Dopo il ritrovamento di un dipinto murale di un’Ultima Cena in una villa di Miami, del tutto simile a quella di Tintoretto, ma eseguita a fluorescenza e poi nascosta con un muro, ”il nostro” torna a Venezia. L’attenderanno ulteriori sorprese; la trama si infittisce.

Monika
Vetri blu

Ero tornato un po’ a malincuore dalla Florida, raramente mi ero staccato dal Veneto e sapevo che mi sarei trovato abbastanza impreparato al nostro clima autunnale… anche la Florida è umida ma… lì ci fanno le arance tutto l’anno!
Comunque, nessuno mi aveva impedito di godermi una settimana di meritate vacanze una volta terminate le indagini alla villa di Miami.

Monika, nel frattempo, viste le novità, decise di disturbare i proprietari.
Riuscì a rintracciarli e raccontare loro del dipinto; non proprio antico ma che presentava delle curiosità molto singolari, tra cui l’esecuzione a fluorescenza.
La signora, le disse che alla villa erano in programma dei lavori improcrastinabili, tra cui l’eliminazione di tutti i divisori e le pareti non originali, quindi, forse, anche di quella su cui stava il dipinto.
Monika, insistendo sapientemente, fino al raggiungimento della soglia dello scocciatore, si fece promettere che il dipinto ”non sarebbe andato perso”… chissà poi cosa voleva dire, forse non aveva ben compreso uno slang, un modo di dire americano.

In seguito, prima di venire a prendermi all’aeroporto, Monika portò le foto del dipinto di Miami a un nostro vecchio conoscente, assieme allo schizzo fatto con la biro su come avrebbe potuto essere l’architettura dipinta sulla parete costruita davanti. Secondo lei doveva per forza esserci un nesso, ma quale poteva essere?

“Ehi! Che accoglienza! Mi sei venuta a prendere in moto-lancia d’epoca!”
“Certo! Andavo di corsa… e poi dovevo accompagnare un potenziale cliente all’albergo che gli ho prenotato.”
Teatralmente deluso, sospiro:
“Ah! Go capìo tuto!”
“Guarda che non parlo la nuova lingua che vi siete inventati te e il tuo amico di Miami; parla venexian o italiano!”

Monika aveva affrontato il tema della lingua molto seriamente, prendendo lezioni di veneziano sia di grammatica sia di fonetica e anche, penso, di dizione.
Adorava i grandi scrittori in lingua veneta; quando andava a teatro a vedersi il Ruzante o Goldoni non voleva perdersi una battuta. Avrebbe fatto volentieri a meno della lingua italiana, nel senso che le bastavano la sua lingua madre, l’inglese, (very fluent), e il veneziano; che sapeva anche scrivere, cosa difficilissima.
Il gap eravamo proprio noi Veneti; diceva che il dialetto veneziano della lingua veneta esisteva prima della lingua italiana, quindi non poteva esserne un dialetto, era banale.
Secondo lei, invece, molti di noi, convinti di parlare in dialetto, facevano una traslazione molto confusa dall’italiano al veneto; un italiano ”dialettizzato”.
Era una cosa che detestava, come le unghie sporche di chi ti serve al bar. A questo punto era meglio parlare in italiano senza complicare ulteriormente il linguaggio con metodi sbagliati o strambe invenzioni.
In tutto questo non c’era nessun campanilismo, (figuriamoci, Monika), anzi, era una colta e fervida sostenitrice dell’importante contributo dato da Venezia alla nascita della lingua italiana, cosa che non ho mai ben capito.

“A che pensi?”
“Digressioni linguistiche.”
“Scusami, non volevo fare la saccente, sarai anche un po’ stanco.”
“No-no. Niente affatto, anzi. Questo piccolo stacco mi ha dato nuove energie.”
“Ah sì? Del tipo?”
“Sai, vorrei scrivere un dizionario in questa mia nuova lingua.”
Monika si gira di scatto, ma già col sorriso; capisce al volo la mia provocazione.
Sta in piedi a fianco del tassista, ben salda al vetro del parabrezza, senza curarsi dei possibili spruzzi.
I glutei, senz’altro prova delle sue origini pagano-vichinghe, la tengono incollata allo scafo come un’ostrica al suo scoglio.
Guardatela! Sembra una diva mentre arriva all’ormeggio del Lido per il red carpet. Ma che ci ha trovato…
“Monika?”
“Sì.”
“So che sono belloccio e abbastanza sveglio, e so anche che queste cose, a parte quest’ultima, non dovrei dirle: ma che ci trovi in me?”
Monika guarda avanti, stiamo per entrare a Cannaregio.
“Hai presente l’Uomo di Vitruvio dell’Accademia?”
“Quello sulle monetine?”
“Sì, certo… quello sulle monetine! Beh! Tu sei il mio uomo di Vitruvio.”
Il tassista, fin dalla partenza impassibile e imperscrutabile, ora si gira, e sorridendomi mi fa un cenno affermativo col capo. Sembra aver capito. Erudito! Beato lui.
“Cosa vuoi dire Monika? Sai che non conosco tanto Leonardo da Vinci!”
“Caspita! Sesso! E…”
“E… cosa? Monika?”

Si gira. La brezza del canale le muove una ciocca di capelli biondi che dispettosamente s’infila nell’angolo destra della bocca mentre sta per parlare. La sposta afferrandone l’estremità tra l’indice e il dito medio mentre ride e mi fissa con dei luminosi occhi grigi, in questo momento è davvero felice. Poi si decide.
“Vetri blu!”

Monika
Due dipinti un quadro

Dopo aver deviato dal Canal Grande, chiuso per una manifestazione, stavamo finalmente per arrivare al mio appartamento in centro, quando a Monika suonò il telefono. Il nostro amico, colto libraio, aveva già trovato qualcosa.
Si stava facendo sera, Monika era preoccupata più per la stanchezza del sottoscritto che per l’orario. La bambina passava a prenderla al nido la nonna, io l’avrei vista con calma il giorno dopo, avevo tutto il pomeriggio libero.
Decidemmo di andare.
Il taxi acqueo ci lasciò alla Sacca della Misericordia; aveva fretta e il bagaglio da consegnarmi a casa, provando a fare il giro opposto.
Eravamo all’estremità delle Fondamenta Nuove, dove finiva il mondo bipede, [penso di averlo letto da qualche parte]. Per noi, questa volta, invece, iniziava.

Prima di girare in barca, ero molto affascinato da questi luoghi che ti si presentavano davanti all’improvviso, mentre camminavi distrattamente. A un primo stupore faceva seguito una sensazione di privazione, molto particolare.
Ora, ero un eletto; potevo tranquillamente spostarmi tra i due mondi veneziani anche con mezzi privati.

