Il disastro del Vajont

Riporto un post pubblicato sulla mia pagina Facebook, Venezia & Andrea Perin 421 … il mio piccolo dimesso contributo affinché non si dimentichi.

L’ho inserito in LETTURE visto che cito due libri che ho letto con molto piacere, anche se in questo post non me la sento di recensirli.

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Buongiorno!
Non me ne vogliate; ma a volte è giusto e doveroso anche ricordare.

Un vicino di casa, conosciuto qualche anno fa, mi ha raccontato di quando lavorava a Venezia durante la leva, come muratore alpino, e di quella notte di 54 anni fa che, assieme ad altri, fu spedito di corsa, senza saper nulla, a Longarone, un paese sopra Belluno.

Erano ragazzi e un po’ spaventati, tempi di guerra quasi imminente, e non c’erano social né internet dove cercare notizie di cosa stesse succedendo.

Solo un ordine: Soccorso a Longarone! Ma presto si resero conto che il paese era scomparso.

Dal suo racconto, (due chiacchiere al cancello) , le tre cose che lo hanno più impressionato: il paesaggio lunare, i corpi nudi e il rumore fortissimo degli elicotteri americani.

Quella notte fu inviato di corsa anche il giornalista e scrittore Toni Cibotto, di quell’esperienza potete leggere il suo Stramalora edito da Marsilio.

Devo dire che mi ha molto incuriosito il modo in cui l’autore e protagonista, da poco scomparso, passi dalla tragedia alle vicende vissute a Venezia; forse un suo modo, dopo tanto orrore, per dirci che la vita deve comunque continuare.

 

 

Io ci sono stato alla diga, da poco, dovevo già andarci più di venti anni fa, per gli esami di geologia, ma lavoravo e comunque preferivo visitare il posto con calma, sospettando che non sarebbe stata una banale gita fuori porta.

Difficile da spiegare cosa si prova; il fascino indiscutibile del luogo dove la tecnologia si interfaccia con la natura, (è una delle dighe più alte del mondo), si mescola alla sensazione di orrore che nasce man mano che la guida procede con la spiegazione.

Contrariamente a quanto si pensa, la diga non ha ceduto; nemmeno una crepa. Ha ceduto il monte, il Toc, (marcio), che cadendo dentro al lago, ha creato un’onda paurosa che si è sollevata sopra ad essa ma anche sopra la gola, che poi cadendo ha compresso l’aria spazzando via tutto quello che trovava sulla sua strada.

Chi ne ha la possibilità, dovrebbe visitare almeno una volta questo posto, pensando inevitabilmente a come devono essersi sentiti i superstiti di questa tragedia o i primi soccorritori una mattina come questa di 54 anni fa.

 

Detto questo, poco dopo la diga, potete visitare anche Erto, il paese di Corona, lo scrittore.

 

Assicuro che camminare per Erto vecchio, rimasto indenne ma spopolatosi dopo la tragedia, magari rammentando qualche passo del suo libro I fantasmi di pietra, dà qualche emozione. 

 

 

 

 

Senza retorica; ma quando me ne sono andato, il mio pensiero è stato che ognuno di noi, (anche se non so bene come, lo ammetto), dovrebbe impedire nel suo piccolo che tragedie simili possano ancora accadere a causa dell’avidità dell’uomo.

 

 

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