Con la terza parte siamo a circa metà libro.

Finalmente incontriamo i ricchi americani proprietari della villa di Miami. Inoltre, sembra che Monika trovi la spiegazione del complicato dipinto.

Monika
Telefonata shock

Mi pizzica il braccio, sento che una mano mi sta scuotendo molto forte. Apro gli occhi, ma non capisco subito dove sono, per un attimo m’è sembrato d’essere in un palazzo affrescato, steso sopra un lettino di stoffa verde, c’era anche una bambina, o forse una donna, con la coda a treccia, particolare, partiva da metà nuca.
Sto transitando tra il mondo dei sogni verso la realtà, ma voglio continuare il sogno; c’è qualcosa che mi attrae molto, un istinto sensuale, amalgamato ad un ricordo …ancestrale.
Ma il fastidioso pizzico al braccio ora si fa dolore! Cavoli! Mi costringe a svegliarmi.
Apro gli occhi; vedo il faccione di Mario.
Di là si sente battere, deve essere arrivata anche Antonia. Mario molla la presa al braccio, è agitatissimo.
Lo guardo male, finché non si calma un pochino.
“Monika ti ha cercato tutto il giorno! Mi ha detto di controllare se avevi levato la suoneria! L’ho fatto… ma non ho curiosato. Ho visto solo un sacco di chiamate, sarà stata lei, era furiosa! Mi ha detto che quando arriva ci sistema tutti e due!”
Alzo la testa, l’appoggio sul palmo della mano a sua volta appoggiata sul pomposo bracciolo del chester.
Già; Monika metteva parecchia soggezione a Mario, nonostante l’amicizia con Antonia. Proprio non riusciva a guardarla negli occhi quando parlava. Ma per esserne così impaurito forse era successo veramente qualcosa di grosso.
“’Arda chi?!” (Guarda qua?!)
Mario mi alza la bottiglia di amarone, dentro ne rimangono due dita.
“Se me lo dicevi, ti svegliavo o ti controllavo il telefono fin che dormivi. Lo sai che il mio non lo tengo fin che lavoro in laboratorio.”
“Tranquillo Mario. Non sono ubriaco. Mi alzo subito.”
Non mi piacciono le osservazioni fatte sul bere, anche perché io non ne ho mai fatte in vita mia, a nessuno, ma Mario è giustificato. Semplicemente è terrorizzato! Quasi buffo…
Vorrei dirgli quanto meravigliosa sia la medicina, la pozione magica bevuta sul divano, capace di tenermi saldo a questo mondo quando la mente inizia ad andare veramente su di giri… ma non capirebbe.
“Ti ha detto che mi aspetta in ufficio a Cannaregio?”
Nel frattempo mi verso il caffè rimasto nella moka, ormai freddo.
“No. Sta arrivando. Prende il vaporetto, sarà qui tra mezz’ora.”
“Capisco… vai pure. Grazie Mario.”

Guardo fuori, si sta facendo sera, c’è anche un po’ di foschia. Sorseggio il caffè, ma senza deglutirlo. Vado in bagno, lo sputo nella tazza. [Ma che schifo! Acido muriatico!]

Mi viene alla mente quando mia zia, tanto tempo fa, in terraferma, al mattino me lo riscaldava col micro-onde.
Mi restava in bocca un gusto indescrivibile unito all’acido, per ore. Mi diceva che dovevo lavarmi i denti prima di berlo, oppure farlo senza il dentifricio. Un pochino aveva ragione.
Che bella che era! Cicciotella, con i capelli bianchi frettolosamente raccolti a chignon. Quella specie di grembiule-vestito blu scuro, con i fiorellini bianchi.
Ne aveva tanti da cambiarsi per tutta la settimana. Profumava di varechina, indispensabile in casa, di lacca per capelli e di fumo. Nella sua casetta, la fornela, (cucina a legna), era sempre accesa.
Senza marito, visse per più di dieci anni, prima di raggiungerlo; ce l’aveva fatta a superare le tenebre che l’aggredirono dopo il distacco.

Esco dal magazzino commosso; il caffè lo prendo al bar.
Seduto fuori, dopo essermi fatto asciugare la sedia e uno dei tre tavolini rimasti ad affrontare l’impervia stagione, mi gusto l’espresso, mentre osservo i vaporetti in arrivo. Arriva anche l’amaro.
“Grazie Beppe! Molto gentile.”
Poi lo sfioro sul gomito della giacca bianca.
“Guarda che ho passato il tuo numero al maestro, per le ripetizioni a tuo figlio. Ti chiama in settimana.”
“Gentilissimo. E la signora Monika? Tutto bene?”
“Sì, dovrebbe esser qui tra poco.”
“A sua disposizione dottore.”
Mi sono dimenticato di fargli asciugare una sedia per Monika, vabbe’, quando ordiniamo…

Eccola, sta arrivando. Cammina come una modella in sfilata, ma il passo è più veloce e guarda a terra, pensierosa.
Cavoli! Devo ancora controllare le telefonate e rimettere la suoneria.
Trenta secondi fisso al display; alzo gli occhi e me la trovo di fronte!
Con le gambe leggermente divaricate, vestita completamente di nero o forse blu scuro, senza lasciare intravedere un solo tratto di pelle oltre al viso, con le mani guantate appoggiate sui fianchi, annuisce con un sorriso nervoso: “Buono il caffè?”
“Sicuramente meglio di quello bevuto al laboratorio.”
Va verso le sedie di ferro impilate, ne alza l’ultima con forza trascinandone altre due attaccate. Ma dà un forte scossone, liberandola. La mette al tavolino e ci si siede sopra impassibile, senza nemmeno asciugarla… [oh! Oh!]
“Sai, hai spaventato Mario…”
“Non è la prima volta! Non che serva tanto per spaventare voi uomini!”

Discorso di genere, devo stare attento a come mi muovo.

“È per questo che tenete i telefoni spenti, avete paura… per non farvi trovare!”
Parla come se sapessi cosa è capitato… usa la testa, uomo.
“Aspetta che controllo i messaggi.”
Monika indispettita scuote la testa, accavalla le gambe e girandosi come se qualcuno l’avesse chiamata:
“Berrei un bel tè caldo, ho un po’ di brividi.”
“Ahia!” le rispondo, mentre tengo il telefono sotto al tavolo, come facessi fatica a vedere da vicino, nel contempo, grazie al T9 in dialetto [tiè!] in pochi secondi mando un messaggio al Beppe, [vediamo se riesce questa cosa.]
Fatto!
Poi cerco frettolosamente tra i messaggi sul telefono e sul server che ospita la mia posta elettronica, alzo lo sguardo proprio quando Monika sta per alzarsi, ma la trattengo.
“Dimmi prima almeno cos’è successo!”
“No! Ho bisogno di qualcosa di caldo!”
“Ok! Ci penso io.”
Faccio per alzarmi, ma esce Beppe con un vassoio ricolmo.
“Il tè è servito, signora.”
Monika ci osserva stupita. [Ma come c’è riuscito l’ometto? No! Sono troppo in collera. Faccio finta di niente.]