Devo però constatare che il fascino dovuto a queste limitazioni del mondo bipede si è di molto affievolito, per non dire scomparso.
Dovrei di nuovo tornare a girare per la città solo a piedi.
Sorrido al pensiero…

“Che hai da ridere?”
Stiamo percorrendo di buon passo la fondamenta, verso i Gesuiti, alla nostra sinistra il cimitero galleggiante di San Michele sta per svanire in un crepuscolo tra grigi infiniti.
C’è ancora luce, ma non si capisce dov’è il sole; evento non raro a Venezia.
“Pensavo al confine tra il mondo di terra e quello acqueo. Al fascino di quei posti dove inaspettatamente ti trovi limitato, e di là non puoi andare.”
“E perché sorridevi? Per come sbirciava il tassista mentre scendevo sulla fondamenta?” [Sembra che studino apposta i momenti di bassa marea.]
“No. Figurati! Non che non ti abbia guardato le gambe… pensavo a Lord Byron; per lui questi limiti erano inesistenti. Non ci avevo mai pensato. T’immagini? Arrivi a San Marco, ti devi trovare sull’Isola di San Giorgio per uno spritz. ”No problem Sir!”, tuffo e via!”
“Sì, in parte è vero, ma lui aveva onnipresente un gondoliere personale pronto ad assisterlo.”
“Già!”, aggiungo, “E non solo quello!”
Monika ride portandosi la mano alla bocca, poi aggiunge:
“Se la spassava per benino il Lord! Poveretto, per poi andare a morire… ci pensi? Forse non aveva nemmeno la tua età!”
“Già! Era un romantico”, le rispondo accennando un sorriso malizioso.
“Sì. Come no! Molto. Mo-olto romantico!” …Monika non aveva inteso il mio sorriso.
Un vaporetto alle nostre spalle dà un colpo di clacson. Monika accelera il passo.
“Dai che lo prendiamo! Sbrigliamoci! Qui non scende molta gente… riparte subito!”
Mentre saliamo sopra il pontone si sente il ”beep” del lettore corsa delle nostre carte a microchip.
“Due fermate e ci siamo!”, quasi sospira Monika. Poi, seria; “Che faccia!”
“Pensavo a quanto sia interessante questa parte di Venezia. L’ospedale con la Chiesa di San Lazzaro, le fontane coi pesci rossi e le colonie di gatti. Quella caspita di crocifissione del Veronese. Sai che quando portavo qualche ospite in città, quasi sempre gli facevo fare il giro dentro all’ospedale?”
“Certo che lo so! Senza quei giri non so se ora noi due saremmo qui a parlarne!”
“Esagerata!”
“Beh! Sai… mi avevi un po’ incantato con la tua Venezia nascosta.”
Monika abbassa la testa guardando i gorghi dell’acqua sotto ai suoi piedi, poi prosegue:
“Mi avevi fatto entrare dal pronto-soccorso acqueo, dove arrivano le ambulanze. Ero un po’ confusa e imbarazzata; non si capiva che poteva essere un ingresso comune.
Poi, dentro, tutti quei lavori di carpenteria, alberi sradicati, muratori, elettricisti, gatti ovunque, anche nei cassoni delle lavanderie.
Girando, siamo arrivati per caso alle esequie di un funerale, e in un attimo ci siamo trovati dentro la Chiesa di San Lazzaro. Quella caspita di crocifissione, come dici te, ma anche il Tintoretto e le sculture delle navi…”
“Ma non era ancora finita!”
“Già mi hai detto che l’avremmo rivista con calma, prima si vedeva, poi si studiava e poi si ritornava. Ed era vero, non era finita. Uscendo ci ci siamo trovati nella parte dove l’ospedale diventa il più bel ospedale che il mondo possa avere…” e, arricciando il naso: “…anche se la cosa suona un po’ strana!”
Mi assale un forte senso di nostalgia, di ricordo, di malinconia… e forse voglia di un po’ di magia.
Prendo Monika per mano, “Scendiamo! Voglio camminare. Ho bisogno di farla a piedi!”
Sbarchiamo a Celestia, dietro a San Francesco della Vigna, dove secondo storia o leggenda aveva fatto naufragio Marco, ora San Marco; patrono, brand, istituzione, grido di battaglia e quant’altro della città-stato.

Il nostro consulente, ha una specie di libreria proprio dietro all’Arsenale, ma non ci si arriva e poi si entra. D’improvviso; ci s’imbuca!
Da Celestia si percorre una passerella in ferro sospesa sull’acqua, attaccata esternamente alla maestosa muraglia dell’Arsenale. Poi, a un certo momento, attraverso un’apertura ci si infila dentro.

Arriviamo al cospetto dell’epigrafe del Duce Andrea Gritti, ci giriamo verso la laguna e ci guardiamo. Monika mi bacia, premendo con forza la gamba verso il mio basso ventre. Siamo emozionati e anche eccitati.
Poi, guardando il vuoto, con gli occhi fissi al mare, mettendomi il braccio sinistro attorno al collo, come dei vecchi amici:
“Da quanto non la facevamo! Ricordo ancora la prima volta che l’abbiamo percorsa, ma al contrario. Eravamo in vaporetto, hai letto ”Bacini” e mi hai trascinato giù. Poi non sapevi cosa fare, dove andare. Era uscito un barbone, un gigante, con in braccio dei gattini, subito seguito da un esercito di gatti enormi. Chissà cosa ci faceva e come viveva lì?”
“Bah, penso gestisse la colonia, magari sovvenzionata dal comune o perché no? Da ricche e nobili signore.”
“C’era venuto incontro un po’ rigidamente ed io spaventata ti strinsi forte la mano nascondendomi un pochino dietro di te.”
“Sì, mi ricordo.”
“Quando i vostri nasi si sono quasi toccati gli hai chiesto: ”Scusi, per le toilette?”, e si mise a ridere come un pazzo sparendo messo a carponi in un buco nel muro, seguito dai suoi gatti.”
“Già, avrei voluto chiedergli la strada, ma spaventava un pochino anche me, e poi veramente avevo bisogni fisiologici immediati.”
Monika: “Facemmo tutta la passerella ferrata con l’ansia di dovere tornare indietro, o che fosse un luogo abbandonato, fatiscente o magari vietato.”
Aggiungo, “sì; stava facendo buio, e c’era nebbia.”
“E poi finalmente trovammo San Francesco, con i chiostri bagnati dalla nebbiolina.”
“Già! Bianca come le nubi di quel Giambellino visto pochi metri prima!”
“Che magia!”, sospira Monika.

Guardo l’ora: “Meglio se ci sbrighiamo, il matto è capace di chiudere bottega e filarsela per qualche scorciatoia nascosta dell’Arsenale.”

