Chi sono

biografia

Vi propongo due versioni biografiche, giusto per non annoiare, una molto sintetica, da copertina, e l’altra un po’ più profonda. A voi la scelta.

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Andrea Perin, classe ’70, vivo e lavoro come piccolo imprenditore nella verde provincia veneta poco distante dalla ”mia Venezia”.

Anni di studi tecnici e scientifici, non mi hanno impedito di arrendermi all’evidenza che questo luogo ha un’anima ed un cuore che pulsa. L’arte, la musica, la scienza, la lettura e il buon gusto, sono la chiave per sentirne i battiti. E l’anima?

Articolo del 25 settembre 2029 dal giornale L’Arena su… il mio lavoro con Branchie.

(Clicca per il pdf)

 

 

 

 

E ora l’altra.

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Se vuoi che leggano i tuoi libri, ci devi mettere la faccia!”

Questo è il consiglio, quasi un imperativo, che mi hanno dato in molti e che si trova citato un po’ dappertutto dove si parla di scrittori (aspiranti).

Sì, lo capisco, anch’io quando leggo un libro cerco poi di sapere qualcosa sull’autore, specie se m’è piaciuto, ma ora mi ritrovo dall’altra parte e ho già una vita mia con tanto di famiglia e una professione costruiti in luoghi dove nessuno prima mi conosceva, voglio dire; non cerco per forza la popolarità.

Alla fine, a me preme soltanto parlare della ”mia Venezia” a persone interessate, possibilmente coinvolgendole, senza dover più scocciare parenti e amici coi miei interminabili discorsi.

Detto ciò, perdonate questa biografia sui generis.

Sono nato nel ’70, al calar delle prime nebbie sulla provincia veronese, in pieno miracolo economico, se di miracolo parliamo. La ”fabricheta” vicino casa dove lavorava papà in pochi anni passò da alcune decine di dipendenti a migliaia di lavoratori.

C’era talmente sovrabbondanza di lavoro che molti se lo portavano a casa, facendo sgobbare negli angusti seminterrati e nei garage condominiali, casalinghe, nonnine e zie; gli uomini generalmente andavano all’osteria.

Ricordo però che a scuola, alle elementari, non facevano altro che parlare del famoso triangolo industriale che abbracciava ben tre regioni, dove tutti lavoravano, ma che a noi, veneti, nemmeno ci considerava; il cambiamento (sconvolgimento) economico nella provincia era in atto ormai da anni, le corti rurali si erano spopolate e già da un pezzo erano scomparsi i filò, (le fiabe e le storie tramandate che si raccontavano di sera nelle stalle), per non parlare della considerazione per i due grandi fiumi ammantati di storia, leggenda e tradizione popolare, divenuti quasi un ostacolo al progresso e al benessere economico, una seccatura… Ma a pochi interessava cosa stesse realmente succedendo, men che meno ai veneti.

Ancora oggi, dopo diversi lustri, chi percorre in treno l’asse Milano-Venezia non può che rimanere sorpreso dalla quantità abnorme di fabbriche disseminate nella campagna tra Verona e Padova; i capannoni.

Nei primi anni ’80, andare al lavoro finite le scuole medie era la normalità e molti nemmeno le portavano a termine. Ma compiuti i sedici anni, tanti potevano girare col portafoglio gonfio, la moto nuova, (il famoso 125cc o la vespa), e disporre di bei soldini da spendere sulla Riviera Romagnola o nelle blasonate località alpine invernali, oppure in mirabolanti viaggi in situ grazie ad eroina et similia, (quasi una piaga sociale radicata nei posti dove ho vissuto).

Nemmeno cinque lustri e una regione stupenda, (arte, storia, cultura, mare, fiumi, laghi, Dolomiti… continuo?) a vocazione prettamente agricola dal potenziale turistico-culturale ragguardevole già riconosciutole secoli prima, (ricordo che Shakespeare ci ambientò ben 5 grandi opere), si trovò con le campagne disseminate di capannoni di cemento armato spuntati letteralmente come funghi tra viti, pievi romaniche e ville veneziane secolari, molte di queste, a tutt’oggi, in totale stato d’abbandono.

Io?

