Mio padre
Rane bollite

“Libraio!?”
Si gira spaventato; probabilmente stava assorto tra i suoi pensieri. Era amico di mio padre… deve aver fatto anche lui una vita abbastanza ”vivace”.
Rimanendo appoggiato coi gomiti sulla ringhiera fuori dal suo locale, mi fa un cenno col capo, indicandomi di guardare avanti.
Lo imito, appoggiandomi.
In lontananza si vede una nave cisterna, cioè, con più cisterne. Non è una petroliera, nemmeno una nave mercantile.
Gli tocco affettuosamente il braccio.
Mi sto affezionando, provo un sentimento nuovo per questo signore al mio fianco, di tenerezza e rispetto. In fin dei conti rappresenta la testimonianza vivente di una parte del pensiero di mio padre, forse uno dei pochi che lo capivano.
“Ma che cosa sta succedendo?” Appoggio il mento tra i palmi; “A Cannaregio non si gira, Canal Grande non ne parliamo. Bacino San Marco un disastro. Adesso anche le petroliere dietro la Giudecca…”
“Ma quella non è una petroliera!”, mi interrompe il libraio.
“Cosa allora?”
“Mi sa che sia una metaniera, quella trasporta gas!”
“Gas? Così grande?!”
“Eh sì! Pian, xe liquido!”
“Liquido?”
“Sì, talmente compresso da farlo diventare liquido.” [O forse raffreddato?]
“Gas, liquido… in laguna? Come quello delle auto?”
Il libraio ride, poi mi mette una mano sulla spalla.
“Sì, ma ancora più compresso e… un cicinin de più!”

Orrende e infernali visioni si impossessano del mio pensiero. Mi sento sbiancare. Guardo in basso, l’acqua nera sotto di noi urta le mura ribollendo schiumosa. Trattengo un conato di vomito.

“Tranquillo! Il gas è meno pericoloso del gasolio che potrebbe uscire dai serbatoi, o del petrolio da una petroliera. Quello va in aria, in alto, non brucia in acqua!”
“Sì… ma… ma quanto è grande?”
Ride. “Sarà sopra i cento milioni di litri, sicuri! Intendo… liquidi!”
“E a gas? Quanti litri?”
“A gas? Miliardi! Tanti miliardi!”
“Ma scherzi?!”
“Su Venezia? Mai!”
“E se, se dovesse…”
“Esplodere?”, scuote la testa. “Venezia sparirà in aria anziché in acqua!” Poi ride tra sé: “Con buona pace di tutti i romantici.”
“Questa è un’esagerazione…”
“No allora! Hai ragione te!”
“Scusami…”
“Penso che equivalga a un ordigno nucleare o forse più.”
“Ma i Veneziani, la gente, lo sa?”
“Ma se le petroliere sono sempre entrate in laguna! Che domanda è?”
“Intendo se conosce il pericolo?”
“Certo che lo sa! Pensi che una petroliera sia meno pericolosa?”
“Beh… veramente…”, si sta scaldando, è molto serio. Si è fatto su le maniche e si gratta ferocemente gli avambracci.
“Sai che il petrolio galleggia sull’acqua occupando la maggior superficie possibile, vero?”
La domanda è retorica, in più mi sembra su di giri, per cui me ne sto zitto.
“In una città di porto normale forse il danno potrebbe essere circoscritto, ma in una città fatta a mosaico, sull’acqua, come pensi che finirebbe?”
“Mi scusi, non l’avevo mai vista…”
“È certo. Sei una rana bollita!”
“Ora basta! Mi ha chiesto lei di venire, mia sorella mi ha pregato, ma comincio ad offendermi!”
Ride, mi prende a braccetto, e con forza inaspettata mi porta dentro.
Nel contempo compare sul muro un puntino verde, molto luminoso. Senza farmi vedere, faccio segno ”tutto ok” verso la laguna.

Versa da bere e mi allunga il bicchiere. Poi si accomoda sulla poltrona. Io mi siedo sullo sgabello girevole di legno. Beve un sorso:
“Un amico foresto, dalle parti del veronese, dove mangiano le rane, mi aveva raccontato questa.
”Quando devi cucinare le rane, se tu le butti in una casseruola con l’acqua che bolle, queste saltano fuori come matte. Ma se tu le metti nell’acqua fredda, e poi pian pianino alzi il gas, queste non si accorgono di niente e si fanno bollire” …serenissime.”
Sorrido. Ho capito in pieno.
Poi l’anziano mi guarda di traverso, “Ma te non me la racconti tutta giusta, vero?”
“Come? In che senso?”
“Prima, sei diventato bianco che stavi per svenire, ero già pronto a prenderti.”
[L’HO SCRITTO!! L’HO SCRITTO!!! Porca di quella miseria… Quella fanatica mi ha chiesto una storia folle: ”Brucia la città!! Devi fare in modo di farmela vedere bruciare, per davvero, devo essere là e godere, come Nerone!” Brutta str…!
…Ma che sto pensando?! Si tratta di una storia, solo di quello! Mettiti calmo!]
“Ehi? Ehi? Ci sei? Tutto a posto?”
“Sì, mi ero perso tra i miei pensieri. Pensavo di scrivere a qualcuno in alto, per questa storia.”
Il signore mi guarda incuriosito: “Ma non l’hai già fatto?”
“C… come? Cosa?!”
“Immaginavo tu avessi già scritto al consiglio, al governo insomma…” Poi si gira, ma un attimo prima strizza l’occhio.
Mi alzo di scatto, sbatto il bicchiere di Murano sul tavolo, il vecchio mi guarda molto male. Scoppio:
“Che cosa vuoi da me?! Che cosa vuoi da mee?! CHE COSA VUOI DA MEEE?!”
Fa per uscire, si ferma sulla porta. Senza girarsi.
“Voglio che tu incontri qualcuno che la sente come te! Uno lo conosco, da una vita. Ti ci porto io. Un altro è all’ospedale, si è fatto male qui a Venezia, ora sta bene.” Poi si gira e mi fissa: “Questo voglio!”
Esce sbattendo la porta talmente forte che il vetro della metà sopra si frantuma cadendo a pezzi.
Mi affaccio, sporgendo fuori la testa dalla parte rotta: “Sente cosa?! SENTIRE COSAAA?!”

Mi fa un gesto, sia di stizza sia di mandarmi a quel paese. Strattono la maniglia, ma non riesco ad aprire. Rinuncio. Mi lascio cadere sulla poltrona. Mi riempio il bicchiere svuotatosi. Sorseggio.
[Ma che è sta roba?! Chinotto?]. Mando giù.
Distrattamente sfoglio un dépliant d’invito ad un:
Event d’arte! La tavola a San Sebastiano… con la pertecipazio… sopraintendenza… direttorio… bla, bla, bla. Lo lancio sui libri fendendo l’aria.

[Sì: è un po’ matto. Si spiega anche perché era così amico di mio padre. E se avesse ragione? Se ci vedesse giusto? Se potessi veramente essere d’aiuto a Venezia? L’idea di poter essere una specie di cavaliere mistico mi affascina, molto; non avevo considerato questo aspetto. In fondo che ho da perderci?]

Finisco di bere, osservo il bicchiere in controluce; grazioso. Glielo stavo per rompere…

[Che ho da perderci?! CHE HO DA PERDERCI?! Pazzo! Se le domando la sua storia indietro o magari solo gliene parlo a quella putt… quella incantatrice, (mette paura anche nei pensieri!) …è capace di farmi ammazzare!]
Prendo la penna, scrivo un numero di telefono su un foglietto, aggiungo ”el bocia”.
Lo lascio sotto al bicchiere. Mi avvio a passo deciso, verso la porta, e senza fermarmi gli do una spallata sfasciandola del tutto. Cade a pezzi anche la parte rimasta, tranne la serratura con la maniglia, curiosamente ancora attaccata al telaio.
Esco accompagnato dal rumore dei vetri che scricchiolano sotto le suole di cuoio. Mi sistemo la cravatta e mi alzo il colletto del soprabito di lana firmato. Punto il laser rosso del portachiavi verso il basso, tra la nebbia. Silenziosa, sbuca una motolancia in mogano con tre persone a bordo, corpulente, in smoking.