Si sta facendo buio quando arriviamo in prossimità dell’ingresso alla bottega.
C’è un forte odore di vinaccia e vecchi libri, la porta è aperta per fare uscire il fumo.
Ci troviamo di fronte a un anziano ricurvo su dei libri aperti, stempiato con degli occhialini senza stanghetta, dalla postura a suo modo distinta, la barba bianca incolta, ma non lunghissima.
“Buona sera superlativa Monika!”, poi alzando i vispi occhietti verso di me: “Mister… se te lo lavo; el bicer, lo bevito en gosso de nero?”
Monika fa un soprassalto, non tanto per l’offerta, in realtà a me indirizzata, ma per l’uso ostentato improprio del dialetto.
“Sì, ma no nel pentolin de rame, plis!”
“Certo escusame… te-lo-lao de vero.”
Poi abbassando lo sguardo sui libri l’anziano esclama: “Eh! Quando vedo quei bei ocioni grigi spalancarse e farse cativi, me boie ancora el sangue!”

Ridiamo, sapevamo che quattro battute in dialetto così ostentatamente profanato avrebbero urtato Monika.
Poi parlo all’amico: “Ci casca ancora! Se la prende! Non sa arrendersi di fronte alle nuove tendenze, ai neologismi, ai linguaggio dei giovani, al dialetto T9 dei telefonini.”
Monika, che sta in piedi, un po’ teatralmente allunga la gamba destra, mette le mani sui fianchi e con fare inquisitore esclama:
“Ma che brave macchiette! Proprio bravi. Questa sera al Teatro Italia andrà in scena la commedia ”I Rusteghi” interamente in veneziano T9!”
L’amico libraio rialza lentamente lo sguardo che si interrompe alquanto perturbato sulla mia compagna; non gli sfugge la coscia andata scoperta nell’allungo della gamba, poi guarda me. “Meglio bere va’!”
Mentre versa, mi chiede, sussurrando e guardando in direzione dove Monika sta sfogliando dei libri:
“Ma come gheto fato?!”, (Ma come hai fatto?!), seguita da un’occhiata e un accenno sempre nella sua direzione.
Poi mi fissa, accarezzandosi la barba, con il viso messo un po’ di traverso. Passa qualche attimo. Aspetta veramente una risposta!
Io, quasi annoiato, come dicessi una cosa ovvia:
“Bah…Vetri blu!”, stando attento a non farmi sentire da Monika.
“Ah! Go gapìo!” (Ho capito!)
Si accarezza la barba pensieroso, poi chiede:
“De Muran?” (Di Murano?)
“No, no-o!”, esclamo quasi offeso; “De Maièmi!”
“Ostrega! Go sempre savesto che ti gaveve łe spałe larghe…”
Lui sorride, mentre io rido.
Monika non riesce a sentirci, ma ci vede così; col bicchiere in mano a ridere. Con un cenno di disapprovazione scuote la testa e torna a sfogliare il libro appoggiato sulle gambe accavallate.
Potevamo andare avanti anche ore con queste discussioni quasi paradossali, in genere però non superavano i dieci minuti.

Il libraio ha già preparato le foto portate da Monika su un cartone bianco. Fruga tra le carte e se ne esce con una foto in bianco e nero dell’ultima cena di San Marcuola. Poi, mostra la fotocopia di una stampa, dove si vede la stessa cena, ma con la tavolata dei discepoli inserita in un contesto diverso, molto più grande.
A Monika, ora avvicinatasi, quasi prende un colpo.
Lo schizzo che aveva frettolosamente preparato con la biro nera, corrisponde molto al contesto di quest’ultima immagine, e, sopratutto, c’è il cane dritto in piedi, come al circo, quello che lei aveva omesso dal suo disegno proprio perché le sembrava una follia!
Io rido: “Visto che il cane c’era?!”
L’amico leva l’occhialino e si mette seduto comodo portandosi il pentolino di rame alla bocca, molto soddisfatto delle nostre reazioni.
Io e Monika ci guardiamo; è tardi e avrei anche un po’ di fuso da smaltire, sta per partire la spiegazione del secolo. Ma gliela dobbiamo.

“Vi conosco! So che pensate che stia per iniziare un predicozzo, ma non sarà così. Oggi devo chiudere bottega un po’ prima, forse dovrebbe ripassare una coppia giovane, lui in particolare, tipo a vedersi non sveglissimo, ma sensibile. Ti assomiglia un pochino… non voglio che mi trovino.
Li ho mandati alla Vigna, qui vicino. Gli ho promesso dei libri sulla storia di Venezia, quattro Laugier, vediamo prima se capisce il De harmonia mundi totius. Si era fissato sul lato meramente storico tralasciando un po’ l’anima. Lo sai che con troppe nozioni storiche, poi un pochino ci si avvelena, e si finisce col fare proseliti ovunque fino a quando non ci si scarica…”
Lo interrompo:
“Già, la figura dello scemo del villaggio! Era veneto non veneziano?”
“Sì, tutti e due.”
“E tu, dici che ci arriva da solo allo Zorzi?”, mi giro verso Monika; “L’autore del de harmonia…”
“Se capisce il significato di San Francesco, sì!”
“La sente?”
“Altrimenti, come avrebbe trovato questo posto?”
“Per caso!”
“Ma dai? Quanti foresti scendono ai Bacini, quasi al buio, con la nebbia?”
Monika ci osserva seccata, si alza sbottonandosi il soprabito e si risiede. Poi sistema la gonna e sovrappone le gambe; con la destra sopra che inizia nervosamente a fare oscillare.
“Quando avete finito i vostri discorsi di cabala e di ”cavalieri Jedi” protettori di Venezia, possiamo parlare del motivo per cui siamo qui?”
Il libraio sorseggia di nuovo, lo sto per fare anch’io, ma mi accorgo che il bicchiere è vuoto. [Buona ‘sta roba! Sembra una bibita alcolica.]
Lui mi vede, senza voltarsi prende la bottiglia scura completamente anonima da un tavolino alle sue spalle, me ne versa, fermandosi senza traboccare, senza guardare. Riappoggia la bottiglia nello stesso punto senza girarsi.
“Sapete meglio di me, che la tela è stata per forza dipinta nel ‘500 da Tintoretto, precisamente finita il 27 Agosto del 1547 stando alla preziosa testimonianza dell’epigrafe posta sullo sgabello centrale, da qui anche l’importanza tecnica del dipinto.
La Chiesa di San Marcuola, attuale, risale alla prima metà del ‘700. In occasione del suo rifacimento, la tela, già grande di suo, è stata ampliata per tutta la parete laterale dell’Altare Maggiore. Stessa sorte per la tela sul lato opposto, ma quella è una copia, l’originale è in Spagna, grazie all’intervento di Velasquez; ma voi saprete senz’altro già tutto.”
“Monika di sicuro! Ma a me basterebbe semplicemente appoggiarci sopra la mano. Ma continui pure professore!”