Lo lascia sul tavolo, c’è di tutto: almeno dieci tipi di bustine d’infuso, tre tipi di zucchero, tre di addolcitori, miele, limone e biscotti.
[Capìo el Bepi! Mancava solo un ”mia” davanti a ”signora”. Ma lei non se ne è mai accorta di questa cosa qua?! Di quanto bene la prendo io? Con che dignità!] Sorrido tra me. [Ma dai! Che in fondo ti piace… e ti eccita!]
Richiamo il cameriere mentre sta per entrare:
“Portami anche un punch al rum, per cortesia. Bello bollente!”
“Comandi.”
Monika ha già aperto una busta di infuso e la sta dondolando dentro la tazza d’acqua bollente. Ha lo sguardo fisso. Scioccato. Poi sentenzia:
“Il lavoro di Miami è finito! Fine settimana ci fanno il saldo!”
“Vabbe’! Di lavori ne abbiamo in ballo.”
“Non eri curioso?”
“Sì, però, vabbe’, ancora. Chi se ne frega!”
In verità mostro una certa calma consapevole che non può finire così. Giulio, l’amico di Miami, m’avrebbe senz’altro fatto sapere qualcosa. Anzi, doveva venire a Venezia. Devo tirarla un po’ su.
“Se fosse finita, Giulio mi avrebbe chiamato!”
“Giulio? Si chiama così quello che hai conosciuto là?”
“Sì, italianizzato, sì.”
“Sai, questa faccenda mi stava dando nuove energie, nuove motivazioni e anche tra noi due… te che ti interessi della bambina, di mia madre… ci stavamo riaffiatando, come all’inizio.”
Allungo il braccio e le prendo la mano guantata, ma lei la ritrae di scatto, si leva il guanto e poi me la ridà. Ci stringiamo.
“La signora mi ha detto che hanno demolito la parete, visto che la pittura non era antica non vedevano il motivo di non farlo.”
“Beh! È un vero peccato, e su questo hai ragione… ma staccata per intero? Hanno usato la tecnica del distacco o cosa?”
“Come COSA?! È stata fatta in mille pezzi e buttata!”, esclama Monika ritraendo la mano. “Me l’ha detto così pacatamente da scioccarmi!”
Non posso crederci: “Buttata? Ma scherzi?”
Impossibile! Giulio mi avrebbe chiamato. Poi un pensiero; [Oddio! Le chiamate senza risposta]… prendo il telefono.
“Ancora col telefono?”
“Sì. Scusami, ho sentito arrivare dei messaggi… controllo una cosa”.
Cavoli! Giulio mi aveva cercato!
Nascondo il mio stupore. Meglio tacere fino a quando non l’avrei risentito. Meglio non dirle niente.
“Qualcosa di importante?”
“No, niente. Comunque stasera chiamo Giulio e chiedo spiegazioni, magari ci sfugge qualcosa.”
“Va bene dai, non facciamone un dramma, andiamo a vedere come sono messi i ragazzi con il telaio.”
“Monika!”
“Sì?”
“Il mio punch bollente…”
Prendo il telefono, e inizio a digitare mentre lei mi guarda incuriosita.
Subito dopo esce Beppe col punch, sicuramente scaldato per la seconda volta in tempo da record, lo appoggia e fugge via.
Il trucchetto è svelato e Monika ride, finalmente.
Si alza, afferra la sedia, si mette di fianco prendendomi a braccetto.
Silenzio.

Guardiamo il Canale della Giudecca. La nebbia sempre più fitta inizia ad attutirne i suoni.
Sono felice, per un attimo sono felice.
Lei si gira e mi dà un bacio sulle labbra che termina con uno schiocco, poi sorride e mi accarezza la gamba dando dei leggeri colpetti, come per consolarci.
Poi incrocia le braccia, allunga le gambe, alza la testa e prova a fare la nuvoletta di condensa.

Mio padre
Momenti a San Marcuola; riflessioni

Cresciuto e maturata una certa conoscenza artistica mi sono più volte recato alla chiesa di quell’ultima cena del Tintoretto. Devo ammettere però che non sono mai stato particolarmente colpito da quel dipinto.
Innanzitutto la posizione è abbastanza sacrificata, la chiesa non è molto luminosa, e poi, diciamocelo; rispetto altre opere del maestro, sembra un pochino spenta.
Insomma, ammettendolo a malincuore, a me non trasmette chissà che emozioni. Sì è vero, il maestro ideava l’opera considerando l’ambientazione, oggi direbbero l’enviroment, e certamente la chiesa è stata fatta secoli dopo, quindi l’opera non si può trovare nella sua, come oggi direbbero, location originale… [Location… enviroment… da dove mi sono uscite? Dev’essere stata l’influenza della biennale.]
Comunque ne vale sempre la pena. Se si arriva al campo a piedi, una volta lasciata la Strada Nuova si passa per ambienti unici, trovandosi di fronte all’ultima dimora di Wagner, percorrendo piccoli ponti e strette e brevi calli.

Il campo dà sull’acqua ed è su due livelli. Stando sulla fondamenta, (il più basso), sembra di avere i piedi nel Canal Grande. Ci si può giocare a pallone, bere una birra, fumare. C’è molto traffico sia in acqua sia pedonale, molte persone scendono e salgono sui vaporetti. Vivace, ma abbandonato. Forse tanta gente che va di fretta non si cura della bellezza di questo posto. Anche l’antica vera da pozzo, sporca di urina, bucce di frutti, scorze di arachidi e non ultimi mozziconi di sigarette, non dà il meglio di sé.
Si alza lo sguardo e ci si trova al cospetto di questa ampia facciata un po’… abbandonata. Già! Il cotto grezzo con quelle cavità, quei buchi, probabilmente lasciati in previsione di un rivestimento marmoreo e i segni ancora grossolanamente evidenti di ripensamenti architettonici, danno una sensazione di incompiuto, anzi, nuovamente, di abbandonato.
Il grande portone verde con innestata in basso la porta normale di ingresso, inserito in una cornice monumentale di pietra, sembra assai bisognoso di amorevoli cure, così come l’altra porta presente in facciata ma su di una piccola abitazione (!?) abbisogna di un intervento di ”rianimazione”. Avvisi illeggibili su fogli di carta impigliati tra le ragnatele, ingialliti dal tempo e lacerati dalle intemperie contribuiscono alla sensazione già descritta.
L’interno l’ho sempre visto di fretta. Nelle nostre visite a Venezia, trovatici nelle vicinanze, non siamo mai riusciti a vederla aperta. Non rimaneva che puntare sulla celebrazione liturgica, ovviamente con tutta la discrezione e le limitazioni del caso.
Non me ne voglia per questa descrizione chi si prende cura di questo luogo, sia per la parte laica sia per quella religiosa. Ma anche questo è Venezia.

A tal proposito, ricordo che tempo fa, in una mattina di alta marea, fui colpito dalla forte sensazione di decadenza che provai passando, per evitare la folla, dietro al Palazzo dei Camerlenghi, quello sotto il Ponte di Rialto.
Bagnatomi i piedi, nel vederlo direttamente sull’acqua, per un momento pensai che mi stesse per crollare addosso.
Cercando conforto tra i miei pensieri, realizzai che era da mezzo millennio che stava lì, imperturbabile, alta e bassa marea. Ma nel vederlo storto, come stesse affondando, con le finestre sconnesse e gli scuri marci, fui colto da una sensazione di decadenza della città, mia e del mondo intero, così forte da commuovermi.
Giratogli attorno, senza che mi rovinasse addosso, appena visto aprirsi uno spiraglio tra la folla in transito sul ponte, prima strizzai l’occhio al mio portafortuna; una strega scolpita con le parti intime che bruciano sul fuoco, poi corsi dall’altra parte.
Dico tutto questo, perché ripensando a quella visita a San Marcuola, all’erba salnitro presente un po’ dovunque sul campo, a quell’ultima cena, là al buio, senza luci né faretti a pagamento per illuminarla e darle ragione, in verità non ci sono nemmeno turisti, beh! …Che dire: è come se una parte delle mia psiche cercasse rifugio in quell’angolo di Venezia, trovandolo nell’abbandono. È un luogo di passaggio dove non si ferma nessuno, solo qualche anziano in attesa della messa serale.
In un momento molto triste e delicato della mia vita, ho chiuso gli occhi e mi ci sono trovato dentro. Ero seduto quasi al buio su di una panca a metà chiesa, sulla destra dell’altare, alla mia sinistra la tela del Tintoretto, sotto, un’anziana signora piegata a terra pregava bisbigliando. C’era un forte profumo di cera, misto a quello di salnitro dei muri. Fuori, l’erba vetriola, (quella che da bambini si attacca alla maglietta), presente un po’ ovunque, ricoperta da una leggera pioggia mista a nevischio, si piegava nel tentativo di liberarsi dal peso della neve. Il rumore ovattato dei vaporetti veniva d’improvviso rotto dal botto soffocato dell’ormeggio al pontone. Tutto questo e la consapevolezza della presenza di quelle migliaia di persone, di corsa, fuori, certo che nessuno sarebbe mai entrato a disturbarci… mi dava pace.
Sì! Ecco: ho vissuto il mio momento, ma molto dopo, come se… il tempo non fosse esistito.

Monika
Il Veronese. Digressioni storiche. Goddesses (Dee).

