In questa penultima parte:

una bellissima poesia del vecchio, El Foresto, grande personaggio del ‘900, ma anche l’interpretazione, (forse non completa), di un suo quadro dedicato ad una burrascosa laguna.

Poi, il concetto di Relatività del famoso scienziato, spiegato in modo pratico e semplice, quasi una rivelazione che chiarisce anche il titolo del romanzo.

Buona lettura.

Mio padre
L’osteria

L’aver rivisto e ricordato, con mia sorella, i luoghi dove ci portava mio padre da piccoli, mi ha fatto provare uno strano senso nostalgico; così mi sono deciso a fare di nuovo una bella camminata in quella curiosa e poco frequentata zona di Venezia.
Sono sceso dal natante sulle Fondamenta Nuove, presso l’Ospedale Civile, e mi sono incamminato tra la nebbia verso la Chiesa di S. Francesco della Vigna. Poi, andando un po’ a caso tra le Case Nuove, mi sono trovato sull’acqua, ed infine davanti alla porta incastrata dentro le mura dell’Arsenale, dove mio padre si trovava spesso per farsi due chiacchiere e una bevuta.

Alzo lo sguardo, la scritta dal Comin si legge ancora; rosso mattone sbiadito. Chissà quanto fumo passivo ho respirato lì dentro.
Mi ricordo di quel ragazzo, suo amico, appassionato di libri, di Venezia e dei suoi misteri, della cabala, degli inventori illuminati; il Sarego, il Galilei, Bruno, Fra’ Zorzi, e anche di qualche inventore folle e visionario, tipo Giovanni Da Fontana.
Entro.

Un forte odore dolciastro, unito all’umidità e al profumo di vecchi libri, in un attimo mi riporta ai tempi di quando ero bambino. Non c’è nulla, più degli odori, che ti conduca indietro con la memoria. Libri ovunque, dal quel che posso capire anche antichi. Ne prendo uno piccolino, lo apro a caso.

Mi sorprende il temporale/
la Luna ora è nascosta./
Dietro, nel cielo, si cela la verità dell’essere./
La colgo!/
Ma col sereno mi sfugge./
Non un ricordo mi resta,/
solo un forte sapore/
duro, amaro/
salato come il marmoreo fossile/
tra le fondamenta di una sperduta chiesa./
Là, in mezzo,/
tra le acque serene della laguna.

Mi commuovo: [stupenda!] Qualcosa di bello mi sta accadendo. Sono felice; anch’io ricordo un temporale simile, in barca, con mio padre. Non si vedeva più nulla. Poi le nubi si aprirono per un attimo; giusto il tempo che la luna blu ci indicasse la Cattedrale di Torcello.

Sento dei passi, arriva un signore distinto con un grembiule giallo da cucina, si asciuga i dorsi delle mani sui fianchi.
“Mi scusi, ma la triaca mica si prepara da sola.”
“La triaca?”
“Sì, l’elisir dei veneziani, una volta intendo, cinque-seicento.”
Lo guardo incuriosito.
“Andrebbe preparata fuori, una volta l’ho anche fatto, ma è molto probabile che arrivino le guardie e mi diano una multa…”
“Beh! Dipenderà dagli ingredienti…”
“Droghe non ce ne sono!”, ride. “Non droghe nel senso moderno. Ci sono sessantaquattro ingredienti, una volta la preparavano le spezierie, le antenate delle farmacie per capirsi.”
Sorrido, “Code di rospo, lingue di lucertola…”, ma vedo che casco male. Senza che me ne accorga, il libraio mi accompagna fuori. [Assomiglia… mi ricorda forse un amico… non saprei?]
“Pensate di sapere tutto, vero? Voi che leggete qualche guida su Venezia!”
“Beh. Tecnicamente io sarei veneziano… Posso comperare il libretto che avevo…”
“Eh!? Questo no! Fratello veneziano!”, alzandolo all’altezza dei miei occhi.
Poi lo lancia sul tavolo, andando a cadere sopra una stampa blu che cattura la mia attenzione.
Monocolore, tipo i lavori di Andy Warhol con le facce famose, ma fluorescente.
Mi avvicino, scansando bruscamente col braccio il libraio. Prendo la foto, con due mani. Poi lo guardo perplesso, forse anche un pochino spaventato.
“Ma… Ma questo è mio padre!?”
Il signore mi strappa la foto dalle mani, anche lui la trattiene gelosamente, quasi appoggiata agli occhi, poi prende degli occhialini senza stanghette, se li mette e la osserva. Poi si lascia cadere incredulo sulla poltrona.
Balbetta tra sé: “Come ho fatto… che stupido… mi ricordava…”
Poi mi guarda; “Ma ti te se el bocia?!” (bambino)
Si alza e mi abbraccia quasi piangendo.
“Che fine hai fatto? Sei sparito nel nulla! Tuo padre mi aveva chiesto di tenerti d’occhio, come hai fatto a sparire così? Avevo contattato tua madre e tua sorella, anche a fatica, continuava a cambiar cognomi… ma non mi dicevano niente… perché sei sparito così?”
“La verità è che volevo farmi una vita completamente mia, volevo essere figlio del Vecchio, ma solo per me, non per gli altri…”
“Sacranon! Parli complicato proprio come lui!”
“…ma mi sono accorto che al proprio destino non si sfugge, penso a lui quasi ogni giorno.”
“Eh! Personalità notevole. Sai che era un fenomeno? Vero?”
“Lo so… lo so.”
“Prima, ti è scappato che eri tecnicamente veneziano, ma è vera la storia…”
“Sì, è vera. El mato (Il matto) ha fatto partorire mia mamma a Venezia. Quando mancava veramente poco l’ha messa in macchina e sono venuti qua. Ha partorito all’Ospedale Civile il giorno stesso, mentre lui aspettava in chiesa, a San Lazzaro.
Ogni tanto da piccolo me lo raccontava, diceva che era importante; dovevo essere battezzato con le acque della laguna, altrimenti sarei sempre rimasto un foresto. Ci avrebbe provato anche con mia sorella, ma è nata un mese prima… gli è andata male!”
Ridiamo.
“Sai che tuo padre… sentiva, cioè…”
“Aveva il dono? Sì, lo so. Ma io non sento niente…”
“Sei sicuro?”
“Perché? Lei pensa che sia genetico?”
“No. Dire genetico sarebbe una semplificazione. Però certe esperienze secondo me hanno effetto su di noi e sulle nostre capacità.”
“Capisco cosa intende… una specie di teoria di Lamarck sull’evoluzione delle specie…”