Monika
Scannatoio

Stavo andando di buon passo verso il locale a San Sebastiano, quello delle belle cinesi madre e figlia… per capirsi. Non ero in ritardo, ma dovevo scaricare un po’ di energia negativa.
Quella mattina avevo litigato con l’agenzia che mi aveva affittato la camera sul Canal Grande. Scadeva il contratto a fine anno ed avevano intenzione di raddoppiarmi l’affitto. Il bad and breakfast sotto, partito con cinque stanze nel palazzo, si stava lentamente allargando anche ai piani vicini. Quest’anno toccava al mio mini-monolocale a cui ero tanto affezionato. O il doppio o affittavano alla struttura ricettiva.

Conoscevo il ragazzo che ce l’aveva prima, ci frequentavamo fin dai tempi degli studi in terraferma. Lo chiamava ”el scannatoio”.
Viveva facendo dei lavoretti saltuari ma ben pagati come antennista, informatico e chissà cosa.
All’università viaggiava alto, nel senso ben vestito e sempre in carta. Girava a ”caccia” per il dipartimento di biologia e medicina, vestito come un ragazzo di un college americano.
Era ”malato”, diceva lui. Aveva conosciuto e frequentato a suo volta un veronese che si era fatto un buco da re, in affitto, sopra l’Arena di Verona. Faceva l’operaio specializzato, spendeva quasi tutto per il monolocale e per spassarsela; all’epoca erano bei soldini. Ma andava alla grande. Da lì l’idea dello scannatoio a Venezia.
Una volta quei due li vidi all’opera.
In genere ci si trovava in qualche locale, ora direbbero fashion, prima della discoteca, quello era il momento migliore per attaccare bottone.
Mentre io parlavo delle solite cose: esami, università, riunioni, fisica, e dei lavoretti estivi, l’operaio specializzato di Verona si trasformava in un piccolo ma frizzante imprenditore di successo del Nord-Est, mentre il veneziano in un dirigente di una banca internazionale.
Indovinate chi dei tre andava in bianco.
Una sera, in una discoteca di provincia, mi imposero di dire che vivevo in un facoltoso quartiere di città e che avevo un negozio di moda in centro, altrimenti sarei dovuto tornare in autostop!
Partii, con questa mia nuova identità quasi scherzando, ma poi vedevo che con più le raccontavo grosse più queste abboccavano. Occhioni da cerbiatte mi fissavano tremolanti, in attesa della narrazione delle mie avventure commerciali tra i grandi magazzini d’alta moda di Milano.
Ma chi aveva detto che le femmine maturavano prima o che erano più sveglie? Tutte banalità e generalizzazioni. Da non crederci. Indovinate chi non andò in bianco quella sera.
In verità quel giochetto lo feci solo quella volta. Comunque era vero: raccontare balle funzionava, eccome!
Il problema veniva dopo, quando i nodi si presentavano al pettine, e anche impegnandosi in una storia seria, se non eri qualcuno, l’interesse scemava in poche settimane.
Ve la immaginate un’aspirante modella, anche se sconosciuta, assieme ad uno studente squattrinato del quarto anno d’università?
Già! I magnifici anni ottanta! Noi ne eravamo il frutto.
Non si trattava di un ragionamento di genere, maschilista o sessista. Anzi! I due amici, in particolare il veneziano, erano veramente ”malati”.
Oltre ad aver speso una fortuna per lo scannatoio, queste si facevano corteggiare, portare a cena, e qualche fortunata pure in gondola tutta la notte. Poi se la facevano con un tipetto niente male e penso anche bravino. Una sera, dopo una bevuta in compagnia, auto-estasiatosi in un monologo solo su quella, mi confidò di alcuni suoi prodigi ”linguistici” di cui si riteneva nientemeno che professore.

Adesso lo è per davvero; associato, in una delle università più prestigiose degli Stati Uniti. Sposato, due figli. Fa il bravo, sembra contento.
Ogni tanto ci sentiamo e mi chiede dello scannatoio.
A volte un po’ triste si lascia andare e mi confessa che quelli sono stati gli anni più belli della sua vita.
Ma mi dà noia la tristezza; penso sia un male contagioso. Così gli racconto, quasi ogni volta, della modifica fatta sullo specchio del baldacchino, ora girevole verso il Canal Grande. Lui ride e si entusiasma un pochino, così posso chiudere la telefonata contento, sentendomi meno in colpa.

Devo lottare! Il doppio è tanto… troppo! Non sono né un nuovo ricco né un vecchio petroliere. Mi toccherà fare l’antipatico, l’odioso, e cercare nel torbido. Possibile che un B&B possa gestire ormai un intero palazzo sul Canal Grande? Non stiamo parlando di un Luxury o di uno dei famosi sette stelle; lì ci soggiornano comitive di ragazzi che arrivano con lo zaino a spalle, porca miseria!

Urlo, battendomi ripetutamente il pugno sul petto;
“GHE PENSI MI!”, spaventando incurante il cagnolino di un’anziana col trolley della spesa, che quasi si tuffa in acqua.

Vedo un bar sulla sinistra. Mi bevo un caffè al bancone. Molto buono. Lascio la ”caramellina” di cortesia nel piattino, peccato alterarne il sapore.
In fondo la fondamenta vedo Monika discutere con qualcuno sulla porta del locale. Accelero il passo. Lei mi vede e mi fa un distratto saluto con la mano. Sono a pochi passi. La proprietaria del locale sta sulla porta.
Veste un impermeabile panna, curiosamente cortissimo, con degli stivali neri, in pelle opaca, altissimi; arrivano fino all’impermeabile. Esagerata! Persino a Venezia. Nel vederla si ha l’impressione che sotto l’impermeabile sia nuda.
Saluto Monika, l’orientale mi sorride mostrando i grossi incisivi bianchissimi.

Avevo già notato, che a molte asiatiche, maturando, crescevano e si distanziavano i denti. Ma forse era solo una mia idea malsana; c’era qualcosa di attraente in questo.

Entro con Monika e passiamo nella saletta interna. Lei scuote la testa: “Non la capisce che si deve un pochino smorzare! Non siamo al casinò!”
“Probabilmente è a caccia!”
“Sì, ho capito! Ma non ha mica un ristorante di selvaggina, quando ne hai preso uno… basta! O no?”
“Magari non trova quello giusto.”
Monika, girata di spalle, sta per scoprire la tavola misteriosa; “Sarà…”, poi si gira toccandosi il naso con la lingua; “…ma scusa, polenta e osei non è un piatto proibito?”
“Porca!”, le sussurro.
Ridiamo, con discrezione, qualcuno dietro di noi sta preparando i tavoli per la sera.
Si fa seria. “Comunque resto dell’opinione che si deve dare una regolata, all’event non la voglio vedere così. Ci saranno artisti, critici e qualche carica politica importante.”
Rido, ma Monika rimane seria.
“Ho capito! Hai paura che tutti guardino lei, qualcuno anche la figlia, mentre te stai lì a fare tutta la presentazione e commentare le slide come una fessa.”
Monika si mette in posa, gamba destra tesa in avanti, mani sui fianchi.
“Se mi apparecchio come loro, ti assicuro di no! Tesoro!”

Si avvicina di nuovo, inesorabile, facendosi strada sgomitando tra i miei pensieri, la visione della lotta delle dee… la devo allontanare, subito! O qui finisce male.