Io stavo nel mezzo, da una parte attratto da questo dio sulla bocca di tutti: el scheo, di cui desideravo essere un adepto, (potrei scrivere pagine commoventi su quanto abbia anelato la mia prima moto a sedici anni), dall’altra, la certezza che la vita potesse offrire anche qualcosa di differente. (Avevo già letto i lavori di Orwell, di Pirandello, di Poe e i romanzi di King. Mi ero anche cimentato con un libricino trovato in soffitta, lasciato da mia sorella o forse da mio fratello già andati via di casa, ma non ero pronto; Antologia di Spoon River. Inutile dire che le letture scolastiche fino a quel momento mi lasciarono del tutto indifferente).

Per i veneti e anche non, che volessero leggere qualcosa di diverso sul ”miracolo del Nord-Est”, menziono con affetto le ”antologie” di G.A. (Toni) Cibotto, raccolte di articoli di tre pagine dedicati alla società veneta di quegli anni, ricchi di riferimenti a letterati e scrittori a volte fuori dalla mia portata, ma nel contempo sottili, ironici e di facile lettura.

Proprio in un libro, edito nel 1989, Cibotto mette in copertina la carta da briscola con l’asso di denari, simbolo della nuova divinità a cui un popolo ha sacrificato il giorno e la notte nell’inutile ricerca di una felicità che non esiste, per poi chiudere sulla quarta con un adagio nostrano:

De feliçe a ‘sto mondo ghe ne xe sta soltanto uno: ma el gera mato e senza camisa.

Finite le scuole medie, i miei genitori hanno insistito col farmi studiare, nonostante non fossi così brillante, ma sempre costringendomi a lavorare almeno durante l’estate, giusto per non perdere il vizio.

Poi, appena diplomato: il servizio di leva, (l’attesa per il corso ufficiali di complemento fu vana), alcuni anni di studio e lavoretti, e la laurea a Padova, (la nostra Cambridge), proprio nella facoltà dove insegnava Galileo Galilei, con loro due in lacrime alla lettura del mio proclama di dottore.

Si sa, l’Italia non è uno stato particolarmente attento alla meritocrazia, per cui dopo alcuni anni di lavoro, constatato che sarei rimasto precario a vita superato dall’ennesimo raccomandato di turno, mi sono creato un’attività tutta mia partendo dal nulla, anzi, dal seminterrato condominiale, proprio come i ”paroni” di mio papà cinquant’anni prima.

Solo che nel frattempo le cose in Italia per i piccoli imprenditori sono molto cambiate, e se già nutrivo dei dubbi, ho smesso del tutto di credere a quel dio dal nome che suona così forte e autoritario: SCHÈO!, per cui in questi ultimi anni, aldilà della famiglia, mi sono concesso tutto quello che desideravo; il teatro, i libri, la musica, l’arte e sopratutto Venezia, impegnandomi nel lavoro quanto basta per sopravvivere dignitosamente.

Premesso che è grazie al forsennato lavoro dei nostri genitori se godiamo di un certo benessere, noto che el schèo, almeno in provincia, continua ad avere molti convinti seguaci che tendono a identificare il prossimo non per ciò che è, ma per ciò che possiede; molto avvilente per un ”laico” come il sottoscritto.

Con questo, non biasimo chi dedica l’intera esistenza rincorrendo la felicità facendo e/o sperperando denaro, anzi, concordo con uno scrittore che parla il mio dialetto, ora divenuto personaggio pubblico, nell’asserire che ognuno deve riempire il vuoto che si porta dentro come meglio crede…

certo però, che qualche buon libro, in molte case non farebbe poi tanto male, e diffidate di chi vi giura di tenere solo quelli elettronici, magari senza averglielo chiesto; un catalogo di Marsilio Editore o la piccola guida di una pieve che vi ha incantati, per non parlare della magia di un libretto di Edgar Lee Masters scoperto in soffitta a tredici anni e tuttora impenetrabile, ancora non esistono.

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La pelle di Pericolo Laguna

Un amico d’infanzia che non sentivo da una vita, s’è imbattuto per caso nella mia biografia.