È trascorsa una settimana dalla telefonata di Miami. Monika e collaboratori hanno iniziato la sistemazione della grande tela in un palazzo sul Canal Grande.
Prima di levarla dalla sede, bisognava metterla in sicurezza con il telaio che avevamo costruito.
Serviva lavorare sul posto (in situ), il quadro era enorme; per trasportarlo bisognava staccare la tela a pezzi, un problema che in verità avevamo già affrontato, ma non eravamo certi sui rischi di tenere quell’opera in magazzino e sopratutto se le coperture assicurative fossero sufficienti.
L’alternativa era affittare un magazzino in un cavò, ma era dispendioso e anche complicato. Insomma, ci dettero le chiavi e libero accesso al palazzo, di uso privato, tutto di un’unica proprietà.
Questa volta non si lavorava in una cattedrale, in una chiesetta, o presso ricchi a volte eccentrici, qui si parlava di veri Siori. (Signori)
Antonia doveva scordarsi i fuseaux, gli stretti jeans e le zeppe. E sopratutto, di lavorare in micro-pantaloncini a piedi scalzi. [Chissà perché l’ho pensato? Siamo in Novembre…]
È vero che aveva messo al mondo quattro creature, ma si allenava quasi ogni giorno, senza mai aver rinunciato alle competizioni di voga. Aveva il fisico di un giovane gondoliere …Donna!
In quanto a Mario doveva solo stare attento a non fare battute sagaci convinto non fossero capite. Quella era gente istruita e contrariamente a quanto si pensi anche molto sveglia; la stanca nobiltà della decadenza era passata da un bel pezzo; il ciclone napoleonico, gli austriaci, il regime dittatoriale e le guerre avevano lasciato le dinastie, (quel che ne rimaneva), più forti.
Ricordo un libro letto anni fa. C’era un capitolo che parlava della classe nobiliare veneziana del quattro e cinquecento. Spiegava che le probabilità di sopravvivenza di un giovane nobile erano più scarse rispetto agli altri coetanei di classe più bassa.
Da giovani, oltre all’istruzione, si partiva per imparare l’arte della mercatura, e di tanto in tanto si doveva prendere parte anche a qualche guerra. Tornati finalmente in patria, a casa, a Venezia, si poteva morire di peste tanto quanto il bottegaio o l’arrotino del campo sotto al palazzo.
Basta leggere le vicende di alcuni dogi come il grande Gritti o gli Orseolo, ma va bene anche la storia di Marco Polo, probabilmente più conosciuta. Al riguardo, si narra che tornato a casa dopo quasi vent’anni, e aver suonato al palazzo, uscita una domestica, questa domandasse ”Chi xe?”, e lui rispondesse ”El paron!”
Questo fa capire quanto fosse normale a quei tempi sparire per anni e ”perdersi” nel Mediterraneo, in Scandinavia, in Asia o in qualche guerra, spesso senza fare ritorno.
Ricordo ad esempio, che proprio Marco Polo era in carcere, per poi morirci, fatto prigioniero su di una galea dai genovesi, quando narrò le sue vicende a Rustichello da Pisa dando vita al Milione…
Ma dico? Non se ne poteva stare tranquillo in casa al calduccio, dopo tutte quelle che aveva passato?

Siamo nella sala nobile che dà sul Canal Grande, la tela è a terra. È andato tutto bene. Ora possono iniziare le operazioni di sistemazione, pulizia e quello che serve. Sarebbe stato un lavoro di routine non fosse stato per le moli del quadro e della cornice, e per l’estrazione sociale dei clienti. Non ci sono misteri da risolvere.
Mario e Antonia hanno un aspetto molto professionale, indossano delle tute intere di carta-tessuto bianche, con delle scarpe antinfortunistiche.
Molto bene! Sopratutto Antonia; la tuta un po’ larga le smorza le curve accentuandone le spalle, vestita così, da dietro, potrebbe sembrare un uomo.
“Bene gente!”, esclama Monika, “Mi raccomando!”
Usciamo dalla parte sulla calle, mi prende la mano:
“Che dici? Facciamo un salto a San Marcuola?”
“Penso sia chiusa, anzi sicuramente”, mi fermo, la giro verso di me:
“E poi dobbiamo aspettare ad andarci. Ora ti spiego.”
“Vai!”
“Prima ci sediamo, è un po’ presto ma mi bevo uno spritz.”
[L’uomo sta bevendo più del solito in questo periodo, qualcosa lo preoccupa…]
Ci accomodiamo su di un tavolino di latta molto interessante, recuperato chissà dove, di fronte la chiesa mausoleo, chissà se si può dire, del Veronese.
Una ragazzina molto bella, dai tratti asiatici, ci serve.
Mi piace questo posto, passa poca gente e i prezzi sono corretti. Volendo si può prendere il bicchiere e sedersi sugli scalini del rio, cosa che a volte faccio in solitudine, ma non so se Monika gradirebbe il probabile incontro con un mammifero di un’altra specie.
Ci servono. E mentre mescola la bevanda con lo stecchino terminante con una grossa oliva mi chiede:
“Vuoi che ci sediamo sugli scalini? So che ti piace.”
“No Monika, grazie. Sono anche un po’ umidi.”
Poi ricordo quel pomeriggio, alla Giudecca.
“Ma non ti darebbe fastidio sederti sul bagnato?”
Monika appoggia lo ”spritz” analcolico.
“Non più di tanto…”
Io rido con forza e un po’ di incredulità:
“Non ti dà fastidio il sedere bagnato? Ma come fai?”
“Beh, poi si asciuga. E poi ci sono tante cose e persone che mi danno fastidio ma che devo comunque sorbirmi… se il vantaggio è quello di sedermi ovunque quando ne ho voglia dove sta il problema?”
Continuo a ridere, la naturalezza e la normalità, come lo dice… Poi mi faccio serio.
“Allora, ho sentito con calma Giulio. Confermato dipinto fatto a pezzi! Però prima hanno chiamato… non ricordo il nome… hai presente il Veronese a San Giorgio?”
“Le Nozze di Cana!”, esclama Monika. Forse sta già per intuire qualcosa. [Piano uomo! Te la devi godere.]
“Sì, mi pare sia quello. L’aveva voluto a tutti i costi Napoleone, diceva che lo voleva come risarcimento per le spese di guerra, ma era enorme e dovettero tagliarlo a pezzi…”
“Che bella personcina! Così cara a Venezia. Poi i miei, (chiaro riferimento alle sue origini anglosassoni), l’hanno sistemato per benino!”
Monika che mi fa uno sbotto del genere? Ma che sta succedendo? Tutto vero, per carità, ma certe cose bisognerebbe sempre solo pensarle, non certo esibirle. Anche se tra noi… Vabbe’!
Sorseggio, guardando la chiesa di San Sebastiano:
“Beh, sai che si chiamava Buona-parte ed era praticamente genovese?”
“Vuoi dire che era geneticamente predisposto a odiare Venezia? Sono sempre alquanto curiose le tue osservazioni storiche!”
“No. Pensavo solo di fartelo sapere. E probabilmente gli stava sui marroni, più di tutta Venezia, la chiesa di San Geminiano in Piazza San Marco.”
“Era invidioso! In tutta la Francia non c’era niente si potesse avvicinare a questa città! Ha fatto togliere la quadriglia da San Marco e l’ha fatta mettere sull’arco di trionfo, lo so che stai per dirmi che l’avevano fatto anche i veneziani con Costantinopoli, ma il Dandolo (il doge) non andava in giro a predicare legalitè, fraternitè e str… simili, scusami il francesismo, [appunto!], per poi autoproclamarsi imperatore, anzi, fece il contrario…
Ma sai tutto questo meglio di me. E poi quelli erano tempi di massacri, sei secoli prima. Scusami tanto!”
La sto fissando con il mento appoggiato al palmo della mano. Il libraio ha ragione! Quando è così concitata, quegli occhi grigi sembrano il passaggio immediato per l’inferno. Parlarle di Napoleone e Venezia è come parlarle del diavolo e l’acqua santa, del magma che entra nell’oceano.

Personalmente io avevo già smaltito la ”sbornia cattiva” dovuta a un eccesso di nozioni storiche, già molti anni prima. L’amico libraio aveva ragione anche su questo, troppa storia ti metteva in contrapposizione con tutto e tutti, ti metteva astio… E pensare che l’unica nave nemica che ha tentato di entrare a Venezia, proprio francese, è stata affondata con un solo colpo di cannone.
Se solo l’avessero voluto, Venezia poteva benissimo resistergli, almeno nell’immediato, poi le cose forse sarebbero andate diversamente. A Verona e in altri centri dello Stato di Terra si erano ribellati. Poi c’era tutto lo Stato di Mare. Ma a calare le braghe fu proprio la capitale! Chi ha scritto per l’inadeguatezza del doge, chi per la voglia di nuovo, una specie di rivoluzione…
Poveretti, poi Campoformido. Svenduti all’Austria.
Che fregatura! Ti viene da pensare che quasi lo meritassero. Sono sicuro che il grande generale in cuor suo pensava fossero dei codardi. Poi in verità ci hanno provato a liberarsi, sul serio, quasi cinquantanni dopo, oramai smunti ed infiacchiti, da soli contro un impero, [almeno così lo chiamavano… Anche quello; che fine che ha fatto!]
L’architetto Sanmicheli aveva progettato per la Serenissima delle fortezze, in particolare sugli ingressi della laguna, perfette. Le file di cannoni su più livelli erano studiate per andare a colpire la pancia scoperta delle navi da qualsiasi parte provenissero. Per giunta le grossi navi da combattimento non potevano neanche accedervi in laguna, dovevano essere alzate con dei sistemi galleggianti. Tutto vero, tutto esistito.
Per conquistare Venezia bisognava affamarla, come usavano fare i romani, come fecero gli austriaci, oppure raggirarla, come fece Napoleone.
Accidenti a me! Ci sono cascato in pieno! Lo sapevo… l’astio storico! Che sta dicendo Monika?