“Ma dove vai? Sto per farti vedere…”
“Vado a lavarmi la faccia!”
Monika sorride, compiaciuta, senza farsi vedere.
Mentre mi bagno il viso con l’acqua ghiacciata, mi torna alla mente una persona conosciuta quando lavoravo in terraferma.
Esco dal bagno, sorridendo.
“Che hai da ridere?”, Monika nel frattempo ha appoggiato la tavola sul lato lungo, sopra i cavalletti, pronta a togliere lo straccio davanti.
“Quando lavoravo in terraferma, alla fabbrica di medicine, un magazziniere anzianotto andava spesso in bagno. Non era per problemi prostatici, ci andava per lavarsi la faccia con l’acqua fresca. Stava smettendo di fumare, dopo una vita. Glie era stato consigliato come rimedio quando gli veniva una forte crisi d’astinenza.”
“Funziona?”
“Sì! Aiuta.”
“Beh! Te non smettere! Mi raccomando!”. Lo dice seria, con sufficienza, come fosse padrona del mio corpo. Mi prendo la testa tra le mani; per la seconda volta in pochi giorni.
[Continua a ‘stigarmi! Ma se mi parte la brocca sul serio… puoi legarmi stretto quanto vuoi, ma occhio che io sfondo tutto, tuttooo! Distruggo i tavoli, il locale, divento… Hulk!]
Faccio un respiro profondo; “Vuoi farmi vedere ‘sta cosa, o vuoi che ritorni in bagno?”
Sorride, mentre leva il telo, come in un trucco di magia: “Pronto-ooo!”

Monika
Angeli musicanti

“Ah!?”
Mi metto nella mia solita posizione contemplativa da chiesa o da museo; gambe leggermente divaricate con i piedi allineati al bacino, mani sui fianchi.
Monika mi guarda, prima seria, poi perplessa. Devo dire qualcosa al più presto.
“Sì… ecco… pensavo… pensavo fosse un dipinto più rapportato al periodo storico.” Monika mi interrompe entusiasta: “Ma è proprio questo che lo rende così affascinante! Non trovi?”
“Mi sembra un po’ naif; ha l’aspetto di uno di quegli ex-voto che vedi tappezzare le pareti delle sacrestie o quelle meno in mostra.”
“Ma certo che quando ci si mette, dottore, lei è un vero str…”, finisce la parola scandendola con le labbra.
“Che mi dici del restauro? Almeno quello…”
“Quello va molto bene. Bei colori, vivi, ben rigenerati, sono sicuro che non gli avete enfatizzati.”
“No tesoro! Non ci provare! Sai che in questo non mi superi!”
“Touche!”
Mi avvicino a pochi centimetri dalla tavola, noto delle ondulazioni, passo delicatamente le dita sulla superficie lucida, le chiedo: “Ma il substrato? Intendo, la parte dove sopra sta il colore… cos’è?”
“È gesso! Duro, molto duro.”
Borbotto tra me sottovoce; “Alabastrino magari!”
“Che hai detto?”
“No, niente. Pensavo a voce alta.”
“Certo che un po’ di soddisfazione da parte tua…”
“Monika! Ottimo lavoro! Siete… siamo i migliori!”

Monika scuote la testa: [Ha fiutato qualcosa! Si vede, ma non me lo vuole dire. E di che cosa ha paura? Può anche dirmelo che abbiamo lavorato da cani!]

La guardo, è pensierosa. All’interno dei suoi occhi grigi; galassie a spirale in caduta cosmica dentro le pupille.

[Hanno lavorato benissimo! Meglio non si poteva fare. Ma c’è qualcosa che non quadra. L’esecuzione un po’ frettolosa è quasi naif, ma le sfumature, porca miseria… quelle onde, i verdi e gli azzurri mescolati in quella maniera…] BAAAM!!
Monika, sbatte la tavola e corre verso il bagno, riuscendo a chiudersi a chiave dopo qualche rumoroso tentativo.
Vedo la padrona sulla porta, mi sorride, noto che sotto l’impermeabile non era nuda. Ora è aperto e mostra una maglietta rossa che sembra sia stata disegnata sul suo seno. In effetti quello che sembra un micro-impermeabile potrebbe passare per un vestitino sexy. A suo modo ha classe. Niente da dire.
I miei pensieri però sono tutti per Monika. Non l’ho mai vista correre al bagno in quella maniera. Sembra stia male. Mi preoccupa. Ho di nuovo un brutto presentimento.

Bevo un prosecco al tavolo fuori. Monika mi raggiunge.
“Tutto a posto Monika? Pensavo non fosse il caso di stare dietro alla porta.”
“Hai fatto benissimo! Sono un po’ sottosopra. Meglio se vado a casa e sto da mia madre. Ne approfitto per passare un po’ di tempo con la bambina.”
“Come vuoi. Mi dispiace che anche oggi non riesco a mostrarti il regalo del libraio.”
Faccio per baciarla, ma lei si scosta. “Meglio di no! Potrebbe essere influenza”.
Dà un colpo di tosse, ma mi sembra più per autosuggestione: (hai visto? Solo tosse!), che per bisogno fisiologico. Sparisce in fondo alla calle.
Nel frattempo arriva al locale un gruppetto di persone distinte, seguite da tre giovani che continuano a guardarsi attorno, ad uno di questi cade l’auricolare mimetizzato nell’orecchio, sorrido; beccato!
Probabilmente sono banchieri o dirigenti di qualche holding con sede legale in città.
Entro, e li vedo al banco degli aperitivi intenti al leggere la brochure della nostra presentazione. Faccio segno alla padrona che devo pagare, lei alza le mani come a dire ”tutto a posto”. Poi indica col capo i clienti intenti a leggere e mi strizza l’occhio.
Alzo la mano per ringraziare ed esco.
Sono contento. Le cose stanno andando per il verso giusto. Anche per la signora cinese. Adesso capisco l’espressione di Monika ”non è poi tanto sgradevole”; col suo fascino, e i suoi poteri di seduzione, potrebbe benissimo accalappiare uno di quei distinti signori e risolvere tutti i suoi problemi di cassa, forse per sempre. Invece sta… lottando! [Giusto, lo scannatoio!]
Affretto il passo e vado verso San Marco, all’agenzia.

Monika
L’Event

Erano passati diversi giorni da quando mi ero visto con Giulio.
Poi, con la signora, erano ripartiti dopo essersi vista e goduta la città con le sue isole. Sicuramente avrebbero partecipato alla grande festa in programma, ma io non ne feci parola con nessuno dei due; l’argomento era un po’ delicato. Passabile Monika, con i suoi agganci altolocati e tutto il resto, ma per quanto mi riguardava, pur godendo di sincere amicizie con incarichi importanti, avevo sempre tenuto uno stile di vita abbastanza semplice. Persone come la signora di Miami avrebbero potuto storcere il naso constatando la presenza di persone normali, come me… anche se il discorso del leitmotiv…

Dopo l’iniezione di euforia, dovuta alla scoperta di quel volto fluorescente sull’immagine del clone digitale, c’eravamo un po’ allontanati dal caso.
Con Monika, avevamo passato due giorni a cercare di capire modi, tempi e dinamiche su chi potesse essere. Niente da fare. Il libraio, subito sembrava che avesse qualche idea, ma poi francamente ci aveva mollati.
La faccia poteva essere di una persona di una certa visibilità o di uno perfetto sconosciuto. In ogni caso, le possibilità di dare un nome ad un volto disegnato a fluorescenza, anche se definito, erano veramente scarse.
Tutte le nostre energie erano così confluite per la presentazione del quadro di San Sebastiano.
Quel che subito ci appariva come una piccola discussione fra addetti al settore, con la presenza di qualche carica istituzionale, si era trasformato in un vero e proprio evento. E pensare che avevamo stampato dei volantini da lasciare nei negozi e in qualche galleria. Alla fine decidemmo per inviti numerati, non nominali, distribuiti a gruppi. Cinque alle banche, cinque all’industria, cinque alla politica, cinque ai religiosi, ecc… Sembrava proprio che chi veramente contava a Venezia, non volesse mancarvi.
Tutto questo, aveva messo alla prova Monika, che tra l’altro non si sentiva bene tra giramenti ed improvvisi conati di vomito. Ovviamente da quella volta che corse in bagno, teneva effettuato il test di gravidanza, ma dava sempre esito negativo; forse lo stress alterava qualche valore endocrino a cui l’esame era sensibile.
Come se non bastasse, c’erano complicazioni col grande telero del palazzo sul Canal Grande. L’averlo preso in cura in uno stato di deterioramento così avanzato, comportava che a ogni intervento ne seguisse inevitabilmente un altro. La stima preventivata era lievitata, forse raddoppiata. Questo non toccava il proprietario, ma lo rendeva un po’ scettico circa la nostra professionalità e competenza, forse senza eguali a Venezia… questo ci infastidiva.