“In che senso?”, mi chiede l’anziano incuriosito, accarezzandosi la barba.
“Lamarck, sosteneva che la giraffa ha il collo lungo perché continua ad allungarlo per mangiare le foglie più alte e sopravvivere, ed anche la piccola giraffa erediterà il collo più lungo. Darwin, invece, la cui teoria è stata universalmente accettata ed è ora insegnata nelle scuole, asseriva che il collo più lungo è frutto del caso, una mutazione genetica, questa darà maggiore possibilità di sopravvivenza all’individuo ed ovviamente alle generazioni interessate da quella mutazione.”
“Caspita! Non l’avevo mai vista in questo modo… e secondo te?”
“Secondo me, hanno ragione tutti e due.”
Cercando di essere il più semplice possibile;
“Sento che esiste una parte non materiale, forse spirituale, che riesce a modificare il corpo e forse anche la mente, ed allo stato attuale dell’arte lo può fare agendo solo sul DNA.”
“Interessantissimo! Ma non è inalterabile, se non per caso?”
“Intendi le mutazioni? Sì, certo… però sai che ci sono degli organismi con delle particelle; cerco di parlarti semplice, che modificano il DNA a seconda di quale proteina serve, o cose di questo tipo?”
“Continua!”
“Il pensiero, lo spirito, le conoscenze, la vita potrebbero influenzare il DNA e quindi l’espressione genica agendo tramite queste particelle…”
“Ma esistono? Intendo, si conoscono o sono solo tue supposizioni…”
“Certo! Ci sono; studiate nei virus ad esempio. Il virus scrive nel nostro DNA ciò che gli serve usando queste particelle, poi sfrutta le nostre cellule per farselo…”
“Incredibile, e questa particella come si chiamerebbe?”
“Trascrittasi inversa… ma guarda che no ti sto dicendo chissà che cosa.”
“A no? Non ne avevo mai sentito parlare…”
“Beh, tranne la parte inerente la teoria di Lamarck; non so se ci sono state ricerche in questo senso.”
“Scusa se mi permetto; ma come fai a sapere tutte queste cose? Sei per caso docente, ricercatore…”
“No, niente di tutto questo. Leggo, cioè; lo faccio anche per lavoro…”
“Non me lo vuoi dire…”
“Scrivo! Scrivo storie! Una di queste richiedeva un racconto, diciamo di fantasia, ma basato su elementi scientifici reali; così mi sono documentato…”
“Che storie?”
[Oddio! Glielo sto veramente dicendo?!]
“Quelle che mi chiedono… i clienti.”
Il libraio si lancia in una sonora risata.
“E poi dici che non hai il dono!”
“Non capisco? È perché scrivo storie?”
“Sono una forzatura? Intendo, le tue storie; forzano il presente?”

[Non ci avevo mai pensato! Potrebbe essere un elemento in comune… il vecchio non scherza! È vero. Tutti mi hanno sempre chiesto una forzatura della realtà…]

“Può darsi! Ma dove vuole arrivare?”
Strizza l’occhio: “L’hai mai sentita? Intendo, quando pulsa?”
“Tra un po’ mi pulserà la testa, per davvero! Me lo vende il libretto?”
“Questa l’aveva scritta tuo padre. Lo sai?”
“L’ho sospettato, per questo…”
“Te lo regalo! La foto no. Mi serve ancora un pochino. Non ti chiedi da dove viene?”
“Forse uno dei suoi tanti lavori sperimentali… anche se non usava molto la fluorescenza.”
“È stata trovata in una villa antica, di Miami!”
“Non ci trovo niente di strano; i suoi lavori sono sparsi per tutto il globo.”
“Già! Peccato che sia dentro un affresco; un’ultima cena fatta da un bambino…”
[San Marcuola!! Aveva ragione! Il bambino della visione… c’era!]

L’anziano mi parla stando in piedi, con i gomiti appoggiati allo schienale della poltrona:
“Rappresenta l’ultima cena di…”
“San Marcuola!”; lo anticipo a voce alta in preda all’eccitazione.
Il libraio scuote la testa lanciando la foto lontano; come si faceva da bambini con le figurine adesive.
“Chi glielo racconta adesso a quelli!”
“Prego?!”
“No, niente… una mia considerazione. Facciamo così: ti do il libretto con il mio bigliettino da visita. Lasciami il tuo recapito…”
“Gentilissimo, ma non posso. Veramente. Vedrai che mi faccio sentire…”
“Ma non so nemmeno come ti fai chiamare, dove cercarti…”
“Meglio! Fidati! Promesso; mi faccio sentire io.”
Il libraio ci rimane male [forse ?], anche se pare quasi stia recitando.

Ci salutiamo, lui è molto sconsolato, torno per la via ferrata sotto le mura dell’Arsenale, mentre in basso, poco lontano, due barche tengono il mio passo.
Ogni tanto mi giro; vedo il vecchio che mi guarda. Poi sparisce tra la nebbia.

[Accidenti! Glielo stavo quasi per dire. Ha capito che cosa faccio, lo sento, per fortuna non ne ha mai sentito parlare.]

Monika
Mattinata a zonzo

Mi sto per svegliare. Invano cerco quella sensazione di piacere che provavo fino a qualche anno fa quando realizzavo di poter rimanere a letto quanto volevo dopo il suono della sveglia.
Mi rigiro tra le lenzuola, per più di dieci minuti; niente.
Forse dovrei tornare a fare l’operaio o i turni di notte; sicuramente il piacere di rimanere a letto ritornerebbe.