[Ho esagerato, che stupido! Che poi non è proprio così; nascondo molto le mie conoscenze, ho paura di essere pesante e di non divertirmi più con gli altri. Così spaccio la mia cultura per intuito…]
“Uomo! Ghè sito? Anzi: Uè zio! C6? (con le dita)”, se ne esce Monika, fissandomi a un palmo dal naso.
“Sì-sì! Scusatemi, ero partito.”
“Sei andato all’Escurial a vederti la tela?” mi chiede il libraio.
[Che strani? Lui fa il saccente, e Monika ha fatto una battuta… forse le ha sempre fatte e non le ho mai capite? Dev’essere “el vin de canaleta che me manda a ramengo! (vino pessimo)].

“…In occasione della mostra a lui dedicata nel ’37 a Ca’ Pesaro, l’hanno poi risistemata come si vede ora, che è come l’aveva fatta il maestro… forse.”
Il vecchio si alza, perde un po’ l’equilibrio, fa finta di sorreggersi appoggiandosi sulla gamba di Monika, ma poi ride, arriva alla porta e con un inchino ci fa segno di accomodarci fuori.
Monika non batte ciglio, si alza di scatto, batte forte il piede destro a terra per sistemare lo stivale scamosciato che le se era un po’ sfilato. Poi, china in avanti, con la coda dell’occhio verso la porta per controllare che il libraio non possa vederla, si sbottona la lunga giacca dell’abito, partendo da sotto, poi tira in su, fino a metà coscia, l’estremità degli stivali.
Ci guardiamo. Con un sorrisetto complice mi fa segno di stare zitto, poi, sottovoce, mi chiede: “Che vuoi? Fuori fa freddo!”
Esco malinconico; nonostante il piacevole siparietto sensuale di Monika ci rimango un po’ male per il comportamento del vecchio.
Lui se ne accorge e mi appoggia la mano sulla spalla, stringendo un pochino; “Oramai sono un vecchio! Concedimi qualche lusso.”

Che stupido! Mi sento terribilmente in colpa. Come ho potuto fare l’arrogante, men che peggio l’offeso dopo il suo aiuto!
Faccio per scusarmi, ma lui mi fa un segno con la mano a mo’ di benedizione, tra il saluto ed il ”vabbe”’, come avesse capito le mie intenzioni, e mi chiude la porta in faccia.

Ci incamminiamo. Soffio forte, a guance piene.
“Che giornata Monika!”
“Già, rientro intenso!”
Si ferma, mi guarda seria, poi mi trattiene con molta forza per le braccia, mentre un brivido mi riporta al momento sensuale di prima, quando s’è sistemata.
“Ci hai capito qualcosa?”
“Sì, direi tutto!” le rispondo in massima tranquillità.
“Va bene! Ora mi spieghi. Ma in vaporetto, sono un po’ stanca. E… no! Ti ho visto prima, sai! Nessun massaggino, te per stasera pensi a dormire!”

Non c’era molto da capire, la spiegazione veniva nella mia testa da sé. È come fare due per due uguale a quattro; non ci pensi, lo fai e basta, sai già che è così.

È incredibile girare per Venezia in un vaporetto quasi vuoto, non mi succedeva dai tempi della linea dedicata ai residenti e ai possessori di Carta Venezia, un esperimento fallito sul nascere, tanti anni fa.
Ricordo il piacere nel sedermi davanti, superate le code infinite, atteggiandomi da veneziano nativo mentre ero solo un semplice turista mordi e fuggi.

Monika, seduta alla mia destra, guarda fuori, poi mi batte forte la mano sulla gamba:
“Dai, attacca! È il tuo turno!”
“Ok. Partiamo da Miami. Il dipinto a colori normali è corretto, nel senso che si rifà all’originale, alchimia a parte, se c’è. I colori fluorescenti invece sono una sorta di visione, di come lui ha percepito il quadro. Il contesto, quello del ‘700, col cane in piedi, per capirsi, l’ha fatto dopo, sul secondo muro… ma come faceva averlo visto?”
“Era una visione!”, esclama Monika. Poi continua:
“Lui ha visto in chiesa il quadro, come lo vediamo noi ora. Poi la visione… ma lui l’ha visto fluorescente…”
Alla parola fluorescente Monika guarda in su e si punta l’indice destro alla tempia come se l’avessi chiesto io qualcosa, poi va avanti:
“Lo so! Ha usato la fluorescenza perché era la cosa esistente che più si avvicinava alla sua percezione, però solo per la parte originale, mentre per quella attorno… no!”
“Quindi tu dici che la sua visione ha discriminato cosa poteva essere originale del maestro e cosa no?”
“Sì, ma solo nei colori”.
“Ecco perché il muro sopra.”
Monika ora inizia a stringere veramente forte la mia gamba. Poi prosegue.
“Sicuramente con la luce UV nera illuminava il vestibolo a fluorescenza, mentre il dipinto sul secondo muro doveva restare normale, e, sicuramente non era un trompe-l’oil, ma una semplice pittura di un ampio interno. Probabilmente non aveva fatto in tempo a ritagliare la finestra centrale per fare vedere sotto il dipinto illuminato a fluorescenza!”
Esclamo: “Cavolo! Un enfant prodige, più che un naif. Questo ha escogitato il sistema più semplice per mostrare ciò che aveva visto a San Marcuola, ma proprio sul più bello, ossia prima di fare l’esatta fessura nella parete son dovuti tutti…”
“Partire di corsa!”, mi interrompe Monika, dandomi una sberletta sempre sulla gamba. Poi continuo:
“Più che partire; ritornare. Una brutta storia. Ha a che fare col Canale di Panama. Il padre era una specie di console di laggiù, ma sai… poi più di tanto non mi andava di chiedere.”
“Immagino!”, afferma Monika visibilmente stanca. “Beh, bel passo avanti! O no?”
“Certo! Ma ti devo dire una cosa che ci è sfuggita, ma a cui ho già trovato spiegazione fin che ne parlavamo.”
Monika si gira di scatto, con tutto il busto; senza muovere il bacino: “Spara!”
“Perché tutto il casino della doppia parete se voleva questo risultato? Voglio dire, non poteva semplicemente fare la parte originale con colori fluorescenti e quella aggiunta nel ‘700 con colori normali? Otteneva lo stesso effetto, sbaglio Monika?”
Lei si morde il pugno, poi scuote la testa.
“Che stupida! È tutto così assurdo che non ci avevo pensato!” Sbuffa e sorride. “Mi penserai una cretina!”
“Che? Scherzi? Come dici te è assurdo… entro certi limiti.”
“Dicevi che avevi capito?”
“Sì, è vero! Prima, pensavo di aver capito il motivo, ma mi è sfuggito!”
“Come ti è sfuggito? Come può essere?”
“Come se lo sapessi, ma non riuscissi a tirarlo fuori…”
“Perché?”
“Perché… non è possibile. Un po’ come quando cerchi di capire e spiegare le stelle ma poi ti confondi. Qualsiasi cosa ti dicessi ora sarebbe sì relativa alla spiegazione, ma non corretta. Potrei dire che erano due universi differenti, che lo spazio tra le pareti rappresenta il salto temporale tra i due dipinti, capisci?”
“Il concetto mi sfiora …dici che stai percependo qualcosa?”
“Monika, non ti piace tanto parlarne…”
“Lo so, ma prima o poi è un lato del tuo universo che dovrò affrontare.”
“Sì, la sento, la spiegazione sta là! La capisco anche, ma non riesco a dirla!”
“Sì, però hai detto che senti la spiegazione… che cosa senti?”
“È lei! Sta pulsando, lontano, non so dove.”
“Da quanto?”
“Da quando ho pensato alla soluzione dei due tipi di colori senza dovere fare il muro, ma c’era già prima…”
“Sì, va bene, ma cerca di…”
“Monika! Basta! BASTA! Ti prego! Devo staccarmi… rischio di… di perdermi.”
Cade il silenzio, come dopo un litigio.
Monika è girata; ha lo sguardo fisso al finestrino. Io mi alzo e vado fuori a prendermi un po’ di vento in faccia.
Mi lacrimano gli occhi; in verità non so se per il vento o più per l’emozione di essere tornato… ”e di farne parte”. Comunque sia, dieci minuti d’aria marina e qualche spruzzo mi hanno giovato parecchio.