Dopo avermi contattato in chat, e scambiato due parole, gli ho chiesto che ne pensasse… sapete che mi ha risposto?
“Ma te, Perin… non sei quello che si vantava di leggere Lee Masters, Durrenmatt e Bukowski?”
“Sì,” gli ho scritto di risposta, “ma io non sono né l’uno nell’altro se stai alludendo a qualcosa.”
“Beh! Ti mando la mia”, mi ha risposto, “così forse interessi un po’ di più le persone… e lascialo stare Toni Cibotto.”
“Perché?”
“Lascialo sul suo scrano, ops… volevo dire, scano.”
“Guarda che ho capito… è un gioco di parole; alludevi a Scano Boa, il suo capolavoro… ma forse è un po’ troppo fine.”
“Visto? Ti dicevo di lasciarlo stare.”
“Che vuoi Laguna?” (Il suo cognome).
“Perin! Non avrò fatto la vita di Lawrence d’Arabia, né di Casanova, anzi, forse più mite della tua. Ma le cose di pelle le so scrivere.”
“Di pelle?”
“Sì, la mia vita vissuta… anche se semplice. Tu la pubblichi come tua, così, tout court, come te la passo… se funziona magari mi passi qualcosa.”
“No Laguna. Non me la sento di ingannare i lettori.”
“Io te la passo, vedi te!
Ecco! File spedito… Racconto dei giganti… sai, non sono tutti così buoni… Chiudo!”

[Chat terminata]

Rimango a fissare il cursore lampeggiare.
Mm… che Laguna sappia scrivere non ci piove, ma non voglio ingannarvi.
Sapete che vi dico?
Che la pubblico come biografia di Pericolo Laguna, (era il suo soprannome), mio intimo amico.
Oggi vi giro il suo primo .pdf… eccolo!

Biografia I – Sofferenza fisica… e non solo.

A volte mi chiedo se uno scrittore, un artista o comunque una qualsiasi persona che senta nascere dentro di sé il desiderio di dire qualcosa di suo, nella vita debba per forza aver provato delle emozioni forti e contrastanti…
Eccomi quindi a scrivere qualcosa di mio, personale e forse più profondo… magari mi fa pure bene; una sorta di autoanalisi.

Qualche giorno fa, il mio bimbo mi ha chiesto perché ho un buco, (una fossetta sull’osso), sopra la caviglia sinistra.
Prendo spunto dalla domanda, e vi parlo della sofferenza, quella fisica… e non solo. Di un episodio in particolare, accadutomi appena iniziata la prima media, quarant’anni fa, ma che ricordo abbastanza bene, forse perché a quei tempi non ero ancora avvezzo al dolore.

Anni ’70. Sono sempre stato molto vivace, e da piccolo ne ho combinate di tutti i colori. Ho anche bevuto sostanze velenose collezionando alcune lavande gastriche.
Sono stato pure ricoverato in un reparto speciale, perché compariva nel mio cervello una macchia nera inspiegabile, (poi inaspettatamente scomparsa dopo l’iniezione di liquido radioattivo).
Di quel periodo, ricordo come ieri la temibile puntura trasparente; (le altre avevano liquido giallino o rosso mattone), la natica bruciava infuocata per almeno mezz’ora! E le fodere dei cuscini strappate coi denti non si contavano.
Ma ricordo anche gli amichetti del camerone, la pistola che faceva le scintille e sopratutto l’aereo della Lufthansa, con le lucette sulle ali, il rombo e che pure si muoveva rullando sotto i letti in ferro.
Rammento bene anche le cannule della mia ultima lavanda gastrica che mi entravano dalla faccia, ma in tutte queste circostanze eravamo ben lontani della sofferenza che provai a… nove-dieci anni, se non ricordo male.