“…Comunque ora siamo tutti amici, e i migliori amici di questa città sono francesi, giusto?”
“Sì. Ottimo, ed è proprio dalla Francia che stavo per dirti che…”
Arrivano anche le patatine. Le porta la proprietaria del bar, splendida orientale, sulla quarantina, con i capelli di platino, corti, e lunghi orecchini di lapis lazzuli. Sistema tutto per bene, poi ci dice:
“Scusatemi. Volevo solo farvi i complimenti per il vostro lavoro! La nostra famiglia, qui da anni integrata adora la città dove si onora di vivere… se possiamo anche noi nel nostro piccolo.”
La comunità cinese presente da anni era molto numerosa e integrata. Per forza di cose dopo lustri di mero lavoro cominciava a emanciparsi senza tralasciare l’aspetto intellettuale e artistico della città.
Monika sta per dire qualcosa, un po’ imbarazzata, ma viene anticipata:
“Noo. Scusatemi. Mi sono espressa male. Abbiamo fatto lavori in saletta interna e abbiamo pulito e come si dice… scrostato muro! Mia figlia che avete visto prima, studia conservazione del patrimonio artistico di Venezia. Ultimo anno. Dice che c’è colore sotto. Sapete, noi dobbiamo lavorare, le spese sono tante, ma se c’è qualcosa che possiamo fare senza grossi impegni… questo volevo dire.”
“Ah, capisco!”, esclama Monika. “Certamente. Abbiamo un po’ di tempo, prima di andarcene diamo un’occhiata.”
“Va bene. Va bene. Grazie. Grazie. Ovviamente l’aperitivo è offerto.”
Entra di corsa, dopo aver accennato un inchino.
Guardo Monika: “Sono forti. Non c’è niente da dire.”
“Ed intraprendenti…”
“Già, la settimana prossima ci toccherà prendere una nuova stagista.”
“Facile.”
“Avanti!”, esclamo. “Insomma, hanno chiamato i tecnici, quelli del lavoro del Veronese a San Giorgio, per fare il clone prima di distruggerla.”
Monika si appoggia allo schienale e si leva i guanti, oggi marroni, poi beve.
“Vorrei fosse alcolico come il tuo!”
“Giassai!”
“Che hai detto?”, mi chiede allungandosi col bicchiere in mano.
“Niente, niente… Tra l’altro è curioso, il genio di ‘ste cose, non mi viene il nome, si chiama come il museo dove mi ha portato Giulio a vedere i Tintoretto a Miami.”
“Stiamo in tema, ti prego”, [Tintoretto a Miami?]
“Sì, ci sono un po’ di cose interessanti, so che non ti piacciono i climi caldi, ma ci sono anche dei veneti minori, scusa il termine, che secondo me… ci sarebbe un po’ di lavoro da fare forse sulle attribuzioni. Ho colto qualche rimaneggiamento che forse depista sulla corretta attribuzione….”
“De-pì-stà?”
“Deve essere stato eseguito qualche intervento maldestramente, tale da inficiarne una corretta attribuzione. Va meglio?”
“L’hai colto o… sentito?” [io avrei usato comprometterne.]
“Tutti e due.”
“Sai che Caravaggio era considerato un pittore minore?”
Alzo gli occhi: “Sìì, era per spiegarmi, e poi…”
“Cosa?” mi chiede Monika dandomi un calcetto sulla gamba.
“Sic transit gloria mundi!” (Così passa la gloria del mondo).
Monika ci pensa un po’ su; non aveva studiato il latino, ma è colta, e una volta l’ho vista in taxi leggersi il manualetto delle frasi proverbiali latine.
“Se intendi la leggerezza degli onori temporali; di questo mondo, beh! Il discorso è in antitesi; nel senso che loro non hanno goduto di gloria nel mondo terreno, ma poi…”
[Ma che noia dover andare a sviscerare sempre tutto!]
“Infatti, ti stavo per aggiungere al contrario, solo alla fine, come in inglese, ma non mi usciva… peccato!”
Monika ride, si allunga sul tavolino e mi dà un bacio:
“Certo che sei proprio matto!”
Batto le mani sul bordo del tavolo:
“Dai! Dai! Finiamo il discorso! Per fartela breve, hanno fatto un lavoro simile a quello del Louvre con Le Nozze di Cana; ossia immagine digitalizzata dell’originale a risoluzione tale da non essere distinguibile a occhio umano, con rilievo degli spessori e delle imperfezioni fatto al laser. Era su gesso alabastrino, steso anche male, quindi figurati che lavoraccio…”
Monika mi sta guardando a bocca aperta.
“…tutto il pacchetto digitale è stato stampato e incollato su una replica della superficie. Non solo! Attraverso una camera a fluorescenza con spettrofotometro hanno individuato le tracce dei componenti fluorescenti ormai decaduti, potendo così inserirli nel clone digitale tali quali all’originale, come appena fatto!”
Monika mastica spiritata a bocca aperta le ultime patatine.
“E quindi?”, mi chiede quasi spaventata dalla risposta.
“E quindi andiamo avanti!”
Dalla gioia, la bellezza nordica non riesce a stare seduta, così si alza appoggiandosi coi gomiti alla pietra del muro che delimita il rio.
Guarda la prua di una barca che sta per comparire sotto al ponte. Mi avvicino, ma prima di abbracciarla da dietro, senza farmi vedere, faccio segno alla proprietaria sulla porta di portarmi un altro spritz.
Senza parlare, lei mi chiede se uno va bene, alzando il pollice e annuendo con …complicità?
Io le rispondo, prima alzando anch’io il pollice, poi chiudendovi l’indice sopra: OK.
“Dobbiamo tornare a San Marcuola!”, esclama Monika quasi preoccupata.
“Lasciami finire. Questa settimana arriva Giulio con la signora, la proprietaria. Ci portano tutto il lavoro digitalizzato, ovviamente per il clone è molto più complicato, tra l’altro penso sia ancora nei laboratori, forse in Spagna.”
“Bene! Non ho più voluto chiederti nulla di Giulio proprio per passarci sopra, ma cavoli, questa sì che è una bella notizia!”
Poi aggiunge a bassa voce, con fare civettuolo:
“Ma quanti soldi hanno fatto questi?”
“Eh, Monika… penso siano i signori della ristorazione turistica statunitense, o perlomeno della Florida”, le do un pugnetto sul braccio appoggiato alla pietra; “E non è finita! Ne parleremo personalmente; al telefono Giulio ha solo accennato il discorso. Secondo me hanno intenzione di farci anche una clone 3D…”
“Un 3D?!”, sbotta Monika. “Favoloso, aprirebbero una nuova frontiera inesplorata!”
“Già, te lo immagini che studio progettuale per la stampante e che software di gestione?”
Monika ride, “Poveri noi; altro che tecnologici! Noi siamo solo dei semplici artigiani!”
“Artigiani? Vorrai dire alchimisti!”
Rido anch’io, mentre mi allungo a prendere lo spritz dal vassoio portato dalla figlia. [Sembra diversa da prima, meno innocente, e più… alta!]
Abbasso lo sguardo: calza maldestramente degli stivaletti di pelle neri, con un tacco altissimo, spuntati; le si vedono comparire le ditine con le estremità colorate di verde fluorescente. [Prima non li aveva, sono sicuro …l’avrei notato!]
Monika si rimette dritta, mi prende sottobraccio, io alzo il bicchiere per non rovesciare, “Dai! Andiamo a vedere che cosa hanno trovato nella stanzetta.”