Sorrido finché armeggio con la manovella per muovere lo specchio sopra la mia testa.
Ricordo che certe mattine, per guadagnare uno, due minuti al massimo di letto, ero disposto anche a saltare il caffè e la pulizia dei denti.
Si timbrava in fabbrica allo scadere del minuto!
La manovia partiva; facendo scorrere in modo lento, ma inesorabile i suoi carrelli. Se non eri al tuo posto, a meno che tu non fossi morto, erano bestemmie! A volte, si veniva anche alle mani.
Di quei periodi conservo sopratutto una forma di gentilezza. Le rare volte che mi ritrovo a guidare nella terraferma industrializzata, negli orari in cui le persone entrano od escono dalle fabbriche, lascio mi venga inferta qualsiasi scortesia da codice stradale, senza reagire.
Questa è la mia forma di riconoscimento per essere un privilegiato. In verità, io ero anche uno di quelli che quando ci riusciva, arrivava sul posto di lavoro cinque minuti prima, per fumarsi una sigaretta e far du ciacole; mi era capitato di dover correre poche volte; ansia allo stato puro! Non faceva per me.

Sorrido. Forse è una bella giornata. Ma lo specchio riflette grigio.
Mi alzo, sposto meglio la tenda, a malapena si vede l’acqua del Canal Grande.
Do un paio di strattoni, ma con moderazione, allo specchio della pettiniera riparato. Sembra a posto. Mi siedo allo scrittoio, c’è un foglietto.

Grazie per ieri!
La consapevolezza di farlo nel suo fine naturale mi ha veramente appagato. È stato divino. Non sto scherzando. Già mi sento diversa. Spero sia così anche per te.
La piccolina non è mia figlia, te ne avevo già accennato.
…Non avevo bisogno di nessuna inseminazione artificiale…
Mi è stata data in custodia temporanea, strappata da mia cugina messa in comunità. Non me la volevano lasciare, per questo sono rimasta via per molto. Adesso un tribunale internazionale dovrà decidere. Intanto però sta con noi.
…Quando mi hanno presentato le schede dei potenziali donatori ho realizzato che volevo un figlio solo da te. Voglio che rimanga qualcosa di noi due; vada come vada, …di vivo!
Monika

Rimango impassibile.
A differenza della maggior parte dei miei amici coetanei, non avevo mai provato un forte desiderio di paternità. Anzi, mi ero fatto l’idea che molti vi cercassero un banale appagamento come padri, forse annoiati dalla vita coniugale. Un pensiero orribile, certo, ma ne avevo viste di tutte i colori. Il famoso detto che a trans (prostitute trans-gender), spesso si vedevano auto con dietro il passeggino, aveva un suo fondamento.

Farò quel che c’è da fare. Nessun problema.
Poi il pensiero va alla notte. È stato davvero fantastico. Ad un certo momento stavo per soffocare. Penso per un brevissimo attimo di aver perso i sensi. Lei sopra era indescrivibile…
Batto la mano forte sullo scrittoio, per darmi forza.
“Dai, dai! Su! Che c’è da fare!”

Faccio colazione al bar di sotto, dentro la calle. In giro non si vede un cane. Chiamo Monika.
“Ciao Monika, ho visto il biglietto.” Esita un pochino, poi risponde:
“Non voglio farne parola. Ti ho scritto tutto. Non voglio ci succeda di staccarci di nuovo. A te va bene?”
“Certo! Sappi solo…”
“Lo so! Che ti prenderai le tue responsabilità! Ti conosco!”
“Io mi preoccupo per te Monika, insomma…”
Ride. “Sto ovulando come quel mostro regina di quel film di fantascienza… secondo te, se il mio corpo non fosse in grado… si comporterebbe così? Tranquillo, teniamo tutto monitorato, anche l’eventuale bambino… pensa a te invece.”
“In che senso?”
“Beh, ieri mi stavo per spaventare. Pensavo te ne stessi per andare, stavo già per prendere il telefono…”
“…stavo soffocando!”
“Era una tua richiesta… soddisfatta con piacere.”
“Già! Molto zelante!” [Mi sto per eccitare…]
“Monika!?”
“Sì, sta succedendo anche a me. Cambiamo discorso.” Ride e continua; “Sono in tipografia, stiamo preparando le brochure e anche una specie di book per l’event che teniamo nel locale a San Sebastiano. Ci sarà anche qualche pezzo da novanta della sopraintendenza e dell’amministrativo.”
“Bene! Il lavoro sulla tavola come procede?”
“Ottimo! Inizia a vedersi qualcosa.”
“Dimmi?”
“È un po’ presto, ma non sembra a tema religioso, sembra più una veduta. I colori sono molto particolari. Mi vien da pensare a un qualcosa alla Turner, ma sai?”
“Troppo recente!” […strano!?]
“Ottimo… Sì! Molto bello! Parta pure… Scusami, ti devo lasciare, stanno per mandare in stampa. Ci sentiamo.”
“Ciao, a dopo.”

Mi giro, specchiandomi sulla vetrina del locale:
“Sai che ti dico uomo? Se come prevedo oggi si gira bene, me ne vado a zonzo tutta la mattina.”
Torno in camera, cerco nell’armadio l’impermeabile e il capellino idrorepellente. Trovati! Esco dal portone, tenuto aperto dal guardiano.
La nebbia si sta diradando, lasciando cadere delle goccioline sempre più grandi e fitte. Non sta piovendo, ma è come se avessero acceso dei nebulizzatori giganti sopra la città.
Il solo pensiero di poter vedere la mia Venezia in queste rare, (con pochi turisti), uggiose giornate, mi commuove.
Per prima cosa devo andare verso gli Scalzi. La chiesa in questione, da tanti conosciuta semplicemente come la chiesa della stazione, in una giornata come questa va vista.
La facciata, ammirata dalle Fondamenta di San Simeon Piccolo, umida, quasi bagnata, si arricchisce di sfumature inverosimili.
Con molta attenzione, (a non scivolare), si passa il lungo ponte, sempre degli Scalzi, poi, se ci sono pochi turisti, ci si muove per la Strada Nuova, o, in alternativa, percorrendo qualche calle nascosta, arrivando alla Chiesa di San Giobbe.

