molto bene l’ambiente dove opera. Ti dicevo, lavora molto di introspettiva e psicologia. Pochi mesi e ti dà l’unica copia del romanzo costruito sulla tua persona. Solo una copia…”
“Già, immagino quali storie assurde, peccaminose, gotiche…”
“Qualsiasi desiderio te lo fa vivere sulla carta…”
“È curioso, ci si è mossi così tanto con la tecnologia verso il mondo virtuale anche per appagare certi desideri… poi alla fine basta un libro…”
“Beh, ovviamente il tuo cervello maschile ti fa pensare a chissà quali storie gotiche, ma guarda che le richieste potrebbero essere basate su desideri di tutt’altro tipo.”
“Esempio?”; quasi sfidando Monika.
Spezza un grissino, “Beh, una madre prostituta che dopo aver abbandonato sua figlia in fasce la ritrova dopo aver fatto fortuna. Un padre affranto dal suicidio del figlioletto con il suo fucile da caccia che scopre invece ancora vivo…”
“Caspita Monika! Non sarai te lo scrittore…”
“No, è un uomo… forse.”
“E lavora così bene? Intendo di pecunia…”
“Amore! Sai che conosco piuttosto bene alcune realtà molto diverse dalla nostra. Ti posso garantire che il lavoro non gli manca, anzi, penso sia a sua volta diventato ricchissimo… molto.”
“Solo una copia…”
“Certo! Mettiti nei panni di un miliardario che ha provato tutto o magari sta per morire, secondo te quanto sarebbe disposto a pagare una cosa di questo tipo, opera unica? Beh! Fanne qualcuna all’anno e i conti si fanno da soli.”
“Come per un imperatore farsi fare un ritratto (psicologico) da Tiziano Vecelio?”
“Vedi? Ti sei risposto da solo.” […Anche se non penso che Carlo V pagasse Tiziano così tanto!]

Arrivano le pizze. Mi perseguita un pensiero, faccio per parlare con il boccone in bocca, ma rigorosamente metto la mano davanti; sono ”morbosamente curioso”. Ma Monika, come spesso accade, mi anticipa.
“Non provarci nemmeno!”; minacciandomi col coltello:
“No! Di lei e le sue richieste non so niente! Non mi ha detto niente e neanche voglio sapere niente. Forse ti deluderò, ma non mi sembra necessiti di fantasie basate sull’erotismo.”
“E perché no?”
“Perché non ne ha bisogno.”
“Secondo me invece è tipo…”
Monika scoppia a ridere quasi soffocandosi con la pizza. Poi beve il prosecco tenendosi il collo con la mano sinistra. Cerca di parlare, sforzandosi a non tossire.
Poi ride di nuovo.
“Scusa! Scusami!”, si schiarisce la voce. “A volte non capisco se lo fai apposta… sei così ingenuo.” Monika mi si avvicina quasi a parlarmi sottovoce nell’orecchio;
“Ma secondo te, a una tipa così, padrona di un impero economico, pensi le serva un libro per soddisfare le più nascoste voglie erotiche?”
Una folgore mi attraversa dalla testa all’inguine!
“Ti ha raccontato qualcosa!? Dillo! DIMMELO!!”, quasi urlo.
“Piano, piano! Sei matto?”
“Dimmelo! Parla!”, mi guardo attorno, ma fuori dal locale non c’è più nessuno, ci provo lo stesso:
“Guarda che urlo!”.
Monika si gira attorno, poi fa spallucce. Prende un triangolo di pizza con le mani e lo morde mostrandomi gli incisivi:
“Forse…”, con malizia, femminile.
“Ho capito! Ho capito!!”, mi prendo la testa tra le mani; “Vuoi farmela scoppiare vero? Vuoi farmi esplodere! Qui, adesso!”
Monika con la lingua si tocca la punta del naso.
“Se dopo sei bravo… sai, in certi momenti ad una donna qualche segreto può anche sfuggire… Ma?! Ma dove vai?!”
“Vado a bagnarmi la faccia, anzi, se ce l’hanno mi faccio pure una doccia fredda!”

A Monika non dispiaceva il sesso, anzi, da quando tra noi erano ripresi i rapporti intimi sembrava non potesse farne a meno, mentre da giovani… dovevo spesso arrangiarmi. Probabilmente la eccitava, o forse la completava, la semplicità con cui poteva ancora mandarmi su di giri con un gesto od una parola, indossare un vestito, una scarpa, anche un guanto.

Tornato al tavolo mi siedo al suo fianco, nell’attesa dei caffè e del mio solito amaro. Tiro un bel respiro, e con le mani faccio segno di ”calma”.
È buio, non c’è nessuno. Monika mi prende la mano e la infila dentro allo stivale ripiegato all’altezza del ginocchio. Ci baciamo finché arrivo alla caviglia, massaggiandola.
Monika eccitata si avvicina all’orecchio, sussurrando:
“Uomo! Voglio un figlio! Tuo!”
Poi si alza in piedi, brusca e decisa, sbatte i guanti rossi sul bordo del tavolino:
“Stasera!”


Fine della quarta, e terzultima parte.

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