La saletta interna è in parte anche esterna, nel senso che ha una piccola corte. L’aspetto quasi signorile contrasta molto con l’edilizia vista da fuori.
“Complimenti signora, bel posto!”, annuisce Monika.
Io aggiungo: “Sembra il cortile della casa-museo di Goldoni, sicuri che l’attuale edilizia non abbia inglobato un antico palazzo?”
La signora: “Non so che dire. Può essere. Qui siamo a Venezia. E poi, gli esperti siete voi.”
Madre e figlia iniziano a tirare una specie di tavolozza attaccata a un muro, ma invano.
Parlandosi in cinese, (a me sembra che litighino), la figlia sparisce per ritornare subito con uno sgabello di legno quadrato. La signora vi sale sopra con la stessa naturalezza con cui farebbe uno scalino. Sporgendosi in avanti per arrivare alla sommità, dietro la tavola, mette in evidenza tutta la sua figura.
Veste una specie di tubino con motivi floreali, indossa delle ciabatte da camera color argento, con delle perline in pendant con i capelli, calze a gambaletto, di lana, marroni e arancio con lustrini dorati. Il resto della gamba: marmo statuario di Carrara. Con un ultimo slancio, mettendosi sulle punte dei piedi, appoggiandosi con il seno alla tavola, riesce a liberarla dal gancio. [Ecco che cercava!]. Si gira, e guardandomi, molto gentilmente mi chiede:
“Un aiutino per cortesia?”
Monika scatta in suo soccorso, ma subito la ferma:
“No, scusi! Il signore per piacere!”
Mi faccio avanti e senza rendermi conto mi ritrovo il suo decoltè appoggiato alla fronte, mentre afferro la tavola per aiutarla. Poi verso Monika:
“Scusi, ma è molto pesante. Serviva uomo!”
Monika non dice niente…
Inizia a ispezionare i colori che effettivamente sembrano essudare dal muro dove c’era la tavola. In questo momento però il mio interesse viene sopraffatto dal pensiero delle due presenti che iniziano ad accapigliarsi.
[La vichinga chic contro l’asiatica femme fatale. La prima ha dalla sua la costituzione robusta, la seconda può contare sulla muscolatura corresponsabile di quelle forme generose.
La prima ha per contro un’eccessiva altezza, i capelli lunghi e forse il fatto di non volersi spezzare le unghie, la seconda la paura che nella lotta le si sfilino le ciabatte con le perle; talismano dei suoi veri poteri.
Fino a che punto si spingeranno nel loro intento? In genere si parte con lo spintone, l’accapigliamento scatta come una molla…]
“Ehi dico! Ci sei?”
“Sì-sì. Mi ero perso un attimino.”
“Che dici, serve uno studio approfondito?”
Mi avvicino, tocco il muro con la punta delle dita della mano destra, poi l’accarezzo col dorso della sinistra. Sembrano gesti da stregone ma in realtà sto grossolanamente valutando il contenuto di salnitro ed umidità… a pelle.
Siamo soli. Monika si avvicina, poi sottovoce:
“Hai visto come veste? Cinturone di cuoio. Calzini di lana e ciabatte da camera!”
Si passa i capelli dietro all’orecchio mentre con l’unghia dell’indice della mano destra inizia a scrostare tenacemente il muro. [Si sta spezzando l’unghia!]
Poi, sempre fissando la parete, continua:
“Sì, ha delle belle gambe, anche se è un po’ bassina, ma potrebbe anche coprirle un pochino!”
Vorrei stare un po’ al ”gioco” e buttare benzina sul fuoco, ma Monika sembra veramente inacidita.
Vorrei dirle che quella donna secondo me veste sapientemente ai limiti dell’assurdo e questo la rende molto provocante. Calzini di lana e ciabatte con perle? Beh, il risultato non è certamente frutto di una scelta confusa!
La lunga pausa fa capire a Monika che forse si era un pochino lasciata andare. Riprende con tono normale:
“Prima, fin che eri nel tuo mondo, scendendo dallo sgabello mi ha spinto col sedere. [L’ha fatto apposta!] Sembrava di marmo! Ma come fa con quelle forme?
Poi mi giro e ti vedo bavoso. Ma a che pensavi?!”
“Io, sbavoso? Ma dai, figurati!”
Poi, un po’ titubante: “Maa… Monika? Perché… perché non vi siete accapigliate?” [La dea valchiria contro la dea tentatrice cinese… Oddio! L’ho detto?! Glie l’ho chiesto davvero!]
Monika non crede a ciò che ha sentito. Mi prende il mento con la mano destra e preme le guance fino a farmi male, poi mentre mi fissa si appoggia col naso al mio, trasformandosi in una spaventosa donna Picasso:
“Se una di quelle due, madre o figlia, prova a toccarti, le ritrovano in primavera con la draga sul fondo di qualche canale!”
Molla la presa, e come se nulla fosse, si riavvicina ad osservare il muro colorato:
“Il lavoro si fa; perché è interessante. Ma la giovane a fare lo stage da noi non ci viene! Comunque sistemo tutto io.”
Vabbe’! Mi guardo attorno, un po’ perso, poi lo vedo.
[Che bello! C’è ancora dello spritz nel bicchiere].
E lo finisco in un sorso.
[Grazie amico!]
Beh! Che dire? Sicuramente ero in buone mani …forti!
Mi massaggio le guance mentre arriva la proprietaria con lo sguardo basso.
È più mite, meno aggressiva e sensuale, quasi timorosa. Monika deve averla fulminata con uno sguardo… e probabilmente ha visto la scena.
Si mettono d’accordo per i preliminari al lavoro, mentre mi accorgo di non suscitare più alcun interesse nella divinità orientale, nemmeno un’occhiata.
Ovviamente non sto dirvi quale delle goddesses ha vinto la lotta.

Mio padre
La mandria

Sto sorridendo al ricordo, di mio padre furioso, durante una visita a una chiesa.
Per spirito di discrezione che caratterizzava tutta la nostra famiglia, almeno quando c’era anche mia madre, c’eravamo di fretta seduti colti di sorpresa dal suonare squillante del campanellino di inizio messa.
Restammo per tutta la celebrazione, anche partecipando, ma col naso all’insù in estasiata ammirazione. Ad un certo punto, un boato proveniente dal portone d’ingresso ci fece girare di soprassalto.
Aveva fatto ingresso, in avanscoperta, qualche capo della mandria bovina accovacciata fuori, sui gradini. Qualche singolo, addirittura, mentre il prete leggeva il Vangelo, si era lentamente spinto con indifferenza sotto le pale vicino all’altare, convinto che la sua stazza, il grosso zaino e l’effetto sonoro delle umide infradito di gomma sul marmo Verona, passassero inosservati.
In genere lo scopo della missione era duplice; prima vedere se si pagava, poi vedere se ne valeva la pena.
Se al ritorno dei capi più colti, e per questo usciti dal branco in avanscoperta, il parere era negativo, la mandria si spostava verso altri pascoli culturali. Altrimenti aspettavano, lamentandosi dei prezzi del bar più vicino, non dopo averne intasato il bagno.
Il capo, posto di guardia all’ingresso, appena finita messa, dava un segnale che dipendeva dalla provenienza, in genere un muggito, facendo riversare l’intera mandria all’interno.
Ancora mi vedo quei poveretti, in genere anziani, che nel tentativo di uscire di fretta, finivano invece spaventati a ripararsi dietro un’acquasantiera o dietro le scale che portano al coro, aspettando il defluire di quei ”bovi”!
Caspita! Anche noi eravamo così, ma in gita! Alle scuole elementari!
Mio padre le definiva le mandrie bovine del nord, in verità molto sensibile su questa faccenda del decoro e sopratutto molto influenzato dal pensiero colto proprio di persone provenienti da quei pascoli, amanti di Venezia.
Ci sarebbe da dire che qualche volta più che di mandrie si trattava di greggi dal ”beare italiano”. In fondo la colpa era anche nostra; le mandrie di ritorno alle vallate di origine, appena varcati i confini, si comportavano come delle perfette colonie di formiche soldato.

Monika
Giulio e signora

Monika e Antonia stanno sistemando il cucinino ed il bagno del laboratorio alla Giudecca. Tra mezz’ora dovrebbero arrivare il famoso Giulio e la cliente; il marito ha ripreso il lavoro coi ristoranti.
L’ufficio a Cannaregio era senz’altro più adatto e rappresentativo per l’incontro, ma il computer sicuramente non avrebbe retto la grafica del materiale che portavano.
Con calma, col monitor ad alta definizione, Monika avrebbe potuto osservare i particolari dell’ex dipinto di Miami sia a luce normale sia a luce ultravioletta.