Faccio due passi nel chiosco, vedo la chiesa aperta, vorrei entrare; il trittico di un Vivarini e l’inconsueta scenografia monumentale meriterebbero la mia attenzione, ma oggi si va a zonzo.
Mi fermo per un caffè proprio sotto il Ponte dei Tre Archi. Seduto fuori, sotto l’amico fungo a gas, contemplo la bellezza del Canale di Cannaregio.
Pago. Il cameriere spegne il fungo, poi apre le mani come a dire: ”Oggi non si vede anima viva!”.
Faccio per alzarmi, ma suona il telefono… Monika.

“Dimmi?”
“Sono a zonzo.”
“Non te lo dico.”
“Scherzo dai. Adesso sono ai Tre Archi, poi passo il Ghetto e vado verso Madonna dell’Orto.”
“Sì, le tele del Tintoretto. Sai… sai che un mio amico non ci credeva che fossero alte quindici metri… sì, più del palazzo dove abitava a Treviso…”
“Mi devi parlare? Vabbe’!”
“Seriamente? Cosa ho combinato?”
“Ma ha a che fare col biglietto di stamattina? Perché mi hai detto te di non parlarne…”
“Ah no? Bene!”
“Scusami! Sono a zonzo, è una bellissima giornata, stanotte quasi morivo: perché me la vuoi rovinare?”
“Ma si tratta di noi due?”
“Va bene, va bene. Ci vediamo al Campo dei Gesuiti, mangiamo qualcosa…”
“Ciao!”

Chiudo la linea. Poi, non senza difficoltà, lo spengo completamente: […più difficile che staccarsi il chewing gum dalle dita!]
Peccato, era cominciata così bene. Mi stavo proprio rilassando.
Comunque un salto a vedermi le grandiose pale di Madonna dell’Orto me lo faccio comunque.

Monika
Il Giudizio Universale

Sta diluviando. Piove incessantemente. L’acqua in caduta vorticosa trascina con sé corpi di vivi e di morti, tra demoni ed angeli. C’è chi scongiura, chi urla e chi prega. Tra gli scheletri dei consimili si lamentano i dannati. Ma poi, a salire, le cose vanno sempre meglio, probabilmente tra questi si salva anche qualche committente della pala. Poi, lassù, al vertice, lui; Gesù Cristo.

Sposto il piccolo binocolo dagli occhi; fortunatamente l’avevo dimenticato nell’impermeabile.
Riguardo la maestosa tela, senza l’ausilio ottico.
Forse è proprio così che il Maestro voleva che la vedessimo. Dal basso, fin dove arriva la nostra vista, quello è il posto dove dobbiamo stare: tra i dannati.
Arretro, con gli occhi fissi alla pala. Pesto un piede. Mi giro di scatto: “Monika?!”
Non mi guarda, i suoi occhi sono sulla tela, parla incantata:
“Michelangelo e Tiziano all’unisono. L’ha fatto! C’è riuscito… quasi uno scherzo!”
Mi prende la mano, “Usciamo!”
La seguo, col cuore che mi batte in gola.
Passeggiamo su uno degli ultimi campi pavimentato (originale) a mattoni.
Sorride: “Tranquillo! Non ti voglio mollare!”
“E che aspettavi a dirmelo?”
“Ho mostrato il lavoro che stiamo facendo a San Sebastiano alla Signora di Miami, abbiamo parlato un pochino. Anche lei è stata invitata alla festa…”
“Bene! Forse verrà anche Giulio.”
“Immagino di sì.”
Monika si ferma, e con lo sguardo a terra calcia un pezzettino di mattone che si sta per staccare, come un bambino.
“Sai come si chiamerà la festa?”
“…Dei poareti?” (dei poveretti)
“Scemo! Si chiamerà… Remember Bosgattia!”
Non so se ridere o rimanere serio. Poi continua.
“Stiamo per fare dei passi sempre più importanti. Voglio che tu sia sincero fino in fondo.”
Io, la guardo facendo spallucce:
“Forse si tratta solo di…”
“No! Non è una coincidenza! Ho diritto a una spiegazione, almeno provaci, anche se ridicola; ma dev’essere la verità.” Poi apre uno specchietto, guardandosi il trucco:
“L’educatore della madre delle principessa che darà la festa, le aveva spesso parlato di un posto ideale, dove si viveva alla giornata senza nessun convenevole, né professando idee né ostentando titoli accademici, blasonati, o altro. Alla festa ci dovremmo comportare come fossimo tutti uguali; intellettuali, nobili, borghesi, nuovi ricchi ecc.”
“Già, anche i camerieri!”
“No. Quelli non penso. Ma sono sicura che faranno a gara per esserci.”
“Bosgattia!”, mi scappa, quasi sovrappensiero.
“Sì. Un posto simile è esistito e si chiamava Bosgattia. Probabilmente ci ha vissuto anche questo professore-educatore.”
“Bosgattia!”
“Ti sei incantato? Ma che cos’era, una cittadina?”
Sorrido, “Noo. Molto di più! Era una comune sopra un isolotto sul fiume Po. Penso oramai scomparso.”
“Ma mi stai prendendo in giro?”
Prendo il telefono, lo accendo. Apro l’app note. Glielo mostro.
“Questo è l’appunto per il libro che devo leggere. È del creatore di questa cosa.”
Monika legge, due volte. “Incredibile! Non ne avevo mai sentito parlare.”
Metto via il telefono; comodo! Mi ci sto abituando…
“Geniali comunque Monika ad aver scelto una cosa di questo tipo come leitmotiv della festa. Così di nicchia, molto fine, quasi da sembrare uno sfottò… ma penso non lo sia.”
“Tante belle parole, ma mi devi ancora delle spiegazioni.”
“Domani! Promesso.”

Torniamo dentro la Chiesa della Madonna dell’Orto, per completare la visita e dare un saluto al grande Maestro.