“Sei pronta?”
Monika, seduta alla pettiniera, sta per mettersi il rossetto.
“Che dici? Rosso, rosa o viola come le vecchie?” Strizza l’occhio: “Come piacciono a te!”
“Beh, visto che tu stai inesorabilmente invecchiando, mi dovrò pur adattare in qualche maniera.”
Mi fa la lingua e si gira verso lo specchio. Si mette quello rosso.
“Come stai oggi? Pensi di farcela? Vuoi… vuoi che spostiamo tutto?”
Si alza già pronta, curiosamente è sempre la stessa. Gonna lunga, stivale nero, soprabito blu scuro, guanti rossi, berretto di pelliccia. Trucco leggero. Occhi stanchi, ma luminosi.
“Che hai? Non vado bene?” Si gira guardandosi allo specchio; “C’è qualche problema?”
“No, niente. Pensavo che per la presentazione ti mettessi qualcosa di più…”
“Formale?” Poi si batte il palmo sulla fronte:
“Ah! Ho capito! Te intendi ciabatte da camera con calze di lana?!”
“Dai Monika! Non intendevo…”
“Potrei farmi prestare un grembiulino da infermiera, e mettermi gli stivali di pelle neri fino alle cosce! Che ne dici?”
Mi alzo e la bacio. “Eventualmente bianchi! Anzi, rossi! Monika! Ti prego, non mi cadere sul colore!” [Secondo me è incinta!]
Ridiamo e ci abbracciamo. Sento la sua tensione trasmettersi al mio corpo. Anche lei se ne accorge, e m’allontana.
Sta per uscire. Torna indietro e mi abbraccia di nuovo. Si avvicina col viso all’orecchio.
“Facciamo anche questa, poi si fa vacanza. Non mi interessa dove; vicino, lontano, al caldo o tra la nebbia. L’importante è andare e staccare!”
Sta per chiudersi dietro la porta:
“Vedi di trovare Bosgattia… Va bene anche quella.”
Faccio un saluto militare, finché chiude.
Poi appoggio la fronte sulla porta, fredda.
[Dea delle dee, ti prego, fa che oggi vada tutto bene, e magari… visto che ci sei… falla vestire da infermiera.]

Scendo al bar; caffè e cornetto alla crema.
Me la prendo comoda, voglio arrivare a cosa già iniziata e assistere stando in fondo, dove la gente chiacchiera e commenta, in incognito.
La lettura del giornale mi fa perdere la cognizione del tempo; stanno veramente succedendo tante cose in città. Urbanistica sotto sopra, scavi archeologici, traffico merci e petroliere. Il degassatore off-shore mobile in laguna. Fortuna che eravamo in bassa stagione.
Infine l’accorpamento dell’industria della plastica, compreso l’indotto, in un’unica holding, il tutto nelle mani di un’unica persona: fantastiliardi! [Altro che i clienti di Miami… Ma che stupido! Mi stupisco del pensiero; sono e rimarrò sempre un provinciale… È tardi!]

Camminando molto velocemente, arrivo al locale di San Sebastiano. Sembra ci sia un raduno di body-guard e di agenti dell’FBI. Mi faccio largo dovendo mostrare un documento; svantaggi della mia condotta di vita normale. Fortunatamente Monika ha previsto tutto; sono sulla lista.
Incredibile! Sono il Boss, e per poco non riesco a entrare.
Mi faccio strada tra le ultime file, mentre qualcuno molto incuriosito allunga la vista alzandosi sulle punte dei piedi.

Monika sta parlando, sembra abbastanza sicura, la tavola colorata è stata appena scoperta e presentata ad un pubblico molto interessato. Sapevo che sarebbe filato tutto liscio, anche se non è ancora finita […di nuovo la sensazione di macabro].
Mi affianca Antonia. Mi parla nell’orecchio sussurrando appena.
Monika l’ha vestita con una lunga veste bianca, candida, porta delle scarpe da ginnastica americane bianche, tanto di moda tra i giovani fin da quando lo ero io. Anche se l’intenzione era di castigarla un pochino, la trovo comunque molto attraente.
“Bella Capo, l’idea della diapositiva con gli attrezzi, i colori e i bicchieri sopra la tavola. Hanno riso tutti. Ci voleva… la Monika l’era un po’ tesa. Oramai è finita, penso che vada tutto liscio.” Poi sorride: “S’è sparsa la voce che il catering è d’alto livello, quindi dovremmo arrivare in fondo come un treno, senza troppe domande o inghippi.”
“Bella mossa! Bravi!” Antonia mi guarda stupita.
“Beh, immagino siate voi i merli?” Fa per parlare di nuovo, ma la zittisco con un gesto.
Monika sta illustrando le varie ipotesi sulla datazione, sicuramente di fattura non più recente del sedicesimo secolo. Voglio ascoltare bene, c’è qualcosa che non mi convince, non mi lascia tranquillo…. ma forse è solo stress.
Istintivamente prendo Antonia per mano, per farmi coraggio. Lei ha un brevissimo sussulto, ma molto intenso. È già arrossita. [Ma che sto combinando?]
“Scusami! Sono molto teso!”
“Anch’io! Non ti preoccupare. Aspetto fuori.”
Mi giro per un attimo, finché Antonia sparisce dalla mia vista.
Monika, è ancora calma e professionale, se mi potesse vedere la inciterei con un gesto, ma con tutte quelle luci… [Dai amore! Ormai è fatta!]

Mio padre
Angeli musicanti

Un pomeriggio, l’andammo a trovare nel buco di laboratorio che aveva in Giudecca. Ne teneva una decina, sparsi per la città. Senza contare che a volte si fermava da qualcuno, che magari lo ospitava per la notte, mettendosi a dipingere.
Ora che ci penso, chissà in quanti l’avranno accolto per tenersi un suo lavoro, magari anche uno scarabocchio, come riconoscimento. C’è da dire però che non aveva molti amici; la sua vita sociale era poca, ma di qualità.

Avevamo infilato la calle, ero con mia madre e mia sorella quando sentimmo delle urla. Mia madre ci fermò, trattenendoci forte. Si chinò e ci disse:
“Papà non sta tanto bene in questo periodo, forse è meglio se torniamo un’altra volta!”
“Ma io voglio vedere papà!”, disse la mia sorellina cercando di divincolarsi dalla stretta di nostra madre.
“Anch’io voglio vederlo! Perché? Sta male? Cos’ha? Sta per morire?!”, aggiunsi io.
In quel momento sentimmo un altro urlo, bestiale. La mamma si mise a piangere stringendoci forte. Questa volta c’eravamo spaventati. Scoppiò in lacrime anche la mia sorellina, attaccata alla gonna della mamma.
“Cioccolata calda con panna! Su! Andiamo!”
Prese mia sorella in braccio e me per mano, tornammo indietro.
Niente di che; una delle sue visioni a occhi aperti che non capiva nemmeno lui. Così cercava di darle concretezza col pennello, ci provava magari per giorni, non ci riusciva e perdeva la brocca. Poi si metteva a bere, faceva un bel reset; come quando si preme il tasto sul computer, e ripartiva alla grande, con nuove energie.
Era quello il momento in cui ci veniva a trovare. Spesso ci portava per chiese, musei e monumenti. Impazzivamo per lui, mia madre non ne era invidiosa, anche lei lo amava, ma era sempre più convinta di doverlo lasciare andare, nonostante si fosse così impegnato nel creare con lei una famiglia.
Ascoltavamo le sue storie a bocca aperta, a volte sembrava davvero che qualcuno lassù, l’avesse scelto per dire qualcosa di importante. La sua aurea di fantastico sapere ci permeava fino alle ossa. Cattivo padre, sublime maestro.
“…Papà!”
[Cavoli! Sto quasi piangendo, fortuna sono solo. Mi ero proprio estraniato]. Mi premo i palmi sugli occhi asciugando le lacrime.
[Cavoli! Assomiglio sempre più al vecchio libraio!]

