Come da programma, una volta a settimana, possibilmente di sabato, posto sulla mia pagina Facebook un mio racconto.

Anche per questo blog intendo seguire un calendario simile.

Al sabato pubblico racconti, mentre l’altro appuntamento della settimana lo riservo ad aneddoti storici o altri argomenti legati a Venezia.

Anche oggi, ho pubblicato un episodio del romanzo sperimentale a puntate LA ORGANISTA II, ma per una serie di motivi, l’ho fatto solo all’interno di un gruppo chiuso Facebook: LA ORGANISTA.

Ovviamente, chi vuole accedervi è il benvenuto.

Oggi, anche se un po’ in ritardo, vi propongo un racconto estratto da un mio libro, La Portante di Venezia, ma che comunque conserva un senso auto-conclusivo.

Fratello e sorella si ritrovano sulla tomba del padre, eccentrico genio d’arte del ‘900. Nonostante l’empasse iniziale, complice la particolare atmosfera del cimitero lagunare di San Michele, i due, attraverso  ricordi comuni, troveranno sentimenti perduti.

*****

MIO PADRE – Mia sorella

Ho rivisto mia sorella, dopo un anno.
Se ne stava andando, dopo aver strappato un po’ d’erba dalla tomba di nostro padre, non per pulirla, ma per tenersene un pochina per piantarla in un vasetto.

“Te ne vai di già?”
“Ciao fratellino! Sapevo che ci saremmo rivisti… qui.”
Indico i ciuffi d’erba che spuntano da un sacchettino di carta bianco.
“Pulizie?” Domanda retorica; la tomba era fatta di erba sempreverde.
“Souvenir!”
“Pensi che attacchi?”
“Forse no! L’importante è che Mattia non la butti nel sugo, come fa sempre col basilico.”
“Già, Mattia. Che forte…”
“Te, tutto bene?”
“Solito. Qualcuno riesce ancora a rintracciarmi per chiedermi di papà, io dico le solite cose.”
“Dai?!”

La conversazione si spegne. Passa qualche minuto

Niente! Non c’era niente da fare. Dopo la sua perdita non riuscivamo più a parlare. Per niente non ci vedevamo da un anno.
Non avevamo mai litigato, neanche per l’assegnazione delle opere catalogate ancora in magazzino. Potevamo viverci di rendita alla grande. Nonostante i buoni rapporti la nostra conversazione inevitabilmente si fermava allo scambio meccanico di due domande e relative risposte.

Senza accorgermene accarezzo l’erba sulla tomba, poi mi metto a carponi e strappo qualche piantina selvatica, bruscamente, come fossi arrabbiato.
La vista mi si appanna.

Ci ha lasciati proprio sul più bello! Sembrava ce l’avesse fatta. Ha combattuto, forse solo per noi, per più di un anno. Si è aggrappato alla vita con le unghie, lottando ogni istante, persino quando era incosciente.
Ci stavamo per rilassare, finalmente un po’ di tregua.
La notte del suo compleanno se n’è andato! Non ci siamo nemmeno salutati, detto niente…

Mia sorella mi appoggia la mano sulla spalla, per nulla imbarazzata del mio comportamento un po’ piagnone.

“Dai! Non fare così…”
“Sì, dammi un secondo… è che, è che non ci siamo nemmeno salutati… ”Ne veden doman!” Fine. Non ci siamo detti altro.”
“E allora? Non vi siete salutati?”
Coi palmi delle mani mi asciugo gli occhi, mentre lei cerca nella borsa. Sta per allungarmi un fazzoletto di carta, quando muovendomi a carponi sull’erba della tomba, tra i bigliettini lasciati da qualche suo ammiratore, vedo un piccolo disegno su una tavoletta di faesite, ormai in disfacimento. Lo prendo, lo pulisco un pochino.

“Guarda! Qualcuno si è anche preso la briga di dedicargli un dipinto. Perfettamente anonimo. Non c’è nessuna firma evidente.”

Mi alzo in piedi, decido di portare la piccola tavola con me, ma mia sorella mi ferma prendendomi il braccio.

“Lascialo dove stava!”
“Ma io, vorrei…”.
“So che in questo momento sei sconvolto, ma penso sia giusto che lo rimetti dov’era, impiantato nell’erba. Quello è il suo posto.”
“Già, hai ragione! Ha sempre detto che questo sarebbe stato il suo posto, per sempre! Chissà cosa voleva dire?”
“Tu eri quello che se la intendeva meglio con lui… tra noi. Capiamoci; voleva bene a tutti, ma con te c’era una certa empatia. Un legame quasi metafisico, ultraterreno.”
“Era stanco, forse voleva la pace, per sempre. Passava giornate a spiegarmi e a farmi vedere cose che non ero in grado di capire, non completamente almeno.”
“Lo so, ci riuscivano in pochi… ma non eri il solo…”, [possibile che non si ricordi di quella donna!?].

Guardo mia sorella, la vedo bene, nonostante ho saputo che sta passando un periodo difficile, di nuovo. Finalmente ci stiamo parlando. Sono felice.