Monika
Relatività

Apro gli occhi. Sono sul divano del monolocale sopra al laboratorio in Giudecca.
Mi alzo, infreddolito. Guardo fuori: nebbia!
Si sente la sirena di una nave, pochi secondi e ne appare la prua, immensa, sembra un’isola, non so se mediamente più alta dell’isola dove sono, ma sicuramente in una giornata di sole le farebbe ombra.
Di nuovo un colpo di sirena, grave, ripetuto, nella nebbia. Un po’ mi affascina ma anche mi mette una certa ansia vedere una nave cisterna di queste dimensioni in laguna.
Apro il telefono; qualche messaggio, due telefonate, apro il block notes e mi segno: vedere grosse navi cisterna in laguna!!
C’è un messaggio di Monika: ti aspetto per le nove all’H-Bar! Preparati il discorso!
Bene, tempo per una doccia.
Mi rado, mi lavo, mi vesto un po’ pesante. Scendo di sotto, faccio per salutare Mario e Antonia, ma sono alle prese con una grossa cornice in mano. Li lascio stare. Esco.

Eccola là; splendida creatura nella nebbia.
Sta seduta a bersi il cappuccino, tutta vestita di nero, o forse blu scuro. L’amico cameriere; il Bepi, mi vede arrivare, sistema la sedia asciugandola dall’umidità, si gira e accende il fungo a gas, poi alza le mani: “La signora Monika lo voleva spento!”
“La signora Monika non sente mai il freddo… e nemmeno il bagnato!”, gli rispondo, cercando di farmi guardare da Monika, intenta a leggere una rivista.
“Caffè doppio, espresso, grazie.”
“Comandi!”, sparisce.
Monika si allunga e mi bacia distrattamente, mi fa vedere la copertina della rivista; parla di alchimia nella pittura.
Allunga le gambe, appoggia la testa al margine dello schienale di ferro, fa la nuvoletta di condensa:
“Vai!”
La guardo; veste un lungo soprabito che lascia vedere parte delle cosce, subito coperte dai lunghi stivali neri scamosciati. Indossa guanti neri e un cappello di pelliccia, sempre nero. In pratica, l’unica parte scoperta che si vede è il breve tratto di cosce e parte del viso, dagli occhi alla bocca. Questa, è ornata da un rossetto viola acceso [finalmente!].
Tra gli zigomi sporgenti, il naso lungo e perfetto affonda nella linea mediana degli occhi. Oggi grigi, più che mai, con delle sfumature blu; le stesse che a volte si vedono sulla parte viva degli iceberg appena staccatesi dal pack… o viceversa.
Certe volte penso che sono talmente attratto e costantemente eccitato, da temere che la parte sentimentale del nostro legame ne sia lesa o forse annientata. Come se l’adorazione quasi carnale per la mia dea oscurasse tutti gli altri sentimenti.
“Okay Monika… prima una cosa però!”
“Concesso.”
“Non credi che la forte attrazione fisica, di questa nostra fase, rischi di oscurare la parte sentimentale del nostro rapporto?”
Con uno slancio si alza in piedi, si sistema il soprabito, si risiede con la schiena dritta, come dovesse affrontare un’importante conversazione di lavoro.
“Vedova nera? Mantide? Dea amante?” Mi accarezza il viso col guanto di pelle nera;
“Io mi ci ritrovo, e mi piace pure, penso che in questo siamo intimamente complementari, che male c’è?”
“Beh, temo…”
“Non temere niente, sono solo fantasie… penso che non sarà così per sempre… magari! Godiamocela fin che dura.”
“Hai ragione… che stupido!”
Poi si fa seria: “Ri-vai!”

Chiamo con un cenno il cameriere che ci osserva dietro il vetro della porta, Monika paga. Finisco l’espresso, ci prendiamo a braccetto e camminiamo lungo la fondamenta.

“Conosci le teorie di Albert Einstein? Cioè, intendo, gli studi?”
“E uguale a emme ci quadro?”
“No, no solo quello, parlo del concetto di relatività…”
“Ma non è quella la relatività?”
“Sì e no. Ti spiego…”
“Sì, ma alla tua maniera, ti prego!”

Monika se la cava bene quasi in tutto, ma non eccelle in materie scientifiche.
“In fisica, sono sempre esistiti dei concetti assoluti…”
“Tipo?”
“Lasciami continuare… ad esempio, la distanza: quella è, e mica si tocca. Mi spiego; un metro lo è qua, come ora potrebbe esserlo a Parigi. Domani, o tra un secolo, sarà lo stessa cosa. Ci sei?”
“Sì!”
“Bene! A noi interessa più il tempo. Il tempo è sempre stato considerato una grandezza, un valore assoluto. Un secondo qui…”
“…lo è anche a Parigi!”
“Bravissima! Vedo che ci siamo. In fisica è sempre stato così; la fisica galileiana per capirsi. Poi è arrivato Alberto che ha detto, ”non è vero che tutto è così assoluto” …per cui sarà? Sarà? Sarà-aa?”
“Ti sei incantato?”
“Lo sto chiedendo a te! Sarà? Sarà relativo!”
Monika annuisce; “Ecco perché relatività…”
“Beh, sì, immagino sia per questo… comunque, si parla di relatività tra sistemi. Ad esempio, tra due sistemi diversi il trascorrere del tempo potrebbe essere diverso…”
“Ma centra con …come cavolo la chiamate voi? La pulsazione?”
Scuoto la testa: “Impossibile da spiegare… ma ci si può avvicinare, almeno un pochino, con l’idea.”
Sospiro, poi inizio:
“Sei in stazione, tu hai un grosso orologio con le lancette, enormi, okay?”
“Sì! Procedi!”
“Bene. Ora passa un treno, le porte sono aperte e sopra ha un orologio enorme, come il tuo in stazione, va bene?”
“Sì! Procedi!”

(Nel frattempo siamo arrivati ai piedi della Chiesa del Redentore. D’istinto, alziamo tutti e due la testa; inconscio segno d’ammirazione a tanta grandezza).

“Bene! Ora guarda le grande lancetta dei secondi sul treno. Se passa molto veloce, ad ogni secondo che segnerà, sul tuo grande orologio ne corrisponderà uno un po’ più breve. Ci sei?”
“No! Fermati!”
“L’immagine della lancetta che tu vedi quando il treno si allontana, ci deve mettere un pochino per arrivare alla tua retina, giusto? Quindi per forza si muoverà più lenta rispetto la tua.”
“Giusto! Quindi più va veloce…”, Monika si blocca.