La laguna è immobile. Sembra stia dormendo. Mi alzo in piedi, sono nel giardino, metà mattino.
La dimora scelta per Venezia è fantastica. Un’unica abitazione su di un’isola privata.
Ci ho speso una follia, ma ne è valsa la pena. Questa parte di laguna, comoda alla città, gode di una certa tranquillità e riservatezza.
È vero; in lontananza si scorge un’altra isola, e delle volte si vedono elicotteri atterrare, di quelli piccolini da mega-yacht. Ma non ho idea di chi siano, e nemmeno loro di chi sia io.

Tempo fa, nelle vicinanze, verso NORD, ho visto la draga gigante della laguna.
Sembrava affondata nella nebbia. Incuriosito, mi sono fatto accompagnare da una lancia e ci siamo passati vicino; stava scavando un enorme canale che portava ad un’altra isola abitata.

Il mostro si muoveva lentamente; incredibile costruzione gotico-futuristica, [ci distruggeranno! Ci annienteranno tutti!], pensai…
Poi, la notte, giunse il rumore del suo lento e affannoso respiro.
Fu come un richiamo proveniente dal lato oscuro del male, ma irresistibile. Così andai solo, con la lancia, a vedermi lo spettacolo. Mi avvicinai incoscientemente fino a fermarmi sotto, nascondendomi tra i suoi coni di luce proiettati nella nebbia. Le sue enormi fauci mi passarono a fianco, nel buio. Alzarono una quantità indicibile di sabbia e melme creando smottamenti e gorghi. La barca fu sul punto di rovesciarsi. Pensai di morire. Provai paura, pura. Riuscii a rimanere aggrappato ai comandi e ripartire subito a razzo, allontanandomi col cuore in gola impazzito. Raggiunta la distanza di sicurezza mi fermai a guardare il mostro, affascinato, eccitato e ansimante. Stavo provando il piacere di essere vivo! Avevo vinto la sfida!
…Ma la draga continuava imperturbata il suo lento lavoro; non si era nemmeno accorta della mia presenza.

Il mio pensiero torna inevitabilmente alla mia cliente speciale a cui ho chiesto udienza. [Finirà male! Me la sento.]

Arriva uno dei miei angeli custodi, in smoking: “Pronti signore! Tre lance, sette uomini.”
Già! Non mi sento mai abbastanza al sicuro, ultimamente. Percepisco qualcosa di sinistro, sempre più vicino. In aggiunta, l’aver ricordato quella donna mi mette ansia.
Tiro fuori da tasca l’invito, numerato a penna. In genere presentazioni di questo livello si tengono a Palazzo Ducale o in qualche Scuola Grande.
La cosa mi ha incuriosito, probabilmente a qualcuno la situazione è scappata di mano. Deve esserci qualcosa di più interessante che una mera scoperta di un vecchio quadro dimenticato. Un event di questa portata, con certa gente… come possono averlo pubblicizzato con delle brochure da festa parrocchiale?!
Si parte! Tutti e quattro in piedi, tenendoci forte.
“Occhi aperti!”. Il ragazzo a fianco mi guarda annuendo. Non ha capito che l’avvertimento è rivolto a me stesso. Mi ha sentito dall’auricolare; da questo momento sono microfonato.

Siamo appena passati davanti al Palazzo Ducale, a debita distanza; stiamo andando molto veloci. Uno dei miei collaboratori mi fa segno di salire sopra. Mi chiudo la giacca a vento. Esco.
La nebbia si è alzata, ma fa più buio di prima, sembra quasi si faccia sera. “Ma che sta succedendo?!”
Il ragazzo può sentirmi bene, ma non viceversa, così è costretto a urlare.
“Non saprei signore. La nebbia si è sciolta come per incanto… ha visto che cielo?”
“Sì! Ma fa più buio però?”
“Che le devo dire? Meglio così comunque…”
“Va bene!”, faccio per scendere, poi mi giro:
“Perché meglio così?”
“Uno yacht come ‘na nave, stava in mezzo, appena staccato da Riva dei Sette Martiri…”
“Beh, la si vede una nave! Anche con la nebbia!”
“Sì, ma le stavo par dirghe, che da dietro, ‘na motolancia antica xe, mi scusi… è partita come un razzo tagliandoci la strada. Se ghera nebbia… facevamo un disastro!”
Non mi interessa più di tanto. “Va bene! Va bene! Ho capito.” Gli batto la mano sulla spalla, faccio per scendere, guardo il cielo dietro la cupola della Salute; [non mi piace! Non mi piace e non mi piace!]

Sedutomi, osservo fuori. Non riesco a distogliere lo sguardo da Punta della Dogana, il Redentore dietro quasi non si vede; sembra sia in atto un’eclissi solare. […Ci distruggeranno! Ci annienteranno tutti!]

Arriviamo vicino al Canale di San Sebastiano, tagliando per i canali di Dorsoduro. Canal dela Giudecca e Canal Grande sono quasi impercorribili; ci avremmo messo delle ore. Di nuovo… Ma cosa stava succedendo?
Troviamo l’ingresso al canale sbarrato. Le guardie fanno controlli. Poi vedo uno dei miei, sulla mia moto-lancia di mogano, (a me hanno assegnato quella bianca, meno pomposa, per motivi di sicurezza), parlare con un responsabile. Passiamo la guardiola galleggiante al saluto militare delle guardie. Faccio un cenno di saluto alzando la mano, anche se probabilmente non mi possono vedere.
Mai vista tanta vigilanza, sono veramente stupito. Il capo della mia squadra, parla con qualcuno dei suoi colleghi d’altra ”parrocchia”. Poi parlano tutti rivolti al colletto, tenendosi l’auricolare schiacciato nell’orecchio. Sembra uno di quei film d’azione americani che si vedono al cinema.
Finalmente si passa. Mi fanno scendere su un pontone miniaturizzato, probabilmente portatile. Bell’idea. Mi accomodo dentro. Subito mi viene offerto da bere, accetto, rigorosamente analcolico. Tento di guardarmi attorno, nel tentativo di riconoscere altri invitati, ma non individuo nessuno.
Si accendono le luci, parte l’applauso.
Si presenta una certa Monica, la portavoce della ditta che ha fatto la scoperta ed eseguito il restauro. Sui cinquanta, bella donna, decisamente chic nella sua freddezza, ma non così interessante. Troppo magra. Parla in prima persona plurale, come una stipendiata, questo le dà punti.
La signora orientale che le sta vicino invece sembra molto interessante, il suo sorriso a denti così grandi ha qualcosa di enigmatico, quasi sinistro, ma attraente. Vengono spente le luci per le slide; peccato!

Mi annoio a morte per quasi un’ora. Carina la trovata che avevano usato inconsapevolmente il quadro come tavolo, forse era anche vero. Si riaccendono le luci; abbacinanti, ad illuminare la tavola.
Ma dov’è sparita la mia signora orientale?
Giratomi, cerco di seguirla con lo sguardo, ma dietro c’è troppo scuro, l’ho persa. Va bene, ormai penso sia finita. Chissà poi cosa mi ha spinto a partecipare a questa cosa…
Mi rigiro:
[Ma quel quadro è di mio padre?! Ero presente quando l’ha fatto. Eravamo… qui!
Questa era un’osteria metà all’aperto e metà sotto una tettoia. Passavano i bicchieri risciacquati, assieme ai quartini di vino, dalla finestrella di una casa a fianco.
Aveva fatto un gran bere con gli amici, tutto il giorno. Avevano parlato, litigato e poi fatto pace. In tre o quattro erano partiti da Modigliani, che abitava qui vicino, per arrivare ”ai massimi sistemi”; Giorgione, Leonardo, Tiziano, Mantegna, Raffaello, il Giambellino.
Mio padre aveva aperto lo zaino militare della seconda guerra mondiale, apparecchiato il tavolo con colori, stracci e colle, e si era messo a disegnare sopra l’asse divelta che chiudeva la porta dell’orinatoio di corte.
Ma pensa te!?
Io probabilmente ero crollato di lì a poco e mi avevano messo a dormire.
Poi l’avevo rivista pressapoco com’è ora, al mattino, con sopra appoggiati i bicchieri e i quartini vuoti della sera prima.]