Mi risiedo al mio posto. Le sfioro la mano, lei si gira:
“Sai Monika… una volta ho assistito a una conferenza organizzata dal figlio del Vecchio, beh, in verità lui stava in diretta telefonica, quello dell’arte… come si chiamava… co… cognitiva? No, aspetta… si chiamava…”
“Scusa! Suona il telefono. È mia madre.”
“Fai pure.”
Nel frattempo, con la vista mi faccio strada tra il buio dei finestrini della fila opposta, per riconoscere dove siamo, ma non vedo niente.
Monika riattacca, sbuffa e alza gli occhi.
“Che palle! La bambina ha vomitato! All’asilo dev’esserci un virus intestinale.”
“Mi spiace! Povera… piccolina.”
“Sì, beh, con mia madre è in mani sicure, però come si fa a non preoccuparsi.”
Le accarezzo il volto col dorso della mano, siamo entrambi stanchissimi, io in particolare inizio ad estraniarmi, infatti c’era una cosa di cui stavo per parlare, ma non ho la forza per ricordarla, mi giro per chiedere a Monika, ma ha già gli occhi chiusi. Guardo il display azzurro con i tempi di navigazione, c’è tempo più di mezz’ora. Chi se ne importa! Dormo anch’io.

Scesi a Rialto andammo di corsa a letto, nelle nostre dimore.
In quel periodo avevo in affitto un sottotetto sul Canal Grande, vicino a Rialto. Mi costava una fortuna, ma ne valeva la pena. La piccola camera mansarda, aveva un letto a una piazza e mezzo, quindi un po’ strettino per il riposo coniugale, ma disponeva di un baldacchino a specchio inclinabile, che con le tende aperte ti permetteva di vedere il Canal Grande riflesso.
Quella sera aprii le tende, e nonostante la foschia mi gustai quello spettacolo di luci e riflessi, accompagnato dal suono grave e lontano dei vaporetti finché non chiusi gli occhi.
Che bella sensazione ritornare a dormire nel proprio letto! Fu il mio ultimo pensiero di quel giorno.
Monika la stessa giornata era riuscita a sistemare la bambina, il nuovo cliente e me. Il suo bel volto risentiva della stanchezza, ma l’eleganza e la postura rimasero regali, come sempre, fino a quando ci salutammo nella stretta calle sotto casa. Arrivata da sua madre, dopo aver visto la bambina, in un attimo si trovò anche lei tra le braccia di Morfeo.

Mio padre
San Marcuola

Se ne andava a zonzo, in una giornata appositamente dedicata allo scopo, dopo averci molto riflettuto. Immagino quanto fosse stato difficile per lui; cresciuto con il must del lavoro, nel Nord-Est, in pieno miracolo economico, dove chi si permetteva una giornata per andare a zonzo, specie per Venezia, non era visto di buon occhio. Ma le bugie non riusciva a raccontarle.
Il risultato fu del tipo: ”Ma con che faccia si pretende di perdere una giornata di lavoro per andare a vedere una chiesa, che non era neanche San Marco? Chiusa di domenica, dal nome impronunciabile, a vedere un quadro che non era neanche famoso?”
Tra l’altro, le zie, al nome della chiesa si erano messe maliziosamente a ridere. Già; sapeva di fregatura.
Dopo due minuti di starnazzi, (sì, usò proprio questo termine quando ce lo raccontò), mio padre batté un pugno sul tavolo talmente forte da fare rovesciare i bicchieri. Calarono le tenebre. L’unico movimento nella stanza, quasi impercettibile, fu quello della zia che alzò lo sguardo sopra gli occhiali mentre fissava il ricamo a cui lavorava.
Uscì, mentre mormorarono tra loro; “Xe propio mato!”

Si era imbarcato il giorno dopo a Treporti; sulla gronda nord della laguna.
Il paesaggio era stupendo, il mare era molto mosso, lo si capiva già appena messo piede sul pontone.
Le increspature delle onde riflettevano scintille che andavano a spegnersi molto lontano, in un’ultima fiammata, accentuata dal nero dei temporali in arrivo. Seduto fuori, dall’alto della motonave, rimase impressionato dal moto vorticoso di grosse meduse che impotenti finivano attratte dai gorghi delle eliche, qualcuna però affondava, riuscendo a sfuggire dalla schiuma d’aria verso il profondo verde, apparentemente indifferente di essersi salvata la vita; senza scappare o gioire… pelagica. (Galleggiando passivamente).
[Già! Pelagica… come la mia vita.]
Con questa immagine per la testa, senza grosse difficoltà di orientamento, dopo essere sbarcato sulla Riva degli Schiavoni, raggiunse Campo San Marcuola.
Bene! La chiesa era aperta.

