Chi sono

biografia

Vi propongo due versioni biografiche, giusto per non annoiare, una molto sintetica, da copertina, e l’altra un po’ più profonda. A voi la scelta.

***

Andrea Perin, classe ’70, vivo e lavoro come piccolo imprenditore nella verde provincia veneta poco distante dalla ”mia Venezia”.

Anni di studi tecnici e scientifici, non mi hanno impedito di arrendermi all’evidenza che questo luogo ha un’anima ed un cuore che pulsa. L’arte, la musica, la scienza, la lettura e il buon gusto, sono la chiave per sentirne i battiti. E l’anima?

E ora l’altra.

***

Se vuoi che leggano i tuoi libri, ci devi mettere la faccia!”

Questo è il consiglio, quasi un imperativo, che mi hanno dato in molti e che si trova citato un po’ dappertutto dove si parla di scrittori (aspiranti).

Sì, lo capisco, anch’io quando leggo un libro cerco poi di sapere qualcosa sull’autore, specie se m’è piaciuto, ma ora mi ritrovo dall’altra parte e ho già una vita mia con tanto di famiglia e una professione costruiti in luoghi dove nessuno prima mi conosceva, voglio dire; non cerco per forza la popolarità.

Alla fine, a me preme soltanto parlare della ”mia Venezia” a persone interessate, possibilmente coinvolgendole, senza dover più scocciare parenti e amici coi miei interminabili discorsi.

Detto ciò, perdonate questa biografia sui generis.

Sono nato nel ’70, al calar delle prime nebbie sulla provincia veronese, in pieno miracolo economico, se di miracolo parliamo. La ”fabricheta” vicino casa dove lavorava papà in pochi anni passò da alcune decine di dipendenti a migliaia di lavoratori.

C’era talmente sovrabbondanza di lavoro che molti se lo portavano a casa, facendo sgobbare negli angusti seminterrati e nei garage condominiali casalinghe, nonnine e zie; gli uomini generalmente andavano all’osteria.

Ricordo però che a scuola, alle elementari, non facevano altro che parlare del famoso triangolo industriale che abbracciava ben tre regioni, dove tutti lavoravano, ma che a noi nemmeno ci considerava; il cambiamento (sconvolgimento) economico nella provincia veneta era in atto ormai da anni, le corti rurali si erano spopolate e già da un pezzo erano scomparsi i filò, (le fiabe e le storie tramandate che si raccontavano di sera nelle stalle), per non parlare della considerazione per i due grandi fiumi ammantati di storia, leggenda e tradizione popolare, divenuti quasi un ostacolo al progresso e al benessere economico, una seccatura… Ma a pochi interessava cosa stesse realmente succedendo, men che meno ai veneti.

Ancora oggi, dopo diversi lustri, chi percorre in treno l’asse Milano-Venezia non può che rimanere sorpreso dalla quantità abnorme di fabbriche disseminate nella campagna tra Verona e Padova; i capannoni.

Nei primi anni ’80, andare al lavoro finite le scuole medie era la normalità e molti nemmeno le portavano a termine. Ma compiuti i sedici anni, tanti potevano girare col portafoglio gonfio, la moto nuova, (il famoso 125cc o la vespa), e disporre di bei soldini da spendere sulla Riviera Romagnola o nelle blasonate località alpine invernali, oppure in mirabolanti viaggi in situ grazie ad eroina et similia, (quasi una piaga sociale radicata nei posti dove ho vissuto).

Nemmeno cinque lustri e una regione stupenda, (arte, storia, cultura, mare, fiumi, laghi, Dolomiti… continuo?) a vocazione prettamente agricola dal potenziale turistico-culturale ragguardevole già riconosciutole un secolo prima, si trovò con le campagne disseminate di capannoni di cemento armato spuntati letteralmente come funghi tra viti, pievi romaniche e ville veneziane secolari, molte di queste, a tutt’oggi, in totale stato d’abbandono.

Io?