Antonia, chinatasi per alzare il divano, sbatte col sedere sulla gamba di Monika. Ridono.
“Scusami Monika! Non volevo.”
“Figurati!”
Monika osserva il fondo-schiena di Antonia, mentre questa, tenendo il divano alzato con il braccio destro, vi passa sotto il tubo dell’aspirapolvere. [Una vogatrice?! Potrebbe alzare il divano sopra la testa e scaraventarlo via… e poi sarei io la vichinga!]
Antonia si gira, un po’ imbarazzata, col piede nudo spegne l’aspirapolvere.
“Tutto a posto Monika?”
“Sì. Pensavo. Forse è il caso di farti mettere la tuta di panno-carta, non so mica com’è questo Giulio…”
“Dici?”, poi, maliziosamente: “O magari… com’è lei?”, ma Monika non coglie.
“Ma no Antonia. Sto scherzando, figurati! Da come me ne ha parlato il capo è un tipo tranquillo, sulla quarantina, senza una professione particolare. Appassionato di robe vecchie, mercatini, cianfrusaglie e di modernariato americano; quei prodotti fantastici degli anni sessanta. Veste casual. Tipo abbastanza minimal, ma …astuto.”
“Go capìo! Na bràsa cuerta! (una brace coperta) …E come conosce la signora?”
“Eh! Bella domanda? Non me l’hanno detto. Forse conosceva i precedenti proprietari, o forse sono guardiani della villa da più generazioni. Non saprei…”
Suona il telefono di Monika. Esce dalla stanza mentre fa segno ad Antonia di continuare.
Dopo qualche minuto ricompare al telefono.
“OK! OK! See you later…”
Antonia spegne di nuovo l’aspiratore, questa volta porta al piede dei mocassini.
“Caspita Antonia! Va bene decoro, ma castigata così… [mi sembri un usciere dell’hotel in fondo all’isola.]”
“Il Boss sostiene che le mie forme vanno a discapito della mia professionalità. Sostiene che a primo impatto offuscano le mie abilità professionali.”
Monika, nel frattempo si è seduta col caffè, la sta osservando col sopracciglio destro inarcato:
“Beh, se te l’ha detto lui, probabilmente è così!”, poi accavalla le gambe e sorseggia di nuovo:
“E non ti fa piacere questo? Non ti piace l’idea di essere molto attraente?”
Antonia scoppia a ridere, portandosi tutte e due le mani sulla bocca per poi tuffarsi cadendo seduta sul divano.
“Monika! Go sempre savùo de essar na bea tosa!” (bella ragazza).
Si alza in piedi di scatto e con gesto teatrale mima la posa di una divinità greca: a gambe divaricate, sicure, mette la mano sinistra sul fianco mentre con il braccio destro compie un arco puntando l’indice davanti a sé, lontano.
Monika è impressionata. Il gesto le ricorda qualcosa, visto o letto… prova un leggero fremito misto a desiderio, ma non capisce.
“Varda chi! Quattro fioi!”, passandosi la mano dalla testa ai piedi con inchino; tipo la presentazione d’Arlecchino nella commedia goldoniana. Poi, con uno slancio a piedi pari, si rituffa a sedere sul divano.
Monika alza il sopracciglio di nuovo, […si vede che ha parecchia confidenza con i salti sul divano. Ne ha fatta di pratica!]
Antonia continua:
“Ma un conto è farsi guardare, e soddisfare gli impulsi del momento, un altro farli cadere ai propri piedi… come sai fare te… Monika!”
Forse inconsciamente, senza volerlo, ma Antonia pronuncia quell’ultima frase in modo molto sensuale.
Monika non batte ciglio, il sopracciglio destro è ancora alzato [hai visto Antonia? Ha il suo bel Mario, perenne innamorato, ma se proprio deve capitarle qualcosa di diverso…]
Antonia si sta dondolando sul divano con le gambe raccolte tra le braccia, le ginocchia appoggiate al viso, come in attesa. Poi ride, guarda Monika e si morde il ginocchio.
[…si dice; ”perché no?”. Uffa! Mi sento proprio a disagio… No! Ora basta!]
Monika, si alza di scatto sbattendo la sedia contro il muro. Molto seccata, centra rumorosamente la tazzina nel piattino.
“Qualcosa non va Monika?”, le chiede Antonia preoccupata.
“No! Uno svarione. Vedrai che adesso passa.”
“Posso fare qualcosa?”
“Sì! Prendi straccio e cloruro di benzalconio (disinfettante) e passa per bene il divano.”
“Ma l’ho appena passato con l’asp-”
“Fai come ti dico!”, poi facendo un bel respiro;
“Tra mezz’ora sono qui. Hanno preferito il vaporetto al taxi. Io vado a dare una controllata al laboratorio.”
Mentre Monika si gira ed esce, Antonia le fa la lingua e poi le urla:
“Comandi! Siora parona!”

Monika, gira per il piccolo magazzino, ogni tanto si sofferma accarezzando un oggetto, un quadro, un soprammobile che avevamo recuperato durante la nostra convivenza lavorativa. A ognuno di essi corrispondeva un ricordo, mio, di Monika o di entrambi.
Poi, spostando un grosso tendone, ripiegato più volte a fare da angolino, accede alla libreria.

La nostra, [mia], libreria ha un suo valore. Composta da pochi metri quadri di scaffali zeppi di libri, nuovi e vecchi di qualche secolo, assieme ad altri libri impilati sul pavimento; costituisce una delle collezioni private più importanti che io conosca. [Ma che sto dicendo…]
Monika, è consapevole di questa mia passione per i libri antichi, ma è convinta che non sia niente di più che un capriccio da soddisfare nell’acquisto, di tanto in tanto, di qualche libro vecchio da bancarella, o dall’amico libraio. Lei non lo sa, come nessun altro, ma tra quella confusione di libri ci sono mescolati circa trecento volumi antichi, dozzine di stampe e diversi manoscritti.
La collezione nella sua interezza non è stata mai vista da nessuno, mi limito a prendere qualche libro nel caso servano confronti, studi, prestiti o altro.
Monika, un po’ nervosa per l’attesa, (non vuole stare di là, sola con Antonia), sfila a caso dei libri dagli scaffali.
Ne apre uno, libro fine anni ottanta sul Galilei. Legge distrattamente una dedica sulla prima pagina: ”Dio non gioca solo a dadi, a volte li lancia dove non possono essere visti”.
Lasciandolo sfogliare distrattamente, per un decimo di secondo percepisce al suo interno qualcosa di diverso. Torna al punto, apre bene le due facciate e sfila una stampa.
[Oh cavoli!]
Monika borbotta, tra sé: “Ma questo è il frontespizio di Sidereus Nuncius di Galilei. Quello che il mio prof. di fisica definiva il nuovo inizio!”
Poi lo avvicina al viso e lo annusa: [deve esserci il libro da qualche parte! Ecco come fa a nascondere la sua collezione!]
Appoggia il foglio e inizia a sfilare qualche libro antico, [questo no, questo corrisponde alla copertina… ho capito! Usa due sistemi di sicurezza; è un depistaggio!]
Monika inizia ad aprire libri su Venezia vecchi ma anche nuovi, poi pensa: l’amico di Galilei era il Sagredo; nobile veneziano, si erano occupati di… di temperatura e… magnetismo. Anzi! Avevano inventato il termometro!

Monika, china completamente sulle ginocchia, legge i dorsi dei libri impilati a terra tenendo segno con l’indice. Partita dal basso, arrivata a circa tre quarti compare: Trattato sui termometri.
“Eu-re-ka!”, esclama sottovoce, mentre accarezza il dorso del libro con l’unghia malconcia dell’indice.
Poi lo osserva dal lato opposto, si vede proprio la differenza di tonalità nei margini delle pagine, al centro sono giallognole. Lì in mezzo ci sta Sidereus Nuncius di Galileo Galilei, prima edizione del 1610. Ne è talmente sicura che decide di non guardare, forse anche per rispetto verso chi si è dato tanto da fare per nasconderlo; cioè, io!