Spostò i tendoni, attese che l’occhio si abituasse; c’era veramente poca luce. La trovò subito. Ci si mise a fianco, in piedi, dondolando per la stanchezza della camminata. Un vaporetto stava per approdare al pontone, anzi, più di uno; si sentivano le imprecazioni dei capitani e di qualche accalorato subalterno reclamare il diritto di precedenza.
L’oscurità fisiologica della chiesa, accentuata dalle tenebre preannunciati il temporale, gli impedivano di vedere al meglio l’opera, anzi, più si sforzava e più la sensazione che fosse stata dipinta in bianco e nero, ma con tutte le sfumature del grigio possibili, si faceva forte.
Stava osservandone i particolari, quando, tra il buio, nella sua mente, gli apparve l’immagine di un bambino seduto in solitudine, sopra una panca da chiesa, in meditazione.
Non si trattava né di un sogno né di un’allucinazione, tanto meno di una visione nel senso proprio del termine, ma semplicemente di una di quelle immagini che a volte si proiettano nella nostra mente a occhi chiusi o quando ci si sta per addormentare, stupendoci, rallegrandoci o spaventandoci un pochino.
La panca su cui stava seduto il bambino coincideva con quelle della chiesa, così non resistette all’impulso di girarsi di scatto, ma non vide nessuno. Tornò ad osservare la grande tela quando a un tratto, quello che pensava il rumore meccanico e profondo dei vaporetti, pian piano si trasformò in una specie di cadenza ritmica, sempre più bassa, profonda, complessa.
Lo spirito scientifico che lo spingeva sempre e comunque ad analizzare qualsiasi evento apparentemente diverso lungo il cammino della sua vita, lo stava per allontanare da questa ”visione ritmica”, così decise di lasciarsi andare, di assecondarla e di seguirla, libero. In questo stava il suo genio!
Tornò l’immagine del bambino, come un forte e nostalgico ricordo. Sentiva di conoscerlo bene anche se non sapeva niente di lui; proprio come succede in certi sogni quando ti trovi profondamente legato ad una persona, ma poi da sveglio non sai chi, tra quelle più vicine nel mondo reale, possa essere.
In questo caso però mio padre non stava sognando. Concentrato sull’immagine del bambino, soavemente accompagnato da questa pulsazione, iniziò a vedere l’ultima cena nel pieno dei suoi colori, anzi, talmente ricca e fastosa da essere proprio la tela ad irraggiare il suo mondo.
Le persone della cena fisse immobili, come ferme nel tempo, sopra una sorta di tappeto sospeso sul nulla, irradiante colori ed energia. Pure le vesti, similmente irraggianti energia, colori e dinamicità, il tutto però in un contesto atemporale, con i volti e le membra dei partecipanti a quell’ultima cena, stinti come statue; catturati da un’istantanea di duemila anni fa.

Poco dopo si destò, il pomeriggio era ormai passato. Deciso a vedere un’altra pala, in un vicino oratorio, uscendo di fretta non poté non sbattere contro un ragazzino nascosto fra le tende. Spaventato, mio padre, avendo percepito l’urto del suo visino, fece per spostare la tenda scusandosi, ma questo corse in chiesa urlando gioioso: “Excuse me! Escuse me!”
Il bambino appena intravisto, sui sette anni, portava un gonfio e perfetto taglio a caschetto, pantaloncini corti con scarpette e calzini bianchi, curiosamente ricamati a pizzo. Lo vide scomparire in fondo, tra le panche vicino all’altare. Scrollò le spalle e spostò i tendoni sulla porta per uscire.
Abbacinato da un raggio di sole, prepotentemente fattosi strada tra il varco creato da due grossi cumulonembi presi a braccetto in lenta rotazione come in un minuetto, non prestò particolare attenzione alla coppia che stava per entrare, probabilmente i genitori del bambino.
In vaporetto, lungo il Canal Grande, seduto dietro, ripensò ai momenti passati a San Marcuola. Quella specie di visione, quella sensazione ritmica trasportante, il bambino. Già, il bambino. Gli venne così in mente la sua immagine e ne cercò un collegamento con il fanciullo visto entrare in chiesa, quasi a cercarne una correlazione mistica, o comunque metafisica. Purtroppo non vi trovò alcuna somiglianza o spiegazione. I due bambini erano due persone diverse.

Monika
Giudecca

Apro gli occhi. Lei è seduta alla pettiniera; si sta spazzolando i capelli davanti all’enorme specchio veneziano. La radiosveglia lampeggia un’ora a caso; dev’essere mancata la corrente.
Mi alzo dal letto, mettendomi seduto al piccolo scrittoio da camera. Apro le tende. Traffico! Come sempre. Gondole, vaporetti, taxi, traslochi, pompieri, lavanderie, trasporto frutta, ecc. ecc.
Tutti vogliono passare sotto quel ponte che sta lì da cinque secoli, tranne quelli a piedi, che però non rinunciano a passarvi sopra… e tranne Lord Byron, che attraversa a nuoto. [Che strano… mi sembra d’averla già pensata questa cosa.]
Monika, un po’ schifata, sta togliendo dei capelli rimasti impigliati nella spazzola. Uno lo alza e lo esamina scuotendo la testa, [eh sì amica mia. È proprio grigio!]
Mi dà un’occhiata attraverso lo specchio, poi raccogliendosi i capelli a ciocca con un elastico si gira verso di me.
“Ben tornato tra i vivi! Hai dormito, ma non solo quello; te ne do atto, per quasi due giorni.
Ieri sera sono passata a vedere se eri vivo, mi hai preso la mano e borbottato qualcosa; spero stessi sognando me, perché mi sono spogliata e infilata nel letto… dovresti fare più spesso questi viaggi!”
“Già, è stato divi… ero anche un po’ in astinenza… ho cercato di limitarmi il più possibile in queste settimane… nel senso di non arrangiarmi…”
Monika alza la mano per fermarmi: “Sì-sì, ho capito!”
“Poi ieri, rivederti così, così… sai, a volte ho talmente paura di perderti che metto di proposito dei limiti ai miei sentimenti… Prima, per dire, quando ti ho visto con quel capello tra le dita…”
Monika mi interrompe, annuendo esageratamente:
“Doppie punte!”
Ma io proseguo:
“…ho fantasticato a quando potrò vederti con i capelli completamente bianchi, col volto un po’ segnato a contrastare la vitalità dei tuoi occhi, e un bel rossetto viola, intenso.”

Parliamo cinque minuti della piccola, poi Monika, ormai vestita, si avvicina, e, senza flettere le gambe, si china a darmi un bacio in fronte; “Torno a dire che dovresti fare più spesso questi viaggi!”
Esce.

Preparatomi alla svelta, sto andando in barca al laboratorio allestito all’Isola della Giudecca.
L’avevamo preso in affitto molti anni fa. Poi il vecchio proprietario decise di venderlo, gli servivano soldi per il figlio, almeno quella fu la scusa.
Ci propose una cifra scandalosa, come volesse allontanarci dall’acquisto di proposito.
Monika nel frattempo aveva già trovato un’eventuale sistemazione d’emergenza, ma mancava la porta d’acqua. Il nostro magazzino invece ne aveva una in grado di far passare una barca di piccole dimensioni.
All’interno avevamo un po’ di tutto; legni per rifare le intelaiature alle grandi tele, cornici nuove e antiche, archivio fotografico, documenti, minerali per fare i colori. Tutto quello che serviva al nostro lavoro era là.
C’erano anche un cucinino e un enorme divano ”chester”, marrone, recuperato non so dove, molto apprezzato dai nostri due collaboratori; ora sposati con quattro bambini. Due tenuti a battesimo secondo tradizione cattolica da me e Monika. Mario, il marito, proprio oggi stava guidando la barca.