“Che dici? Hai tempo per una cioccolata calda?”
“Magari! Pensi che ci sia ancora quel baretto vicino a San Francesco…”
“Quale? Quello dove ci lasciava quando andava all’osteria?”
“Non me lo ricordo!?”
“Beh, tu eri tanto piccolina. Una volta ci ha abbandonati lì mezza giornata. Ero preoccupato, così ti ho lasciato al bar e me la son fatta tutta di corsa fino ai Bacini. Era col bicchiere in mano che chiacchierava e rideva.
Non lo dimenticherò mai; quando mi ha visto, subito sembrava non capisse chi fossi, poi al ricordo quasi gli è venuto un infarto. Ha mollato il bicchiere, si è messo in ginocchio e m’ha abbracciato fino quasi farmi male. Continuava scusarsi, a chiedersi che gli era successo, cosa aveva combinato…”
“Povero!”, esclama mia sorella.
“Povero?! Sai quante volte è risuccesso dopo? Ma tu stavi con mamma…”

Saliamo dopo una lunga attesa sul vaporetto ”Cimitero di S. Michele -Fondamenta Nuove”.
Siamo stipati come i polli in un allevamento intensivo.

“Uffa! Ma quando si decidono a fare il servizio solo per i veneziani? Almeno il giorno dei morti!”
“Sorella! È gratuito! Sai quanti turisti vedono il cartello e ne approfittano per farsi un giro al cimitero, che di per sé non sarebbe una brutta cosa.”

Lei guarda con disprezzo i presenti, poi urla: “Mandria! Mandria! Mandria!”.
[Che bello sorellina, sei tornata!]

Ridiamo, infischiandocene altamente delle occhiate di rimprovero di qualche presente, per nulla sfiorato dal pensiero di togliersi lo zainetto da spalle.

In questo non eravamo per nulla veneziani. Quelli veri, rimasti, erano molto discreti e non si scomponevano davanti a nulla. Le avevano viste tutte. Era un atteggiamento un po’ snob che mi piaceva molto.

“Allora te la ricordi la mandria?”
Mia sorella sta per rispondere mentre schiva con la testa una sicura collisione con uno zainetto.
“Sì; ce l’aveva più lui con le mandrie nordiche che Paul Morand con gli hippies!”

Dimenticavo quanto leggesse, ed era ancora un po’ pazzerella.
Ero sempre stato innamorato di lei, nel senso del tipo di donna.
Sveglia, carina che si tiene, anche se sportiva, leggermente provocante e pazzerella. Il guaio era che si stava separando dal terzo marito. Sinceramente penso che dopo un po’ si annoiasse mortalmente, di tutto. Come papà!

Finalmente si scende, eravamo veramente molto stretti.

Lei abita in terra ferma, nell’incantata Valpolicella delle ville venete e del buon vino, il suo ultimo marito è un noto produttore di Amarone.

“Non ricordavo la grande scocciatura dei vaporetti pieni a tutte le ore, ovunque tu vai! Almeno quando eravamo piccoli nei mesi invernali ci si salvava…”
“Sai, Venezia ha deciso di votarsi completamente al turismo, sia particolare sia di massa…”
“Prostituirsi… Vorrai dire!”
“Beh, così rischi di offendere i veneziani…”
“Quali? Dove?”, mimando il gesto di cercare.
“Quelli di Mestre e tutti i nuovi d’adozione.”
“Ma che vuol dire?”
“È complicato! Dovevo solo pensarlo, senza dirtelo. La questione è abbastanza complessa. Un po’ come quando si parla di politica…”
“Spiegami!”
“Ma sì, dai. A Venezia è difficile viverci, tanti si spostano in terraferma e chi ne ha le possibilità a Nuova Venezia. Così i foresti, e alcuni nuovi residenti furbetti, comprano le case senza abitarci, in più magari ci speculano. Ora, sopra l’appartamento dove abitavamo da bambini c’è un Bad and Breakfast. Lo so, tu stai pensando: vendo il mio monolocale al prezzo di una villa in terraferma, poi mi ci sposto godendo di tutte le comodità rispetto Venezia. Poi, un giorno, scopro di non essere più veneziano, ci ripenso, vorrei tornare indietro ma è troppo tardi. Poi, per giunta, vedo che anno per anno si sta ripopolando con nuove e frizzanti risorse umane: caspita?! Non starà per caso tornando la Venezia del Cinquecento? Ce l’ho col mondo!”.
“Perfetto! Mi hai proprio letto nel pensiero; chi te l’ha fatto fare?”
“E dai, sorella? È difficile. Amata e odiata, anche dai suoi stessi abitanti. Il destino di questa città è imprevedibile, lo sai. Per il momento vive di turismo… hard, direi. Poi considera che la città è multistrato…”
“Multistrato?!”
“Sì. C’è il turista mordi e fuggi veneto non veneziano che non si prende neanche un gelato, mangia i panini che si è portato, sporca…”
“E ci credo! Certe sole!”

Poi stringendo a se la borsetta, come per riflesso condizionato.
“Sai che tanti dicono che è pieno di ladri? E non intendo borseggiatori. Sì, è vero, ci sono gli zoticoni, ma ci sono anche quelli che hanno deciso di non farsi più fregare. Prova a farti una giornata a Venezia con due o tre figli. Pagare per farli andare in bagno, pagare i trasporti una follia, pagare le chiese, i musei. Vogliamo parlare dei ristoranti? Dei bacari? (bar tipici). Buttati in un’osteria a cicchetti (assaggini) con marito e tre figli e vedi se ti rimane contante per pagare il Tronchetto (parcheggio)!”. Poi, furiosa: “Ma valaaa!”
“Ehi! Dai, calmati. Ho capito…”
“Che figure di emme; da cretina! Andavo a far proseliti per il veronese, questi che mi guardavano…”
“Ho capito. Infatti come ti dicevo, meglio non parlarne. Solo una cosa. Ci torneresti? Intendo, a viverci, che ne so, per amore?”

Mia sorella mi ferma, mi prende il viso tra le mani e mi bacia sulla fronte:

“Certo che ci torno tesoro! Ma solo per morirci!”

*****

 

 

 

 

 

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