Eravamo nel brutto campo di calcio immaginario, dietro la palazzina popolare dove abitavo. Quei rettangoli rurali delle periferie dove ai margini c’è un po’ di tutto; dai rifiuti del comparto auto, ai sanitari rotti, materiale edile, vecchi materassi ecc.
Io odiavo il calcio, e tutt’ora non mi piace, (anche se da osservatore, lo considero una bella quanto geniale utilissima distrazione di massa)… comunque, ci giocavo perché non c’era altra alternativa sotto-casa.
Quel giorno era presente un ragazzotto piuttosto robusto, che non conoscevo molto bene. Era poco più vecchio di noi, ma a quell’età bastavano un paio di anni in più per fare la differenza.
Era una specie di gigante buono e come altri bambini l’ho preso un po’ in giro perché era stato messo in porta e non poteva uscire.
Ne conoscevo già altri simili a lui, tra cui un certo Sandokan, ci giocavo in piscina, deriderli era un gioco che si faceva spesso, provocandoli per poi farsi rincorrere.
Ricordo ancora le sue parole pronunciate in quel campetto: ‘Speta de vegnarme soto!
Arrivò la palla che cercai di respingere dalla sua porta. Ero una mezza schiappa, ma comunque mi buttai sul pallone, senza aspettarmi chissà che… ma sicuramente, non di ritrovarmi d’improvviso con la schiena a terra e la gamba dolorante.
Alzai la testa e incredulo vidi il mio piede quasi girato all’incontrario!
Iniziai a gemere per il dolore sempre più forte e pulsante, talmente intenso che presi a masticare il terriccio, digrignando i denti.
Ricordo vagamente che qualcuno, forse mio cugino, accusò il gigante, (evidentemente poi non così buono), di avermi dato un calcio, mentre alcuni cretinetti, uno in particolare, sostenevano di avermi visto cadere da solo sbattendo sopra a un sasso.
Fatto sta che il tempo non passava mai, e io continuavo a mangiare e masticare terra ormai sfinito e inebetito dal dolore, finché finalmente non arrivò papà con la Nuova Fiat 128, di un bel rosso bordeaux, quella coi sedili in skai marroncino super imbottiti.
Mi presero di peso, caricandomi sui sedili posteriori col piede inerme a penzoloni… pareva la testa di un coniglio col collo spezzato… fate voi.
Vaghi ricordi del pronto-soccorso, poi il piede gonfio ed esanime rigirato con forza per farlo stare all’interno della doccia, il gesso provvisorio… e tanto, tanto dolore. Ma ve lo immaginate?!
Ma perché cavolo non svenivo?!
Me lo chiedo ancora adesso.
Poi, di sotto, alle sale raggi, in barella, mio padre con la faccia preoccupata ma calma, mentre gli chiedevo se alla sera saremmo riusciti lo stesso ad andare alla festa delle castagne a San Zeno di Montagna… Sia beata l’ingenuità dei fanciulli!
Sdraiato sul freddo macchinario, solo, quasi al buio, ad un certo momento entrarono delle persone che mi rigirarono la gamba, e lì forse svenni.
Probabilmente era di sabato, o un venerdì di festa, fatto sta che i dottori, che io ricordi, poi nemmeno mi sfiorarono per qualche giorno.

Mi ritrovo così in una brutta e vecchia stanza di ortopedia dell’ospedale di provincia, ma sopratutto, fredda!
Mio cugino è di nuovo presente al mio capezzale.
Assieme a noi, un giovanotto schiantatosi con la Vespa. E i suoi amici capelloni che fumano, bevono, ridono e schiamazzano.
Non vedo ancora i miei… infastidito, per un attimo penso al perché di tutto questo dolore, a cosa ho sbagliato.
Ovviamente l’infermiera interviene più volte per calmarli un pochino, ma invano.
(Ricordo al lettore che a quei tempi, nel veronese, molti giovani si facevano le ”pere” tanto quanto bersi una birretta giù al bar).
Il fastidio del vociare, unito al dolore delle ossa spezzate e della tumefazione, ormai è insopportabile, sto per piangere e frignare, ma mio cugino caccia quattro bestemmie che ammutoliscono i presenti, e a me fanno tanto divertire.
Poi, devo aver impietosito qualche suora-infermiera, che sicuramente mi ha sedato, perché di quel giorno non ricordo altro.

Finalmente dopo alcuni giorni vengo operato.
Guai a chi osa dire che in Italia c’è (c’era?) disparità di trattamento sanitario! Guai!!
(Avevo ricordato questo fatto con mia mamma, qualche anno fa, poco prima che ci lasciasse. ”Erano altri tempi tesoro… oggi non sarebbe successo… Sronsi!”)
Compare la cartella medica, quella fissata in fondo al letto sul supporto di lamiera. Il foglio che tutti, ma proprio tutti, osservano appena entrati nella stanza, come fossero dei zelanti dottori. Vi si legge benissimo: frattura multipla scomposta della tibia e del perone…
Gesso da trazione fino all’inguine, quello coi ferri spessi come ganasce attorno alla caviglia, per almeno 30 giorni. Poi si vedrà se rioperare.
Non puoi muoverti, camminare, andare al bagno da solo. Niente!
Una volta a casa però, ricevo alcune visite, e anche un gattino, (poco dopo ammazzato sulle scale condominiali da qualcuno a cui evidentemente non stava simpatico).
Viene persino il ragazzotto, portandomi gli auto-adesivi che mi aveva promesso quel giorno, dopo avermi spezzato la gamba con un calcio.
Poi, la visita inattesa di due compagni di classe.
Ero infuriato, ma sono stato gentile; ho solo respinto la loro offerta di portarmi a casa i compiti da fare.
Ma possibile che nessuno si rendesse conto di come mi sentivo? I compiti?! Ma stavamo scherzando?!
Inoltre, mia sorella a cui ero molto affezionato, poco prima era partita per l’America, senza tanti giri di parole; per avere una vita diversa.
Eravamo stati a trovarla, una gran fortuna per un bambino. In Florida per me era tutto bello, diverso, magico e selvaggio. Dal cielo più blu (davvero!) alle onde immense dell’oceano. E poi, avete presente i grandi parchi di Orlando?
Un abisso separava la terra delle arance dall’opaca vita di provincia a cui ero tornato.