Stiamo per affrontare il tratto più agitato del Canale della Giudecca.
Mario, costretto a urlare dal chiasso per farsi sentire, mi chiede:
“Non ho mai capito alla fine come siete riusciti a strappargli il magazzino?”
Rispondo, anch’io a voce molto alta:
“Avevamo diritto di prelazione, sulla parola, ma la cifra che voleva era molto al di sopra della valutazione, e lui insisteva che altri gli avevano offerto quei soldi lì. Mi giravano un po’ le palle perché sicuramente c’era qualcosa sotto…”
“Una truffa?”
“Beh, sì… legalizzata per benino. Così con Monika abbiamo fatto qualche domanda in giro, diciamo fino dove potevamo arrivare…”
“Al doge?”, mi interrompe Mario.
“No, beh, al doge no… alla dogaressa!”
“Eh!”, esclama Mario accarezzandosi il mento con la mano libera, quasi compiaciuto: “La Monika!”
“È brava. È brava. Però non sapevamo come farglielo sapere. Poteva prenderla come un’illazione e magari denunciarci. Diceva sempre che aveva in mano tutto l’avvocato. Abbiamo così scoperto che anche il suo avvocato aveva le mani in pasta. Hai capito!? Così abbiamo usato la sua moneta, permettendo al principe del foro di tirarsi fuori dall’affare, non senza difficoltà, per poi sconsigliare al padrone di vendere a questi cialtroni, ovviamente non gli avrà detto tutta la verità.”
“Quindi l’avvocato, l’avete ricattato… un pochino?”
“Ma?! Mario! No tè go dito… stessa monéda?!”
“Non avevate paura di finire in Canal Orfano?” (ammazzati)
“Mai pensato. Noi eravamo briciole, l’operazione è andata avanti lo stesso, arenandosi con gli anni, fregando un bel po’ di soldi. Il vecchio proprietario, che non era stupido, poi con calma c’è arrivato. Ha capito che un pochino ci avevamo messo il naso, aiutandolo non poco.”
“Ecco perché quel giorno continuava a darti pacche sulla spalla!”
“Sì, è vero, c’eri anche te. Abbiamo con molta calma ritrattato il prezzo e siamo riusciti a fare l’acquisto…”
“Un affare!”, mi interrompe Mario.
“Il giusto. Che a Venezia…”
“Dillo a me! Mutuo fin che vivo! E quattro butéi!” (ragazzi)
“E ti lamenti?”, rispondo, “Te almeno ce l’hai! Non ti senti un privilegiato?”
Mario, alza lo sguardo in direzione del canale da imboccare, il Redentore (la chiesa) sopra di noi sembra stia per schiacciarci con la sua imponente mole, poi sospira:
“Eh, hai ragione! Xe bea!” (È bella!)
Ci addentriamo nell’isola, navigando il rio molto lentamente, in silenzio.
Mario, facendomi cenno con il capo verso una casetta solo apparentemente fatiscente, con una larga terrazza che dà sull’acqua, mi chiede a bassa voce, come in segno di rispetto per il posto:
“Hai mangiato ancora lì?”
“Sì, al Redentore.” (la festa)
“Ma dai?! E come hai fatto? Chi conosci? Aspetta, ho capito; Monika!”
“Sì! Lei…”, e con un po’ di tono aggiungo: “…ma io conosco molto bene il proprietario!”
“La leggenda?!”
“Beh! Leggenda… È il signore delle moleche” (granchi in muta)
“E alla festa del Redentore hai mangiato moleche?”
“No. Quella sera non erano disponibili. Ma c’ero stato col padrone del magazzino una settimana dopo il rogito, quando ci hanno chiamati che era il momento. Ha offerto tutto lui. In più mi sono procurato un cliente, e anche un amico.”
“Da soli?”
“Sì, io e lui. Poi alla fine si è seduto con noi anche l’altro che aveva cucinato. Soli, sulla terrazzetta, quasi con i piedi nell’acqua.”
“Ha cucinato lui personalmente? No ghe credo! E che vi siete raccontati?”
“Mario? Non vorrai mica finirci te in Canal Orfano?”
Mario si gira di scatto molto serio; gli do una pacca sul ”coppino” e rido. Lui scuote la testa contrariato;
“Ma va a ramengo!”
“Sai… non ho capito bene; parla un veneziano molto stretto, penso che anche Monika avrebbe avuto delle difficoltà a comprendere tutto, ma penso che suo padre fosse dentro la produzione cinematografica, sai tutti quei magazzini…”
“Enormi! Giravano film, anche con registi famosi.”
Poi, con un po’ di saccenteria quasi autoritaria alzando l’indice destro, aggiunge:
“E… Films-S di-e-con Orson Wells, Luchino Visconti, Antognoni. Si sta parlando di neorealismo!”
La ”S”, plurale inglese, enfatizzata su films per renderli ancora più importanti… un vero tocco da maestro, degno del Goldoni.
“Caspita Mario! Non ti facevo esperto dei bei tempi della produzione cinematografica veneziana, so che avevi lavorato al restauro nel Mulino Stucky, lì vicino…”
“Ma noo! Mi hanno regalato un libro e mi sono appassionato…”
“Mario, non me la racconti tutta…”
Arrossisce un pochino:
“Da buteo (ragazzo) mi imboscavo in un ufficietto negli ex studi, con la moroseta, c’era anche un divano. Poi, siccome non ero sto gran amante delle coccole, per evitarle, mi ero inventato una sorta di cerca-tesoro. C’era parecchio da girare e da trovare, interruttori in ceramica, pezzi di pellicole, porta bobine, grosse valvole triodo… (vecchio componente elettrico con grossa capsula in vetro)”.
“E la moroseta? Non diceva niente?”
“Le prime volte sì. Poi si è appassionata più di me! Anzi…”, Mario al ricordo sorride, scuote la testa e dandosi una pacca col palmo sulla fronte:
“…A volte quella diavola si dava talmente da fare finché proprio non riuscivo più a trattenermi… na foga, na fretta… vuto vedar…”
Io scoppio a ridere, lui si arrabbia, ma per gioco; “Quela p…”, ma io lo fermo di colpo:
“Vorrai dire quella p-iù furba di te?” E, tra le risate:
“Anche te Mario… ma dai? Confondar il piacere, con la fretta di finire…”
Poi qui esce il bello del suo carattere [veneto?]:
“Eh! Se vede che la preferiva i triodi!”