“Tu Monika, devi immaginare che l’orologio sul treno sia enorme da vederlo idealmente sempre, anche se questo si allontana velocemente.”
“Ok! Quindi il treno si allontana e l’immagine ci mette di più ad arrivare, quindi vedo la lancetta battere il secondo più lentamente. Ci sono”. Sorride e mi bacia prendendomi il viso tra le mani.
“Bene, e se andasse veloce come l’immagine che arriva?”
“Vedrei la lancetta ferma!”, fa l’occhiolino e si tocca la punta del naso con la lingua, come avesse detto qualcosa di eccitante.
“Ma!? Ma ti stai eccitando Monika?”
“Che stupido!”, poi ride: “Non so… forse un pochino. La consideravo una cosa così difficile quando l’ho studiata, avevo dovuto impararla a memoria. Ora spiegata da te… sei un grande! Con due parole… e poi, la risposta è sì! Sai che noi donne ci eccitiamo col cervello!”
Scuoto la testa. [Sì… col cervello?]
“Vai!”
“Poniamo che sei uno fuori di testa, e che ogni tanto è come se vedessi passare questo treno. A volte è velocissimo a volte più lento… e se fosse più veloce dell’immagine che ti arriva?”
Monika mi guarda perplessa: “Lo chiedi a me?”
“Le lancette idealmente andrebbero indietro, giusto?”
“No! Non ci sono, ora.”
[Più semplice, uomo!]: “Prendi la tua gemella, la metti sul treno, si fa un giro velocissima, se tu vedi le lancette muoversi più lente vuole dire che anche per lei il tempo passerà…”
Monika mi da uno strattone quasi da farmi cadere.
“Ringiovanisce! Va indietro nel tempo!”
“Sì, giusto, rispetto a te. Ma per lei il tempo è trascorso normalmente!”
“Very very cool!”
“Infatti; in alcuni film di fantascienza dove vanno velocissimi con le loro astronavi, tornano indietro col tempo…”
“Fantascienza, okay? Ma è applicata?”
“Certo. Ci mancherebbe! Mi sembra ci sia qualche piccola eccezione a livello sub-atomico…”, faccio spallucce, “…ma non mi interessa approfondire così tanto l’argomento.”
“Quindi?”
“Io, ogni tanto, vedo questo treno passare… [con un carico speciale]. Non so se sia lento, veloce, se sogno o altro. Una specie di percezione…”
“Sì, ma la portante? Che cosa ha a che fare?”
“Si tratta un po’ della banalizzazione di quello che mi succede… come se per trovarmi in quella stazione per vedere quel treno, mi dovessi allontanare come pulsando… qui è veramente difficile da spiegare. Senti una frequenza, parte da uno stato emotivo, quasi di gusto per il bello… estetica, ecco sì; estetica!”
“Estetica?!”
“Sì, anche! Almeno per me. Poi percepisco di trovarmi nella nostra stazione. Tutto; le pensiline, i gradini, i passeggeri, i vagoni parcheggiati, tutto soggiace a questa pulsazione.
“Santa Lucia… la stazione!”, esclama Monika, annuendo profondamente.
La guardo. Ora sono io a prenderle il viso tra le mani; la bacio.
Poi sorrido.

Quando se ne usciva con affermazioni così azzardate, quasi ingenue, ma che a volte celavano una possibile interpretazione molto profonda, perdeva l’espressione austera, lontana, quasi staccata, tipica di molte donne della sua bellezza, ridiventando bambina.

“Hai proprio ragione Monika!”
Guardo verso il Bacino San Marco:
“La portante di Venezia!”

Monika
La Tempesta?

Oggi in città c’era parecchio traffico; considerata la stagione.
Ci ho messo metà mattina, partendo dalla mia camera sul Canal Grande, per arrivare dal libraio ai Bacini.

Spingo la porta, entro. Sta leggendo chino su dei libri aperti.
“Ciao amico. Cosa c’è di così importante da farmi correre qui?”
“Conosci il Vecchio, il pittore?”
“Sì. Ho presente…”
“Ho incontrato la figlia in città…”
“Ma non aveva solo un figlio?”
“No, aveva anche una figlia. Hanno ereditato un sacco di roba dopo la morte; quadri, qualche scultura e qualche istallazione che non aveva buttato.”
“Perché? Le buttava?!”
“Dicono di sì.” Si accarezza la barba, poi mi guarda un po’ titubante;
“Sì, ecco… l’ho cercata per chiederle se riusciva a farmi trovare il fratello, gli devo parlare…”
[Sembra imbarazzato…] “Cosa centro io?”
“Beh, ecco… in un magazzino blindato ha un po’ di materiale che metterà all’asta, così mi sono incuriosito e siamo andati a dare un’occhiata.”
“Hai lasciato la libreria?!”
“Sì, perché?”
Rido. “Perché? Perché mi sembra stranissimo, non so…”
“Scusami, ma chi pensi che mi faccia la spesa?”
“Non te la fai portare dal servizio residenti… anziani?”
“Sì, anche questo è vero… ma mi lasci finire?”
“Procedi!”
Mi guardo: mani sui fianchi e gamba allungata. Sto inconsapevolmente imitando Monika.

“Il magazzino in realtà è una specie di cavò, sulla terraferma. Appena entrati mi è saltato subito all’occhio un suo lavoro, del padre intendo. Ricordo quando l’aveva dipinto. Stava passando un momento molto difficile, indeciso se lasciarsi andare alla deriva dove lo portavano spesso i suoi non comuni pensieri o se fare il giusto possibile per tenersi ancorato a questo mondo.”
[Ma che cavolo sta dicendo?] Lo guardo perplesso.
Il libraio si alza, leva uno straccio e mi mostra il lavoro.