Io stavo nel mezzo, da una parte attratto da questo dio sulla bocca di tutti: el scheo, di cui desideravo essere un adepto, (potrei scrivere pagine commoventi su quanto abbia anelato la mia prima moto a sedici anni), dall’altra, la certezza che la vita potesse offrire anche qualcosa di differente. (Avevo già letto i lavori di Orwell, di Pirandello, di Poe e i romanzi di King. Mi ero anche cimentato con un libricino trovato in soffitta, lasciato da mia sorella o forse da mio fratello già andati via di casa, ma non ero pronto; Antologia di Spoon River. Inutile dire che le letture scolastiche fino a quel momento mi lasciarono del tutto indifferente).

Per i veneti e anche non, che volessero leggere qualcosa di diverso sul ”miracolo del Nord-Est”, menziono con affetto le ”antologie” di G.A. (Tony) Cibotto, raccolte di articoli di tre pagine dedicati alla società veneta di quegli anni, ricchi di riferimenti a letterati e scrittori a volte fuori dalla mia portata, ma nel contempo sottili, ironici e di facile lettura.

Proprio in un libro, edito nel 1989, Cibotto mette in copertina la carta da briscola con l’asso di denari, simbolo della nuova divinità a cui un popolo ha sacrificato il giorno e la notte nell’inutile ricerca di una felicità che non esiste, per poi chiudere sulla quarta con un adagio nostrano:

De feliçe a ‘sto mondo ghe ne xe sta soltanto uno: ma el gera mato e senza camisa”.

Finite le scuole medie, i miei genitori hanno insistito col farmi studiare, nonostante non fossi così brillante, ma sempre costringendomi a lavorare almeno durante l’estate, giusto per non perdere il vizio.

Poi, appena diplomato: il servizio di leva, (l’attesa per il corso ufficiali di complemento fu vana), alcuni anni di studio e lavoretti, e la laurea a Padova, (la nostra Cambridge), proprio nella facoltà dove insegnava Galileo Galilei, con loro due in lacrime alla lettura del mio proclama di dottore.

Si sa, l’Italia non è uno stato particolarmente attento alla meritocrazia, per cui dopo alcuni anni di lavoro, constatato che sarei rimasto precario a vita superato dall’ennesimo raccomandato di turno, mi sono creato un’attività tutta mia partendo dal nulla, anzi, dal seminterrato condominiale, proprio come i ”paroni” di mio papà cinquant’anni prima.

Solo che nel frattempo le cose in Italia per i piccoli imprenditori sono molto cambiate, e se già nutrivo dei dubbi, ho smesso del tutto di credere a quel dio dal nome che suona così forte e autoritario: SCHÈO!, per cui in questi ultimi anni, aldilà della famiglia, mi sono concesso tutto quello che desideravo; il teatro, i libri, la musica, l’arte e sopratutto Venezia, impegnandomi nel lavoro quanto bastava per sopravvivere dignitosamente.

Premesso che è grazie al forsennato lavoro dei nostri genitori se godiamo di un certo benessere, noto che el schèo, almeno in provincia, continua ad avere molti convinti seguaci che tendono a identificare il prossimo non per ciò che è, ma per ciò che possiede; molto avvilente per un ”laico” come il sottoscritto.

Con questo, non biasimo chi dedica l’intera esistenza rincorrendo la felicità facendo e/o sperperando denaro, anzi, concordo con uno scrittore che parla il mio dialetto, ora divenuto personaggio pubblico, nell’asserire che ognuno deve riempire il vuoto che si porta dentro come meglio crede…

certo però, che qualche buon libro, in molte case non farebbe poi tanto male, e diffidate di chi vi giura di tenere solo quelli elettronici, magari senza averglielo chiesto; un catalogo di Marsilio Editore o la piccola guida di una pieve che vi ha incantati, per non parlare della magia di un libretto di Edgar Lee Masters scoperto in soffitta a tredici anni e tuttora impenetrabile, ancora non esistono.

Seguimi

Andrea Perin,

lo scrittore della laguna

info@andreaperin421.it

Il mio ultimo libro: AQUA ALTA - Pierrot