Siamo arrivati all’ingresso del portone sull’acqua, qualcuno deve scendere per aprire e c’è un po’ di bassa marea; largo ai giovani.
Mario vede che non mi muovo, è leggermente seccato, il che è strano visto che salta sempre su lui ad aprire. Prende la cima, si alza in piedi, si guarda attorno ma poi si risiede. Ho capito: deve sbroccare.
“Pensa paron! Go portà i parenti dell’Antonia, (la moglie), chi ala Giudecca. Vengono da un paesino sperduto della terraferma… foresti nel senso più negativo del termine. Beh! Sembrava li avessi portati nel parcheggio di un supermercato. ‘Na butea (ragazza) la continuava a dir: ”Dov’elo San Marco, voi vedar San Marco, dov’elo San Marco?!” La casa: ”Sì, carina, ma potevate anche spender meno”. Gli apro le finestre, quelle verso il Lido, e mi dicono che preferiscono le colline del vicentino.”
Sto per chiederglielo, ma mi anticipa;
“Ovviamente al laboratorio non li ho portati anche se la fioa sgionfona, (figlia sovrappeso), del fratello dell’Antonia, continuava a chiederlo. Figurati! Perle ai porci! Fargli accarezzare una tela del cinquecento, per fare che?”
“Hai fatto bene Mario, e poi sai, prima avresti dovuto chiedercelo.”
“Lo so, ci mancherebbe, ma già sapevo che andava così!” Sbuffa: “L’Antonia capisce che sto per mandarli en mo’… sai dove, allora propone un giro per la Giudecca.”
Nel frattempo, io mi appoggio col gomito al remo e guardo l’ora, c’è tempo, e, caspita! Tre giorni fa ero a Miami.
“Mario? Li avrai incantati? Avranno anche visto Venezia turistica; ma la Giudecca la conoscono bene in pochi.”
“Par mi sta isola l’è el posto più fantastico che esista, ghe dentro de tuto.”
“Anche per me! È senza dubbio il posto più eterogeneo che esista.”
Mario, mentre parla, avvolge e poi srotola la corda attorno al braccio.
“Ghe le gru, l’archeologia industriale e le fabbriche vive. Ci sono gli alberghi più cùl del mondo…”, io sorrido e gli dico, anche per smorzarlo un pochino, “Sai che cool si scrive con due ”O”, vero?”
“…e non si pronuncia così! Sbaglio?”
“Beh, sì. Magari la ”U” tienila un po’ più lunga.”
Mario nasconde un sorrisino. È forte Mario! Per niente lavoriamo assieme da una vita.
“’Sti sfighè, sotto al Mulino Stucky si fanno le foto sul pontone privato; come fossero clienti che aspettano la motolancia. Poveretti! Poi mi dicono che è bello ma scomodo. Alla sgionfetta (la piccola sovrappeso) gli sembra scomodo per andare in centro. In centro?! In centrooo?! Ci pensi?”
Fa per lanciare la cima, ma poi inizia a riavvolgerla attorno al braccio un’altra volta:
“L’Antonia continua a farmi segno di star calmo e attacca a spiegare delle chiese, con le pale antiche dei primi maestri, i giardini nascosti delle principesse… su quei tavolini là in fondo, Hemingway scriveva… Ma cosa vuoi che serva! ‘Sta isola da sola varrebbe come un città turistica, vaglielo a spiegare a ‘sti cafoni!”
Fa per scendere, ma di scatto si gira per il botto finale:
“Ah! A proposito. Il Redentore? Assomiglia alla chiesa della parrocchia nuova del paese; quella però è di cemento; antisismica! L’Antonia vede che non ne posso più e li porta dentro; paga lei ovviamente. Quando vengono fuori gli dicono che sembra un po’ spoglia; ci vorrebbe qualche quadro in più!”
Vedo che Mario ha gli occhi lucidi, e sbotto:
“Oh! Mario!?” gli strappo la corda dalle mani; “Ma te la sei presa per d’avvero?”
Lui si asciuga gli occhi e il naso strofinandoli sulla manica del giubbotto. Continuo:
“Ma cosa ti aspettavi? Dovevano essere loro a venire in cerca delle cose che tu gli proponevi con tanto zelo! Mi hai ricordato il film della fabbrica di cioccolato…”
“Sì, è che ho voluto io portare a vivere qui l’Antonia, abbiamo faticato tanto.”
“Sì ok. Ma hai detto alle bambine, le sgionfone, che vicino a voi ha casa uno dei cantanti più famosi del mondo? Alla siora, la mamma, cos’è, la cognata, sicuramente leggerà romanzi; gli hai detto della scrittrice americana che abita in fondo al campo? Gli hai parlato della fabbrica di tessuti, di quanto sia un’esclusiva anche solo accarezzarli? Hai detto alla ragazzina di chi è l’hotel dove si sono fatti le foto?”
“No! So solo che quando mi hanno chiesto se li portavo in barca in centro, vicino alla stazione, Antonia l’aveva promesso alla bambina, senza farmi vedere ho staccato il filo dell’accensione.”
“Bella mossa!”
“Già, ho imprecato finché tiravo il cordino per una ventina di volte… Antonia poi li ha accompagnati al vaporetto.”
“Mario, vedila così; se piacesse a tutti… sai, prima mi hai detto che col mutuo fai fatica. Beh, se milioni di persone che passano per Venezia provassero quello che proviamo noi, come avresti potuto prendere casa? Sai che speculazione?”
“Sì. È vero, però sotto-sotto ci tenevo a fare bella figura.”
“Come ti stavo dicendo prima, dovevi venderti un po’ meglio, capire per poi stupire, [bello! Potrei farne un motto aziendale], che è quello che facciamo ogni giorno per tenere alta l’attenzione.”
“Tutto giusto, hai ragione; per niente sei il boss!”

Mario, con un salto a piedi pari, degno di un atleta in gran forma, salta direttamente sulla riva e si avvia ad aprire. Lo guardo entrare, mentre con un po’ d’invidia mi tocco la pancia, sempre più presente.
Ci cambiamo, gli do una mano a preparare un’intelaiatura che ci servirà per spostare un’enorme tela del ‘600. Poi ci facciamo una piadina romagnola, lui le sa fare bene, e ci sediamo sul divano. Apro un amarone d’annata; si vive una volta sola.
Gli racconto un pochino della faccenda di Miami, del personaggio che ho conosciuto, di quello che ho visto.

Fine della seconda parte.

Decidere di pubblicare un romanzo gratuitamente non è una scelta semplice in quanto nasconde mille variabili e domande… sarà piaciuto? Lo capiranno? Ne vale la pena? Come chiarisco con l’editore? …

Quindi sappi che un tuo commento, una condivisione o oltro che mi faccia capire ”sì, mi piace, continua!” mi farebbe molto piacere.

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