Eh già! Colpisce il verde; le sue innumerevoli sfumature. È una tempesta, notturna. Sullo sfondo la Chiesa della Madonna della Salute.
La poca luce del dipinto proviene dai fulmini che cadono lontani, dietro la cupola della Salute, dietro Punta della Dogana, poi… non si capisce bene; forse dietro la Giudecca.
Un vetro, posto a protezione, col riflesso limita notevolmente la vista del quadro già molto scuro di suo. Lo giro per vedere com’è stato fissato alla cornice; forse si può levare.
Mentre vi passo dietro le dita, sento di schiacciare qualcosa di…
Un odore fortissimo, nauseabondo, si diffonde per la stanza!
Giro il quadro e vedo uscire dal margine in basso un fiotto di cimici verdi, qualcuna tenta la via del volo ma non ci riesce; troppo freddo.
Il libraio, imprecando, mi ordina di portare fuori il quadro, ma l’odore è veramente insopportabile, quasi dolciastro, di carogna… bruciata.
Lo mollo e corro fuori, dietro all’amico.

Finalmente respiriamo! Ci appoggiamo con la schiena al parapetto di ferro, rivolti verso l’interno del negozio. Gli appoggio la mano sulla spalla.
“Mi sa che dovrai tenere spalancato per un bel po’!”
“E chi le prende adesso?”
“Non preoccuparti, col freddo si fermano; poi passi con l’aspirapolvere.”
“Sì?! Tra i libri del cinquecento?”
“Vedrai che non è così grave. Ma? Hai mai sentito una puzza del genere? Forse è perché erano in tante…”
“Neanch’io! Mi è capitato ancora di schiacciarne una, ma una cosa del genere…”
“Forse si è mescolato con l’odore della triaca che stai preparando?”
Mi afferra la spalla: “Già; il famoso ingrediente segreto… Mi hai scoperto!”
Ridiamo.
Mi fa cenno al quadro: “Ti piace?”
“Bello! Bello! Come molti suoi dipinti porta ad una interpretazione molto evidente, quasi immediata.”
“Ah sì?”
“Certo!”
Guardo il quadro, inclinando la testa, allineandomi, visto che sta appoggiato di sbieco su una fila di libri a terra.
“Tempesta: le bricole; i pali uniti a tre, rimangono in piedi. Gli altri; le paline, vengono spazzate via. Ne è prova il gruppo sulla sinistra del dipinto. Sono rimasti solo loro tre; la bricola. Se guardi quella in primo piano sembrano quasi si abbraccino, a darsi forza. Le altre, singole, stanno per essere divelte dalle onde.”
“Complimenti! L’avevi già visto?”
“No, scherzi? Mai visto. È solo il mio lavoro… in parte, almeno.”
Mi prende amorevolmente per il coppino: “È tuo!”
“Sei matto?! Ti sarà costato una follia.”
“Non ti preoccupare.”
“Ma se hai detto che sono per un’asta?”
“È per te! Finiscila!”, poi ride tra sé; “Male che vada… romperò un bicchiere!” Mi strizza l’occhio.
“Così tanto?”
“Eh! Se li fanno pagare benino… ma hanno ragione!”
“No! Non posso accettarlo…”
“Basta! Bastaa!!”, picchia la mano sulla ringhiera di ferro arrugginito, ripetutamente, fino a farla andare in risonanza. Si è veramente alterato, poi si calma;
“È per te, e… Monika. Va bene?”
Mimo di chiudere la bocca, metterci il lucchetto e gettare la chiave in laguna.

Bene! A lui le cimici, a me l’opera di un grande maestro del Novecento. Ottimo scambio; non vedo l’ora di farlo vedere a Monika.

Monika
Traffico in laguna

Avrei voluto mostrare a Monika il regalo del libraio la sera stessa, ma sfortuna ha voluto che fossi in vaporetto e che quel giorno tutto fosse bloccato.

Identificatomi come veneziano; sono ospitato all’interno della cabina di comando del vaporetto, col pacco del quadro incartato in bella vista appoggiato sul tavolone fuori. Non c’è molta gente. L’intera conversazione è in veneziano.

“Cosa sta succedendo? Siamo fermi da mezz’ora?”
Il comandante: “Ho appena parlato con la capitaneria, sembra stiano preparando lavori per un incontro istituzionale d’urgenza sul Canal Grande.”
“Ma non possiamo girarci attorno e passare in Canale della Giudecca?”
“No! Perché è stato bloccato anche quello, per metà. Hanno fatto un senso unico, forse ci fanno passare le petroliere!”
“Ma scherzi?!”
“No che non scherzo!”, e mi dà un’occhiata come se il fatto di non saperlo mettesse in dubbio la mia ”venezianità”.

La parola ”petroliere” mi fa correre un brivido per la schiena. Spingo la portina ed esco fuori. Distrattamente mi porto le mani alla bocca. Sento di nuovo l’odore pestilenziale; mi ero dimenticato di pulirmele per bene, anche se forse non sarebbe servito a nulla. Il rollio del vaporetto mi dà nausea. Mi appoggio alle sbarre. Vedo i gorghi di acqua nera. Vomito! Copiosamente.
Mi giro, con la testa bassa, mosso da vergogna come un cane, mentre frugo in tasca alla ricerca di un fazzoletto; il capitano in cabina mi guarda male, scuote la testa: [Xe siòri abituè ‘ndare en lancia!], rivolto al secondo; proprio come se glielo sentissi dire.
Io, sorrido al pensiero che Monika sarebbe più schifata da quell’espressione dialettale errata, che dal vedermi vomitare.
Mi siedo sul contenitore dei cordami, mi pulisco le mani e l’esterno della tasca della giacca, inevitabilmente sporcato. Se avessi portato il fazzoletto al taschino, terminata l’azione di vomitare, l’avrei elegantemente sfilato e mi sarei pulito… a testa alta.

Da quando ero tornato da Miami percepivo in città una strana sensazione di negatività, di fragilità, di morte. Leggera, impalpabile, ma in costante aumento… forse era questa la sensazione che avevano sempre cercato letterati, artisti e pensatori vari a Venezia.
Ogni tanto mi prendeva anche un po’ d’ansia, come se stesse per succedere o fosse accaduto qualcosa di negativo a persone vicine. Poi passava.