Sono un po’ agitato, uno dei miei mi lancia un cenno interrogativo. Faccio segno di stare calmi, con le mani abbassate, senza farmi vedere.
La bella signora bionda intanto continua con tante storie: cinquecento? Test di datazione?! Ma che dice?!
Basta! Ora Basta!

Monika e Mio padre
L’incontro

[Dai amore! Ormai è fatta!]. Faccio un bel sospiro… Davanti a me qualcuno si mette a sbraitare!
[Visto?]
Subito non capisco cosa dice… poi va meglio; sembra calmarsi. Si tiene il volto coperto, come volesse non essere riconosciuto. La gente inizia a mormorare sempre più forte.
Monika è bloccata, in difficoltà. Poi borbotta:
“Io… veramente… non capisco?”
“Quel disegno l’ha fatto il Vecchio; El Foresto! Nel secolo scorso!”, ora in tono quasi pacato.
“Ma?! Ma come fa a dirlo?” Monika sta sudando freddo, sto per alzarmi.
“Io… io… sono suo figlio!”

Qualcuno si mette a ridere, altri fischiano. Al mio fianco sulla destra il gruppo di agenti che dà protezione a qualche pezzo da novanta inizia ad agitarsi, continuando a parlarsi interfono.
Il presunto figlio si alza.
“È una sua visione! Più chiaro di così!”

Antonia e la padrona del locale si avvicinano a Monika, che fa un bel respiro. “Continui! Siamo qui anche per questo…” Si passa la mano sulla gola alzando il mento: “…per discuterne!”
“Gli angeli stavano in mezzo al nulla, nel vuoto siderale, anzi, nel vuoto pre-big-bang, probabilmente.” A qualcuno in sala scappa una risatina. Ma continua, serenissimo:
“I tre angeli iniziano a suonare, ma quello all’armonium s’annoia e inizia a sognare ad occhi aperti…”
“E che cosa diavolo sogna?”, interrompe qualcuno in fondo alla corte.
“Sogna la creazione di Venezia!”

Ora, tutti sono in silenzio. Una piuma farebbe rumore cadendo.
Monika si scuote un pochino. “Molto interessante, non vedo l’ora di approfondire… ma… come fa…”
“La targhetta dorata… l’ha fatta prima di iniziare il disegno! Era uno dei suoi enigmi, i presenti dovevano indovinare cosa stava per succedere partendo da un indizio evidente.”
[Già, probabilmente una performance ante litteram. Che genio! È suo!]
Poi continua, “Dottoressa, guardi bene la targhetta!”
Monika si avvicina con una lente all’etichetta dorata, sillaba qualcosa tra sé. Poi mi cerca con lo sguardo, incredula; forse c’era sfuggito qualcosa.
Monika, torna al banchetto, dove aveva appoggiato sopra la relazione. Sembra sconvolta. Mette via tutto, in pieno sconforto. Poi fa spegnere le slide e le luci puntate sul palco.
“Quattro, due, uno!”; sconsolata. Poi si porta le mani sulle guance e mi guarda. Io sdrammatizzo facendo segno ”tutto ok”. Poi le sillabo: “Sta an-dan-do alla gra-n-de”. Poi, doppio “ok” seguito dai pollici alzati con le dita delle due mani.
Monika sembra paralizzata.
[Go capìo! Toca al vecio! Ghe pensi mi!]
“Scusate… SCUSATECI!” Mi schiarisco la voce, teatralmente.
“Un attimo di attenzione per piacere! A me le luci!”
Mi alzo e vado verso il piccolo palco. “Io sono l’amministratore responsabile.”
Afferro Monika, molle come una gelatina, e la lascio nelle mani di Antonia. Mi puntano un riflettore in faccia. Capirai! Paura? Da giovane per conquistare Monika avevo fatto anche teatro, ma questa è un’altra storia. Attacco:
“Questo, che doveva essere un meeting di presentazione sui modi della scoperta dell’opera, si è trasformato in qualcosa che poi ha superato ogni nostra aspettativa. Sono fiero ed orgoglioso di vedere nei presenti la più alta e significativa rappresentanza della città, questo, anche perché, finalmente, abbiamo avuto modo dopo mille anni di intrighi, templari, massoni, studi, ricerche ed affari, di scoprire la vera origine di Venezia…”
Faccio segno aprendo più volte la mano abbassata di fare luce sul quadro.
Aspetto due secondi ed indico la tavola in modo teatrale, nell’attimo in cui si è illumina:
“…Eccola! Quattrocento-ventuno!”
Silenzio assordante. Conto:
[Milleuno… milledue… dai! Milletre… eh daii! Millequattro… e daje!]
Parte un applauso. Non eccessivo, ma sostenuto.
[Fi-ni-ta!]
Mi giro galvanizzato verso Monika, ma non la vedo.
Faccio per cercarla, ma vengono in molti a complimentarsi… devo rimanere.
A qualcuno spiego che quattro, due, uno, può anche non voler dire niente, ma quattrocentoventuno rappresenta la nascita del mito di Venezia.
Il mio breve siparietto era riuscito; una vera fortuna che molti veneziani siano ancora preparati sulla loro città.
Vedo Mario, gli faccio segno di portami da bere, poi scandisco: “ca-ri-ca”, mimando il movimento del collo della bottiglia col pollice rivolto in basso.
Arrivano due guardie del corpo, mi si fermano davanti. Poi si spostano.
Come nell’aprire le ante di un armadio compare il vestito; m’appare il presunto figlio del Vecchio.”
“Complimenti per come ha girato la frittata, signor…”
“Molto signor… compagno di Monika!” Lui sorride.
Per un attimo ci guardiamo negli occhi. Provo una forte attrazione, sicuramente reciproca. Molto strana; ci imbarazza un pochino.
Faccio un cenno verso le guardie messe a cintura:
“Certo che le hanno reso bene le opere di sue padre?”
Forse è troppo, lo so, ma c’è della chimica. Non ho mai conosciuto un uomo che mi attraesse così, vorrei che fosse mio amico.
Sorride di nuovo, mi mette la mano sulla spalla. Poi si gira, vede persone che aspettano dietro di lui, si mette fretta. [È molto discreto. Mi piace].
“Mi sa che ci rivediamo ancora… fidati!” Mi stringe la mano, chiudendomela poi con la sinistra.
“Rimani!”
“No! Impossibile! Ci rivediamo, fidati!”
“Non insisto, ma ti prego!”
[Sto provando della chimica per un uomo! Pazzesco, che mi succede? Sono i miei ormoni? Forse sono io l’incinta?!]