Galileo, scopre che ci sono dei pianeti che girano attorno a un altro pianeta, che chiamerà Medicei.
Crolla la teoria tolemaica; non ruota tutto attorno alla Terra! Copernico ha ragione! I religiosi hanno sbagliato!
Un movimento celeste si compie attorno a un astro che non è la Terra!
Monika pensa; [solo la Repubblica Serenissima avrebbe potuto pubblicarglielo senza fare tante storie…], riguarda il frontespizio che ha in mano […è pure approvata, deve essere stata una scelta non facile per il Consiglio dei…] Le cade l’occhio sul dorso di un libro della pila di fianco: Dal magnetismo all’elettromagnetismo. Storia di scoperte.
Monika gira attorno alla montagna di libri, muovendosi sulle ginocchia protette dal rivolto degli stivali. [Gialle al centro anche qui! Prima ho resistito, ma ora voglio vedere!]
Inginocchiata, Monika sposta qualche decina di libri, nuovi, vecchi, grossi e sottili. Arriva al libro sul magnetismo, sfoglia le prime pagine, appare il frontespizio giallo.
Sta osservando la prima edizione dello stampatore Giovan Battista Landini del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, opera sempre del Galilei.
Monika accarezza la pagina, è molto eccitata da questa improvvisa ed imprevista caccia al tesoro, poi pensa:
[Chissà quanta fatica gli è costata pubblicarlo, ne ha passate di tutte i colori. Poveretto! L’hanno schiacciato nell’anima e anche nel corpo! Io avrei preferito il rogo! …O forse no?] Lo chiude rimettendolo dov’era.
Si alza di scatto, poi ri-appoggia sopra, con un paio di levate di forza, tutti i libri, l’ultimo lo sbatte violentemente con due mani, […Poteva rimanere sotto San Marco!]

Per quel giorno la ricerca era finita.
Monika non poteva sapere che al libro mancava la stupenda stampa con i tre protagonisti del dialogo, tra cui il nobile Sagredo. Stava al monolocale, sul Canal Grande, l’avevo rimossa e nascosta per farla vedere come prova ad un interessato. Se l’affare andava in porto, avrei venduto quel libro. Presso il potenziale cliente sicuramente sarebbe finito in mani sicure, dandogli il giusto riconoscimento che meritava, forse in qualche museo o biblioteca pubblica. Inoltre, non di poco conto, c’erano delle annotazioni scritte a mano sicuramente coeve, su cui indagare.
Poi, in fin dei conti, anche se in pochi lo sapevano, anche quella era una delle tante storie di Venezia e di un suo palazzo; meglio se usciva dalla laguna, forse a ”far proseliti”.

“Monika? Monika! Sono arrivati!”
Lei fa il gesto istintivo di pulirsi le mani. Mentre si dà un’occhiata ispettiva vede il sopra-ginocchio degli stivali imbiancato dalla polvere. Prova a pulire. Niente da fare; così lo ripiega in basso un paio di volte.
Eccoli, dà la mano ai due arrivati, scusandosi per il disordine.
Li porta a fare due passi per il magazzino, mentre Antonia prepara un caffè all’americana.
La signora, che Monika aveva già conosciuto, veste firmato, molto scuro e non eccentrico come quando era venuta col marito, anzi, quasi bigotto.
Abito con gonna scura, calze nere con delle severissime francesine di pelle nera, tacco medio. Camicia bianca. Lo sguardo è acuto e l’espressione determinata. Sembra impossibile le possa sfuggire un sorriso. I capelli neri, probabilmente ricci, raccolti indietro, evidenziano zigomi quasi maschili perfettamente simmetrici a un naso un po’ schiacciato con narici leggermente alzate. Nonostante si possa definire una donna di bassa statura, la sua figura incute una certa soggezione.
Monika, mostra e spiega in inglese le caratteristiche salienti del nostro lavoro. La signora ogni tanto annuisce, ma senza mai abbassare lo sguardo, perfino quando Monika le mostra una tela antica è costretta ad alzarla facendosi aiutare da Giulio per mostrargliela, oppure, se di grandi dimensioni, semplicemente arretra per vederla, mentre attorciglia la collana di perle enormi spuntata da sotto la camicia.
Monika pensa; [dev’essere rimasto gran poco della ragazzina che cucinava hot-dog e hamburger nei parcheggi dei parchi di divertimento. Questa non abbassa lo sguardo neanche per vedere se fa centro! Accidenti! Ma cosa vado a pensare? È proprio vero: gli sto assomigliando sempre di più…]

Giulio veste un completo grigio, italiano, cravatta con finta imbastitura, ora slacciata, e porta dei mocassini marroni di velluto. I soprabiti sono stesi sul divano.
Antonia fa capolino aprendo la porta; “Tutto pronto!”
“Sì, un minuto. Arriviamo!”
Monika, va verso i due che si sono spostati e vede Giulio sfiorare quasi impercettibilmente con l’indice il dorso della mano dell’altra, [sta succedendo qualcosa…]
Monika, senza pensarci scuote la testa; […ma possibile? Ancora?!]
I due, percependo il suo gesto contrariato si girano ad osservarla, poi si prendono per mano e ridono.
Lei alza il palmo a scusarsi: “Escuse me! I’m very tyred!” (Scusate! Sono molto stanca!)

[Mi ha fatto immaginare Giulio come uno di quei disperati che girano con vecchie utilitarie piene di borse della spesa a raccattare cianfrusaglie. Quelli che a volte vedi ai mercatini proporti oggetti che hai buttato via la settimana prima nell’immondizia. Invece mi trovo di fronte a un factotum, diciamo pure assistente personale, all’altezza dei capricci di una regina, colto, con stile, e probabilmente anche simpatico; unica cosa che sapevo sicura!]

Il caffè americano con pasticcini ha successo, ma gli ospiti insistono per passare al lunch nel locale vicino, sul tavolo di Hemingway.

“Pronto? Uomo, puoi parlare?”
“Sì… sono appena usciti.”
“Lei vuole il Bellini e anche il Carpaccio.”
“No, vogliono pranzare soli …soletti!” Con malizia.
“Ah! Sai già tutto?! E che aspettavi…”
“Ah! L’hai solo immaginato…”
“Come mi sembra lei? Una Dark Lady! Mo-olto intrigante.”
“Sì, ha chiesto di te,” sorrisino compiaciuto di Monika.
“No. Non direttamente, mi ha chiesto Giulio, ma si capiva che era per lei.”
“Dark Lady? …Nel senso di strega cattiva dei fumetti…”
“No! Non pensavo a quelli giapponesi!”
“Ascolta! Non sono una hot-line per secchioni frustrati!”
“No! Non esagero!”
“Va bene! Ci vediamo a Ca’ Vendramin!”
“Vestiti un po’ elegante… almeno tu!”
“Sì, la chiesa ce la aprono, non ti preoccupare. Ciao. A dopo.”

Monika saluta Antonia, ora vestita con la tuta bianca di panno-carta: [forse dovremmo indossarla tutti quanti e darci una calmata!]

Monika
Gioco di prospettiva

[Eccolo là il mio uomo! Genio e sregolatezza! Ma guai a parlargli di genio; porta sfortuna, e poi dice che si tratta solo di un’invenzione dei tempi moderni. Rimane solo la sregolatezza; quella sì!]