Comunque… passato quel periodo orribile a letto, di alcune settimane, per fortuna poi è arrivato un altro gesso, sempre fino all’inguine, ma con cui almeno potevo muovermi; mi avevano tolto le ganasce.

Mai preso il pullman per andare a scuola, nemmeno alle elementari. Se non ero accompagnato, mi spostavo dappertutto in bici.
Giunto il termine del primo giorno del mio rientro, nella ressa per salirci, sono quasi finito a terra. Poi, il conducente, già avvisato del mio arrivo, mi ha fatto salire per primo.
Tutti mi fissavano in silenzio, mentre aggrappato alle maniglie, goffamente salivo gli scalini trascinandomi dietro l’enorme gamba ingessata, quasi fossi un fenomeno da circo, e sinceramente non capivo il perché. (Nei telefilm americani il gesso non era fico, (cool)? o sbaglio?)
Il ragazzino sedutosi al mio fianco, dietro all’autista, notata la scarpa con la zeppa di sughero per bilanciare la camminata, mi chiese se avevo una gamba più corta dell’altra. Non ho mai capito se lo fece apposta o se era solo un tontolone.
Accidenti! Ero tra gli sfigati… ed io, stavo diventando uno di loro… e già dalle Elementari adoravo le ragazzine. Due concetti assolutamente in antitesi. Le cose andavano male, molto male.

Mi sentivo solo da morire. Insicuro e sfortunato. Papà e mamma quasi inesistenti… papà sempre a far straordinari, mentre mamma… merita una parentesi.

Mia madre, che comunque lavorava, finché stavo a casa infermo col gesso da trazione, nell’accompagnarmi in bagno con un sistema che ci eravamo inventati, (ricordo ancora la faccia sbalordita della mia prof d’italiano quando ci vide), era poi finita ricoverata all’ospedale per lo spostamento di un disco vertebrale, o per un’ernia… non ricordo bene.
A casa con noi c’era anche mio nonno, ma era senza gambe.

Ma grattato il fondo del barile, la fortuna girò. Posò su di me il suo sguardo, forse compassionevole, quando uno zio decise di venire a prendermi per portarmi nella sua azienda agricola, una vera fattoria.
Niente scuola. Grande casa di campagna, camino sempre acceso, campi di fieno, mucche, galline… il galletto che mi svegliava ogni mattino, il latte caldo appena munto con la nutella fatta in casa dalla zia. Cugini simpatici e premurosi.

Dopo una settimana, ero talmente in forma che potevo audacemente guidare, (col gesso), il trattore Fiat piccolo, quello arancione.
Non avevo più paura di niente, nemmeno dei rimproveri dello zio quando mi ci vedeva al volante; ero di nuovo sicuro di me.
(Grazie zio… che avventure!)

Finalmente, dopo… (tre mesi?), mi tolsero il gesso.
Ero talmente felice e carico che il giorno seguente andai alla prima seduta di riabilitazione da solo, in bicicletta. Evidentemente mi ripresi in fretta.
Ritornai a scuola, (e al doposcuola), studiando un pochino; non mi bocciarono.
Non toccai più un pallone, se non obbligato, e andai ai corsi di nuoto in piscina, sul Lago di Garda, prendendo la corriera da solo, sedendomi in fondo assieme ad altri scalmanati bulletti. E per qualche anno, finalmente, divenni un pesce… anzi, una foca, visto che sulla terraferma non riuscii più a correre come avrei voluto.

Concludo con queste bellissime parole di Elsa Morante, che ben rappresentano cosa divenne in seguito l’acqua per me.

Ah, io non chiederei d’essere un gabbiano, né un delfino; mi accontenterei d’essere uno scorfano, ch’è il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell’acqua.

***

Seguimi

Andrea Perin,

lo scrittore della laguna

info@andreaperin421.it

Il mio ultimo libro: AQUA ALTA - Pierrot