CAMBIO NARRAZIONE

Bel tipo il responsabile della ditta restauri. Siamo così diversi, ma mi sembra di conoscerlo da una vita. Provo quasi affetto anche per lui, simile a quello che provo per il libraio.
È riuscito a sistemare tutto con poche parole, senza offendere nessuno. Penso proprio… Di nuovo la dea cinese!
Che sfrontatezza, che eleganza. Parla con qualcuno, si stanno appartando in un angolo buio, pieno di guardie personali. Non capisco chi ci possa essere. Faccio segno ai ragazzi di lasciarmi solo, prendo una tartina di caviale e mi avvicino lentamente.
Un bodyguard mi si mette davanti, io mi blocco. Mi guarda, poi si sposta leggermente; è lo stesso con cui aveva parlato il capo-squadra dei miei; mi ha riconosciuto. Faccio per avvicinarmi, lentamente, ma c’è poca luce e non vedo bene i volti.
C’è la dea cinese, due signori che non conosco, forse anche il capo in persona; la massima carica pubblica, a questo punto non mi stupirei più di niente, e poi delle gambe… ma non vedo…
Ma la mia attenzione è tutta per la signora cinese. Vedo che continua a guardare in basso le scarpe della sua interlocutrice. M’incuriosisco, sì; come una donna. Voglio vedere cosa indossa di tanto speciale.
Mi avvicino lentamente, dando tempo alla vista di adattarsi al buio.
La signora orientale sta osservando dei piedi nudi. C’è una calza collant, ma i piedi sono sospesi in aria. Sembrano calzare delle scarpe invisibili tacco dieci! Deve trattarsi senz’altro di una delizia per gli amanti del genere…
Soddisfatto, mi giro rapido per andarmene velocemente; ancora un brutto presentimento, accompagnato da un profumo che conosco. Non mi sento a mio agio. Poi, la sua voce:
“Dove scappi?”
Mi si gela il sangue. Il cuore mi pulsa in gola. Mi giro sulle gambe, rigide come legni.
“Ti ho visto, sai?”, in un istante me la trovo davanti, col dito mi schiaccia la punta del naso: “Birichino!”
Alza la gamba, tenendo le mani sui fianchi, portando il piede all’altezza del mio viso, rimanendo immobile, in equilibrio. La scarpa è invisibile; l’effetto ottico impressionante.
“Fashion and hi-tech!” Esclama, fissandomi nelle pupille. Poi sorride.
“Le ho disegnate io. Non vedi la firma?” Alza ancora il piede portandolo a due centimetri dal mio viso.
Poi abbassa la gamba. “Lo so… con te non funziona. Poco male!” Fa spallucce. Poi simula uno sbadiglio di noia. Si gira: “Devo andare. Ti ho già messo in calendario. Non so cosa vuoi, ma vedi di non farmi scherzi, altrimenti… ti picchio con la mia spazzola.”

Torna al gruppetto mentre la guardo, tramortito. Arrivata, si gira e mi guarda compiaciuta dell’effetto sortito, poi alza il braccio e mima lentamente il movimento di una… [ESCAVATRICE!?]

[Quella donna ha la capacità di sconvolgermi con due parole ed un gesto! Ma com’è possibile?! È come il mostro-draga della laguna; meglio non trovarsi sulla sua strada. Quella ti legge il pensiero, ti prende l’anima dal fondo e te la rovescia come un calzino! Meglio andar via alla svelta! Al diavolo anche la cinese!]

Mi giro, vedo una mia guardia. Si avvicina preoccupata in un secondo; forse ha visto la mia faccia, sicuramente sbiancata.
“Via da qui! Subito!”
“Quanto subito, Boss?”
“Il prima possibile! Sono in pericolo!”
Senza accorgermi mi trovo sulla moto-lancia. Usciamo dal canale come missili da un silo, decisi a barricarci di corsa dentro la mia isola.

CAMBIO NARRAZIONE

“Ehi Monika?! Tutto bene?”
Da sdraiata si mette seduta, mi piego verso di lei, mi abbraccia forte. “Andiamo via! Sono stanca.”
“Certo, andiamo subito in camera o…”
“No! Intendo via da Venezia.”
Le passo una bottiglietta d’acqua minerale. “Sicuro! Prenotiamo la vacanza…”
Monika tossisce e sputa l’acqua a terra. “No! Domani, ti prego. Sto male.”
“Si può sapere che hai?”
“Non lo so! Pensavo di essere gravida, ma il test è sempre negativo, e poi sto dimagrendo. Sono sempre stanca e debole. Ho pensato a qualche vernice; ma non centra niente, Antonia e Mario stanno bene.” Tossisce ancora, “Ci sono ottimi ospedali in tutto il Veneto… o no?”
“Ok, domani noleggio un’auto e partiamo!”
“Così si fa! Uomo!”
Si rimette sdraiata a fatica, col dorso della mano destra sulla fronte. Non so neanche se riuscirà a reggersi in piedi.
“Ho combinato un casino! Vero?”
“Ma che dici Monika? Hai gestito benissimo la sorpresa; un’altra al posto tuo sarebbe crollata. È andata benissimo, fidati!”
“Se lo dici te… almeno, ora… sappiamo che cosa abbiamo tra le mani”.
Arriva la signora cinese, porta un altro bicchiere d’acqua. Monika ne beve un sorso, fa una smorfia e poi lo appoggia tremante.
“Vai di là, ti prego, rimani fin che non va via l’ultimo invitato. Io mi riprendo.”
“Non si preoccupi, rimango io con la signora. Vedrà che tra un po’ si sentirà molto meglio… dev’essere stato uno scherzo dell’agitazione.”
Faccio per uscire dal localino, dove sta stesa Monika su delle sedie messe unite, sento una bottiglietta di plastica vuota cadere, mi giro, la signora orientale si piega per prenderla, quasi senza piegare le ginocchia. Quelli che pensavo dei pantaloni di pelle, in realtà sono stivali alti fino all’inguine [!?]
Si rialza, si sistema il piccolo soprabito allungandolo di poco sotto il sedere, si gira e mi sorride a labbra unite.
Monika, ora sta con gli occhi chiusi, con la testa appoggiata al muro.
La cinese mi fissa, poi si avvicina, allarga la bocca e mi mostra i suoi denti. Il mio corpo reagisce all’istante, in modo piuttosto evidente, lei abbassa lo sguardo e se ne accorge. Mi urta fuori, spingendomi col ventre. Cerco di liberarmi dalla sua presa:
“Non posso! La prego! Non posso! Davvero!”
Con uno scatto spalanca la bocca e fa finta di mordermi il viso. Poi si ricompone.
“Vedremo!”
Torna dentro.
Cammino, goffamente, da solo per qualche minuto. Poi mi siedo, isolato dagli altri ospiti. Devo rilassarmi per altri cinque minuti e pensare ad altro.
Avevo visto il diavolo, travestito da donna. Molti lo riconoscevano negli occhi, io l’avevo visto nella bocca. Ci sarei andato con quel diavolo, era irresistibile. Giuro!
Forse non è il caso di lasciare Monika sola con lei, [strano pensiero… devo essermi ammattito!]

Decido di delegare tutto a Mario e Antonia.
“Mario: mi raccomando! Porto via Monika per un pochino! Ha bisogno d’una vacanza. Ci aggiorniamo. Raccogli chiamate, richieste e via così. Dacci un po’ di giorni…”
“Vai tranquillo, male che vada quando torni non trovi più niente!”
“Intendi Venezia?”
Mario mi guarda strano.
“Scherzo! E… in campana col quadro! Anzi, portalo al cavò!”
“Vai tranquillo capo…”
“Poi, mi raccomando, ti giustifichi garbatamente con la sovraintendenza…” Mario alza la mano facendo cenno d’aver compreso al volo.
“Bravo! Salutami l’Antonia.”
Corro al localino. Monika è in piedi che mangia un biscottino; sta già meglio. Mi guarda: “L’ho mandata dagli ospiti… pensavo di riuscire a farmela piacere…” Scoppia a piangere; “…ma ho paura che sia una donna orribile.”
Prendo Monika per i polsi, li stringo; non riesco a farla smettere di singhiozzare.
“Ehi! Ehi! Calmati!”, la fisso negli occhi: il grigio è spento. Abbassa lo sguardo.
“Guardami!” Le prendo il mento, per costringerla.
“Ora. Noi due; scappiamo!”

Mio padre
L’enigma

Sono a casa, di sotto, nel bunker. I ragazzi si sono fatti delle pizze col forno a legna, uno di loro ha origini magrebine, ha fatto per dieci anni il pizzaiolo. Se decidesse di aprire una ”pizzeria gourmet” gli darei senz’altro una mano; investimento assicurato.
Qui all’isola mi sento sicuro. Stesso dicasi per i ragazzi, i miei angeli custodi.