Ora siamo ”fermi”; il vaporetto continua a muoversi avanti-indietro per contrastare la corrente di marea; in mezzo al buio e alla nebbia da più di mezz’ora, e mi si parla di petroliere!?
Forse, per la prima volta sto provando vera paura. Sta per succedere qualcosa.
Preso dall’ansia rientro in cabina, bussando.
“Scusate, ho esagerato con il fritto dei cicchetti!” (bocconcini)
I due si guardano annuendo. Sicuramente veniva meglio accettata una debolezza di gola che un mal di mare; caspita! Eravamo veneziani!
Poi proseguo; “O forse el vin de canaleta!”, detto con cadenza veronese. I due ridono.

Penso ai discorsi che avevo fatto a Mario quel giorno in Giudecca, sul barchin, a quanto bastasse poco per andare d’accordo, in simpatia, con un pizzico d’ipocrisia. Forse era questa il vero sale della vita…

“Tra poco tocca a noi!” Il capitano si strofina gli occhi più volte. La guida è a vista. Mi spiega senza distogliere per un secondo lo sguardo che c’è una strettoia molto impegnativa subito dopo l’Accademia, ci passeremo a pelo, forse anche sbattendo ai lati.

Parlando al telefono, al vice, hanno invece detto che avevano localizzato una bomba e che avevano limitato l’area a fini precauzionali, non si sa per quanto, ma fino al disinnesco. Stupito, gli chiedo:
“Ma?! Ma Venezia non è mai stata bombardata? Sbaglio?”
“Sì, che lo è stata! Mia nonna ha le foto!”, mi risponde il vice.
“Scusami, ma ne dubito! Non recentemente almeno…”
Il capitano, sempre con lo sguardo fisso in attesa del segnale verde tra la nebbia, ci aiuta.
“Avete ragione tutti e due. Venezia non è stata bombardata in tempi recenti, dagli alleati per capirsi, ma prima. Non so se sia San Geremia, ma mi pare che la cupola fu distrutta. Quindi vuol dire che è stata bombardata. Inoltre, tempo fa, ad un mercatino, ho trovato una stampa di un disegno antico di mongolfiere sulla città. Il toso l’aveva portata a scuola ed il maestro aveva detto che rappresentava quando Venezia fu bombardata dagli Austriaci…”
“Con le mongolfiere?!”, lo interrompo.
Mi guarda per un secondo, “Certo! Con le mongolfiere! Con attaccate sotto le bombe. Penso sia stata la prima città bombardata dal cielo nella storia dell’umanità. Penso… ma non ne sono sicuro.”
“Caspita! Ed io che pensavo di sapere tutto su Venezia!”
“Eh! Non fu tanto un’ideona… scoppiato il primo, la gente vedeva arrivar ‘sti palloni dal cielo e si spostava… certo che facevano danni, quelli sì.”
Poi si fa serio. “Ok. Luce verde! Calma e sangue freddo. Tocca a noialtri!”

Ho un po’ di strizza. Era meglio se rimanevo tranquillo seduto sotto, senza chiedere nulla, o ancora meglio se andavo a piedi. In queste situazioni acquee limite, la mia ancestrale paura non è di finire bagnato in acqua, rischiando di annegare assiderato, anche se ho il quadro, ma esattamente l’opposto, […l’odore di bruciato.]

Suona il telefono; Monika. Esco subito dalla cabina.
“Ciao.”
“Sì, siamo appena partiti, molto lentamente…”
“Non ho idea di quando saremo a Rialto.”
“Okay! Vai pure. Un bacio alla piccola ed a tua madre… a piedi, mi raccomando!”
“Ah, Monika! Ho una sorpresa, ma che dico?! Una sorpresona.”
“Un regalo del vecchio… il libraio! [Omonimia; curioso]”
“Mo-olto impegnativo.”
“Sì, ho cercato di rifiutarlo…”
“…ma non c’è stato niente da fare.”
“Domani in Giudecca lo vedi. Ciao!”
“Sì, ti chiamo sul tardi, okay!”
“Sì-sì, tutto bene… è che qui…”
“Niente, niente. A più tardi ciao.”
“Monika?!”
“No… niente dai… stai attenta. Vai a piedi vero?”
“Sì. Tutto qua. Ciao.”

Inutile contagiare Monika con le mie ansie. Mi affaccio sul lato opposto; vediamo che stanno combinando.
Arriviamo a quello che sembra il punto più stretto, appena superato il Ponte dell’Accademia. Il Canale è quasi interamente occupato da delle chiatte con dei cisternoni che sembrano pompare acqua. Un rumore fortissimo rompe la nebbia. I lampeggianti anti-fog fanno solo più confusione. Non vorrei essere nei panni di quel povero comandante. Faccio per guardare l’acqua, ma non si vede. Poi, un forte urto sul fianco, quasi mi getta in acqua per davvero!
I viaggiatori di sotto si alzano per vedere che succede, qualcuno esce fuori spaventato.
Nebbia, lampeggianti gialli, rumore assordante. Il vaporetto sbatte di nuovo, come si stesse incanalando su di una struttura fissa. Procediamo nemmeno a passo d’uomo, per alcuni terribili interminabili minuti. Poi, dopo le luci, compare la scia della lunga fila di imbarcazioni in attesa nell’altro senso di marcia. Lunghissima; a perdita d’occhio tra la nebbia. Ci metteranno ore per passare… tanti auguri. Ora il vaporetto accelera, il capitano sta sorridendo. Guarda dietro per un attimo. Alzo il pollice sillabandogli ”complimenti”, capisce e mi fa un cenno col capo.

Che bello! Non vedo l’ora di mettermi in camera, col quadro di fronte. Versarmi un bel bicchiere. Sdraiarmi, girare lo specchio del baldacchino e vedere tutte quelle luci dondolare, perfuse tra la nebbia.


Fine della quinta parte!

Come richiestomi da alcune persone, il romanzo, (a 2 voci), è disponibile sia su Kobo sia su Kindle ed è anche cartaceo.

Noi ci rivediamo venerdì prossimo per il finale.

Cosa ne penso io, di questo libro?

La Portante di Venezia è il primo libro che ho scritto, ma sono sempre più convinto che dovrebbe essere l’ultimo ad esser letto.

Commenti Facebook