Monika sta arrivando all’osteria sotto il palazzo, vicino alla chiesa con il Tintoretto da vedere, assieme a Giulio e …signora.
Cammina attenta, ma pensierosa, quasi sorride tra sé; chissà a cosa starà pensando.
“Ciao bell’uomo! Che si dice?”
“Nel senso how you doing? Intendi?”
“Sì, nel senso tanto per chiedere!”, poi si siede al tavolino, seria e silenziosa.
[Devo dirle qualcosa]: “Mi sto rilassando, sto buttando giù qualche idea per il romanzo… ti dirò, senza grandi difficoltà; il problema è mettersi a scriverlo seriamente.”
“Già! Sei fortunato! Molto fortunato!”
“Sì, lo so. Le idee non mi mancano mai… se penso a tutte le cavolate che ho letto, giri e rigiri di parole attorno allo stesso concetto, ripetuto, rovesciato, visto di sbieco, da sopra, con gli occhi di una mosca, al caleidoscopio…”
“Ho capitoo!”, accavalla le gambe “Basta dai!”
“Nervosetta?”
“Non ho idea di cosa succeda ora.”
“Niente. Appena arrivano ci alziamo e andiamo a San Marcuola. Non penso che qui servano il caffè all’americana, ma posso chiedere…”
“No. Non importa, mi ha appena fatto un segno con la mano. Sono sull’angolo con la Strada Nuova che ci aspettano.”
“Ok, ho già pagato, andiamo.”
Partiamo a braccetto.
Giulio e Signora ci attendono, anche loro a braccetto, forse per il freddo; oggi è particolarmente umido.
Finalmente vedo la cliente.
Monika aveva ragione; un bel tipo.
Piccolina, non molto snella, mora, con uno sguardo molto deciso, la vedrei bene al circo, in costume: ”la minuta domatrice di leoni”.
Sta sbattendo i piedi per il freddo, probabilmente stava meglio a Miami.
Ci salutiamo, mi dà la mano con una forte stretta.
Mi guarda, con naturalezza, ma prima di staccare lo sguardo mi dà un’occhiata paralizzante; come facevano certe conduttrici che vedevo alla televisione, quelle del ”TG”, un centesimo di secondo prima che partisse il servizio, …certe conduttrici.
Ci incamminiamo verso la chiesa, la coppia ci precede avendo già visto il posto.
“Che ne dici, uomo?”
“Beh, chi ha un po’ d’occhio capisce da dove viene e dov’è arrivata, non ho mai visto neanche una nobile ostentare tanta…”
“Altezzosità?”
“No, non è solo quello… è come se con gli occhi ti dicesse posso averti come e quando voglio.”
“Beh, certo! Ovviamente tu ci devi sempre vedere qualcosa di sensuale…”
“Tu no?”
“Non mi pare. Non sono continuamente alla ricerca di una congettura a sfondo erotico.”
“A no? Neanche con Antonia?”
Monika teatralmente mi prende a pugni sulla spalla:
“Brutto… sporco”, poi sussurrato all’orecchio “…maialino!”
Monika quasi sorride [?!]: “E che ti ha detto? Sentiamo dai!”
“Poveretta! Era molto confusa e desolata, quasi mortificata.”
“Credo bene! Ti ha detto cosa… che cosa…”
“Sì, tranquilla. Continuava a scusarsi…”
“Per voi uomini tutto questo dev’essere uno spasso, vero?”
“Non dire così…”, mi sposto per fare scendere un’anziana dal ponte, “…o meglio sì, lo è, ma solo come fantasia, almeno per quel che mi riguarda. Ma poi, nella realtà…”
“Che imbarazzo!”
“Ascolta Monika… A sedici anni si è messa con Mario, hanno avuto quattro figli, ha sempre lavorato grazie alla famiglia di lui che li teneva, non ha compiuto i ventisei anni, probabilmente è anche, diciamo… sessualmente…”
“Iperattiva!”, mi interrompe Monika.
Io sorrido, “Sì. Molto direi. Considera che fa voga quasi ogni giorno, un paio di volte a settimana fa arti marziali, non potenti come quelle che fai te, ma una cosa simile…”
“Ma guarda che io non faccio arti marziali! Te lo stai inventando!”
“Ah no? E quelle gambe allora?”
Monika mi da un pugno sulla spalla sinistra emettendo il suono come fanno i bambini, io barcollo e faccio finta di cadere nel rio, tenendomi appeso al muretto a penzoloni sull’acqua, come nel wrestling degli anni ottanta, ma al rallentatore.
Monika, con la mano sulla bocca, (oggi guanti rossi), ride imbarazzata. Siamo nel campo della chiesa, gli americani ci stanno guardando incuriositi.
Poi, Giulio corre in mio soccorso allungandomi la mano. L’afferro e scavalco ”la muretta” con un salto teatralmente drammatizzato, eccessivo, e ci abbracciamo.
Monika ci guarda incredula mentre la signora scuote la testa.
Arriva il parroco, leggermente perplesso; non ha visto la scena ma è curioso di sapere perché ci interessa tanto vedere la chiesa.
Bene, abbiamo San Mrcuola tutta nostra!
Monika si siede infreddolita su una panca al centro, io giro in cerca di qualche lampada supplementare da accendere, la chiesa è molto buia.
Dopo un po’ vedo il parroco scattare sull’attenti a un cenno della signora. Ricompare con un faretto alogeno con piedistallo. L’accende, ma Giulio fa segno di spegnere, e aziona una lampada UV portatile. Si avvicina alla tela fino a pochi centimetri suscitando non qualche timore nel parroco, ma Monika prontamente lo raggiunge tranquillizzandolo, le leggo quasi nel pensiero: [potevano anche dircelo!]
Scuotono la testa, Monika riaccende il faro mentre spiega al curato che c’era necessità di vedere se erano presenti muffe sul quadro. Tutto a posto.
Il faro alogeno riesce a dare ragione alla bellezza di questo capolavoro del Tintoretto. Le simmetrie, le prospettive, i colori così diversi nelle zone d’ombra…

Probabilmente Giulio doveva fare un tentativo per accertarsi che anche il grande maestro non avesse usato colori fluorescenti, cosa praticamente impossibile, o che comunque non vi fossero stati aggiunti dopo.
Io sapevo che la fluorescenza nel dipinto murale di Miami era solo un mezzo per avvicinarsi il più possibile a quello che si poteva percepire di fronte all’opera. Non mi era neanche passato per la testa di illuminare ad UV la tela originale.

Mi avvicino al grande quadro, lentamente. Vedo la cena, similmente a come l’avevo vista illuminata ad UV quella notte nella villa di Miami. Non mi serve il faretto per accendere i colori. Si sono accesi nella mia testa. Che splendore!
Un po’ euforico, giro per la chiesa quasi al buio; è bello sentirsi speciali, anche se non lo puoi condividere, poi mi avvicino a Monika e le faccio il segno di OK, come dovesse sapere che sto bene, ma non mi dà bado. Glielo ripeto avvicinandomi fino ad appoggiargli la ”O” fatta con le dita sull’occhio sinistro. Poi l’allontano in direzione della tela illuminata. Niente! Nessuna reazione.
Esco e faccio due passi per il campo, l’euforia sta per svanire. Entro, mi avvicino di nuovo alla tela quando Monika batte forte la mano sulla panca.
“Ho capito! Ho capito!”
Ci avviciniamo incuriositi a Monika che senza darci bado si alza, va verso il quadro, e comincia a fare gesti di prospettiva con le mani, come i fotografi professionisti. Si avvicina e si allontana al Tintoretto un paio di volte.
Fiera, appoggia le mani sui fianchi e attacca a spiegare che cosa ha capito, in inglese very fluent, facendo qualche domanda di tanto in tanto alla proprietaria della villa.
Continua per cinque minuti, poi mi guarda: “Hai capito?”
“No, non molto, parlavi troppo… fluente.”
“Quello che il genietto ha fatto con le pareti distanziate è un lavoro di prospettiva. La parete a sinistra dell’altare che portava la tela sovrapposta nel settecento è molto grande, non poteva starci nella villa, tenendo le dovute proporzioni. No so quanto siano alte le pareti della villa, ma sicuramente non abbastanza da farci stare la parte di dipinto col cane, per capirsi. Quindi facendo questo gioco di profondità è riuscito a mettere in relazione le due tele in modo proporzionato.”
“Fammi capire: la tela originale, sul muro della villa ci stava, ma quella aggiunta attorno del settecento no. Quindi, l’originale, che è quella che noi abbiamo visto nel vestibolo, ci stava, ma per farci stare l’altra, almeno mentalmente, ha creato una prospettiva calcolando la distanza che doveva esserci tra le due …mah!?”
“Fidati! So che ti può sembrare complicato, ma è così…”, [in realtà l’hai complicata te adesso!], poi si gira verso il quadro; “…e spiega anche il perché non abbia fatto un dipinto unico usando i colori fluorescenti solo per la parte originale.”
A Monika vanno tutti i nostri complimenti, anche il parroco sembra sollevato. Tanto interesse ed eccitazione deve avergli messo un po’ di ansia.
La signora, contraccambia la gentilezza del curato con un assegno precompilato. Usciamo.
“Non sei convinto?”
“No! Scherzi Monika? Anzi, ottima cognizione, molto brava.” [Guai a te se rovini tutto!]
“Guarda che è anche merito tuo… anzi.”
“Perché?”
“Sei stato tu a suggerirmi il giochetto dell’inganno prospettico; quando mi hai fatto l’ok con le dita sull’occhio, per poi allontanarle…”, Monika mima il gesto, “…fissavo le dita che si allontanavano, con al centro la vista della tela. Erano enormi rispetto ad essa, tutto qua!”
Questa ennesima scoperta meritava brindisi e festeggiamenti, decidemmo così di passare la prima parte della serata con i clienti, probabilmente avevano già in programma per il dopocena il casinò, una visita notturna a qualche museo o addirittura qualche palazzo privato. Ma queste erano cose da siori e schei!

Fine della terza parte.


Grazie per aver letto anche questa parte.

Salvo impegni improcrastinabili, già con la quarta parte dovrei riuscire a pubblicare l’ebook completo sia Kobo che Kindle. Ovviamente il libro sarà interamente pubblicato, (penso in sei parti), su questo blog.

Il libro è abbastanza complesso, se avete dubbi dubbi o domande… sono a disposizione.

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