Cominciavo a odiare la vita sotto scorta, ma si era resa necessaria. Avevo ricevuto delle minacce serie da parte di qualche cliente, per i motivi più stupidi.
Scrivere una storia su qualcuno, cucita su misura, comportava conoscerne vita, affetti, pregi e difetti, e sopratutto i desideri più intimi.
In pratica tenevo i segreti di alcune delle persone più potenti del mondo, ma quel che peggio, tenevo anche il loro desideri!
Con qualcuno ero riuscito a tenere l’anonimato, ma a certi livelli si lavorava solo a carte scoperte.

”Toc-Toc”
“Tutto a posto Boss?”
“Sì, vai tranquillo, anzi, fai fare una pizza anche a me, per piacere. Una Veneta, va’!” […tanto, chi dorme stanotte!]

Il discorso uscitomi alla presentazione a San Sebastiano, mi ha fatto rammentare un enigma che mi aveva dato mio padre come regalo.
Mi muovo tra gli scatoloni di cartone, vedo la cassetta di metallo dove conservo i dati dei clienti anonimi, raccolti per la scrittura di ogni libro. Quegli appunti, scritti a mano, sono uno dei motivi di tutta quella gente armata di sopra. Potrei distruggerli, ma non cambierei poi molto. Forse se venissi lobotomizzato a qualcuno potrebbe sembrare sufficiente per lasciarmi stare. Fortuna che almeno non tengo copia dei libri scritti.

Trovo lo scatolone, con scritto ”Papà”, frugo concitato, levando carte, schizzi, foglietti e appunti. Eccolo! Trovato!
Lo giro. Dietro, si legge scritto con un carboncino: Piccolo enigma par el me bocia!
Chissà cosa voleva dire. Molto probabilmente era una sua visione. Magari questo preciso istante ne faceva parte. Faccio spallucce; bah! Non amo né le trappole mentali né la dietrologia, almeno nella vita reale. Mi alzo con il quadretto in mano, digito il codice sulla porta ed esco. Salgo dai ragazzi.
Già sulle scale sento il profumo di salsiccia, cipolla e patate. Stanno guardando una vecchia partita dei mondiali di Spagna; Italia-Brasile.
Non seguo il calcio. Ma stasera va bene anche quello. Sento il bisogno di stare in compagnia; possibile che io mi senta così solo?
Scuoto la testa. [Tanto potere e ricchezza per poi…]
Mi lascio cadere sul divano libero.
“Birra Boss?”
“Ma sì, dai! Perché no?”

Ci alziamo tutti brindando con le bottigliette in mano, battendole sul collo. La mia prima volta.

Monika
Saluti all’amico

“Ehi! Libraio?” Lo afferro per il braccio. Si gira fissandomi spaventato. Mi guarda come se non mi riconoscesse.
“Come stai?” [Forse ha un ictus?]
Ma è come se stesse fissando il vuoto. Poi si accarezza la barba con un gesto meccanico.
Io mi metto a predicare battendo i pugni sulla ringhiera di ferro: “È quel veleno che ti prepari e bevi ogni giorno! Lo sapevo! Ti ha bruciato il cervello!”
Spalanca gli occhi, come gli avessi fatto una puntura di adrenalina pura nel cuore (…l’avevo visto al cinema).
“Cervello! Cervellooo?”, mi prende per il colletto del soprabito. “Con quello che sta per succedere… e tu mi parli di cervello?!”

Veramente a volte non lo capisco, forse è un po’ su di giri per l’alcool… strano di mattina. Lo guardo; è sconsolato.
Gli avevo anticipato al telefono che non sarei partito senza passare a salutarlo, ma mi rendo conto che forse sarebbe stato meglio dirgli di persona che ce ne stavamo per andare.

“Staremo via poco, te lo prometto!”
Il vecchio, quasi si mette a piangere. “Non potete andarvene adesso! Sta per arrivare la tempesta…”
“Ascolta! Non prendiamo né navi né aerei. Staremo qui vicino, sicuramente non fuori dal Veneto…”, poi involontariamente; “…devo proteggere Monika!”
Il libraio gira la testa, ora appoggiata sulle braccia attaccate alla parapetto. Mi guarda preoccupato.
“Non sta bene?”
“No! Sta male!”
Si fa serio e molto interessato; emotivamente.
“Quanto male?”
“Penso stia per morire!”
Mi si indolenziscono i muscoli facciali nel tentativo di trattenere un singhiozzo, mentre l’amico mi accarezza la schiena, su e giù per la spina dorsale, come un massaggio.
“Non può essere così grave.”
“Se rimaniamo qui, lo è! Per questo non andiamo lontano. Ci basta solo andar via da Venezia. Poi in provincia faremo tutti gli esami necessari.”
“Tagliamo corto! Sente qualcosa il tuo cervello?”
Capisco al volo che si è servito di questo termine anatomico per mettere nella sua domanda una punta di ironia, che sa di rimprovero.
“Percepisco che sta male… e che la colpa è di Venezia!”
“Non può essere di Venezia! Ti sbagli!”
Io guardo l’orologio, mostrandogli una faccia scocciata. “Devo proprio andare, Monika mi aspetta al Piazzale Roma. Abbiamo noleggiato una macchina…”, ma lui continua senza darmi ascolto:
“Non è Venezia. È qualcuno che c’è a Venezia! O forse… qualcuna!”
Il mio pensiero corre al giorno prima, a tutte quelle guardie del corpo, alla signora cinese così aggressiva, quasi diabolica. Alle petroliere così vicine, ai lavori che paralizzano la città, alla nebbia che quando si alza mostra un sole quasi nero. Tutto questo nella mia mente in una frazione di secondo, anzi, in un nulla!

“L’ho trovato!”
“Chi?”
“Il padrone di quel volto; la foto. So chi è!”
Afferro il vecchio per le spalle, lo guardo.
“Non m’interessa! A me ora importa solo di Monika. Dobbiamo dimenticare questa città, come non fosse mai esistita. Lo capisci che me l’ha chiesto lei di mollare tutto!”
“Chi? Monika!?”
“Sì. Te lo giuro!”
Balbetta, e quasi si mette a piangere.
“Andate, ma rimanete vicini. Sta succedendo qualcosa. Devo per forza farti incontrare delle persone.”
Ci abbracciamo, mentre scoppia a piangere. Fa per dire qualcosa, ma gli uscirebbe incomprensibile, rotta dai singhiozzi.
Mi si spezza il cuore vederlo così. Mi decido:
“Una… forse l’ho già incontrata.”
Si tira indietro e mi guarda, in attesa.
“Ho fatto due per due, più la chimica… mi piace!”
Mi guarda perplesso, non capisce ancora.
“È il figlio del Vecchio, El Foresto; il pittore!”
Mi abbraccia di nuovo, fino a farmi male. Io lo rassicuro:
“Stai tranquillo! Venezia galleggia da più di mille anni!”
Sorridiamo.

Mi allontano sul taxi acqueo, mentre ci salutiamo muovendo la mano alzata.
Scompare, piccolo-piccolo.
Mi attacco al parabrezza, a fianco del tassista; come fa Monika.
Guardo il magnifico Ponte della Libertà, per qualcuno la lenza che tiene il pesce, cioè Venezia, prigioniero all’amo…
Per me invece, la cima che la tiene unita a questo nostro pazzo mondo, ora più che mai.
Parlo tra me: “Provincia di campagna, pace mia: sto arrivando!”
Poi, scendo e mi siedo. Faccio un lungo sospiro, mentre osservo l’uggiosa laguna attraverso le gocce sul finestrino:
[Pausa!]

FINE


Non mi pongo la domanda quanto sia valsa la pena regalare un romanzo, pur con tutti i suoi difetti, decisamente intenso.
L’importante è che a qualcuno di voi sia piaciuto e magari ne abbia colto il significato.

Grazie

Il romanzo, (a 2 voci), è pubblicato sia kindle Amazon, (e cartaceo), sia kobo.
Ecco i link per chi fosse interessato:

KOBO, AMAZON e cartaceo.

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