Ca’ Dario. Bella e… maledetta?

Una descrizione, breve, e un racconto.

Nel preparare questo mio modesto contributo rivolto a Ca’ Dario, una delle dimore private più singolari e discusse di Venezia, cercando qua e là sul web, (oltre che nella mia libreria), ho constatato che è stato davvero scritto molto su di essa.

Cercherò quindi di proporvi anche qualcosa di diverso… di mio.

Curioso; tanto interesse che poi alla fine non si parla di uno di quei palazzoni dalle enormi sale da ballo con i soffitti affrescati dai Tiepolo, tele del Tintoretto, mobili scolpiti dal Brustolon, il Michelangelo del legno.

Parliamo di un palazzetto, non molto alto e stretto, largo quanto una gondola.

Io partirei dall’aspetto. Guardate la foto:

“Una vecchia cortigiana decrepita, piegata sotto la pompa dei suoi monili.”
Geniale, no?

Così la descrive Gabriele D’annunzio, che vi dimorò quasi di fronte, nella sua splendida casetta rossa, (già studio del Canova), sul Canal Grande.

In effetti, Ca’ Dario, dall’aspetto un po’ sgangherato quasi riverso sul fianco destro, è uno di quei palazzi sontuosi dall’aria un po’ decadente che contribuiscono al fascino di Venezia infondendole un ché di malinconico, tetro e sentimentale… ma questo è un mio pensiero.

Passandovi sotto in vaporetto, non si può non rimanere incantati dalla facciata, che assomiglia più a un dipinto che a un’opera architettonica. (Circa ottanta tondi di pietre varie magnificamente incastonati nella Pietra d’Istria.)

Forse è per questo che diversi pittori, hanno voluto immortalarla nelle loro opere cercando di coglierne il fascino attraverso mille sfumature. Ne cito solo uno, il grande impressionista Claude Monet, che volle catturarne la magia dipingendola più volte in diversi momenti della giornata.

Sempre sulla facciata, passandoci vicino, non ci può sfuggire la curiosa scritta ”VRBIS GENIO – IOANNES DARIVS” forse un riconoscimento alla ”città di genio” tanto amata dal primo proprietario.

Ma sul tema, il grande ”veneziologo” Alvise Zorzi, in un suo libro, propone un’altra interessante lettura.

Giovanni Dario, originario di Candia (Creta) o della Dalmazia secondo altri, anche se non era un patrizio, si distinse per meriti diplomatici, in particolare per aver concluso la pace col Turco, il sultano Maometto II detto il Conquistatore, dopo quasi venti anni di guerra.
Portò la pace tra i due popoli e al rinvigorimento degli scambi commerciali sacrificando però il possesso della fertilissima Negroponte (Eubea) e di altre isole non meno importanti.

Visto il successo diplomatico eccezionale, (sembra che fu grazie a quelle circostanze che Maometto II il Conquistatore volle farsi ritrarre da Gentile Bellini in un quadro che ha poi fatto storia), la Serenissima fu molto, molto generosa, ricompensandolo tanto da consentirgli l’acquisto e la costruzione di un palazzo sul Canal Grande.

Ebbene, Giovanni Dario, un”popolano”, fu l’unico che abbia voluto mettere in risalto il proprio nome sulla vetrina più nobile e prestigiosa della capitale, il Canal Grande… fu vanità?

Tutt’altro, anzi, scolpirlo a memoria sulla dura pietra, fu come asserire:
“Guardate! Io sono Giovanni Dario! Non sono un patrizio, ma merito di esserci quanto voi, o forse più di voi!”

Terminata questa mia libera e colorata interpretazione a un’affermazione del compianto Alvise Zorzi, (Venezia, 10 Luglio 1922 – Roma, 14 Maggio 2016), torniamo alla descrizione.

La parte dietro, invece, porta ancora tracce ben visibili del preesistente palazzo gotico su cui fu costruita la casa, nel 1487.

Come già accennato, poeti e romanzieri sono stati incuriositi, per non dire amagliati dalla particolarità di questa dimora. Anche qui un nome: Henri de Régnier in un romanzo (L’altana…), che purtroppo devo ancora leggere di cui quindi non posso dir altro. (L’altana, è quella specie di terrazza di legno presente sopra molti tetti di Venezia).

Ahimè, (ma lo capisco anche), Ca’ Dario forse è più conosciuta per la sua fama di casa maledetta e per essere spesso citata nelle cronache dei giornali per faccende di eredità e di possesso.

In effetti, anche se va considerato che i membri delle ricche dinastie o chi può permettersi un palazzo sul Canal Grande sono spesso coinvolti in fatti drammatici, si pensi ai Kennedy, ai Casiraghi, agli Agnelli o alle rock star, si sono verificati una serie di delitti, spesso cruenti, e di incidenti mortali legati ai possessori della casa, tali da insinuare qualche dubbio persino nel più scettico degli interessati al suo acquisto.

La lista dei fatti tragici è lunga, parte dai secoli della sua costruzione per arrivare fino ai giorni nostri con il discusso suicidio del noto imprenditore Raul Gardini, (ve le ricordate le imprese del Moro di Venezia in Coppa America?)

Di questo troverete molte informazioni, quasi al limite della morbosità, facendo una semplice ricerca on-line.

Attenzione però, perché molti giornali danno informazioni inesatte, spesso eccedendo in tragicità, (è per questo che ho deciso di non mettere link agli articoli).
Un esempio su tutti, Rawdon Brown, il famoso studioso e storico inglese, colui che comperò la dimora fatiscente e la ristrutturò su suggerimento dell’amico John Ruskin…
Troverete scritto che si suicidò in camera da letto assieme all’amante omosessuale. Tutt’altro; visse molti anni felici, morendo nella sua Venezia all’età di 80 anni. Potete appurarlo anche sulla sua scheda Wikipedia su questo link.

Quelle volte che le passo sotto o dietro in calle, mi chiedo:
“Ma adesso, di chi sarà?”
Beh, sembra che ora sia in mano a delle agenzie straniere che hanno ricevuto incarico di valutare eventuali interessamenti… il prossimo luxury hotel?

Vi lascio al mio racconto-breve IL SOGNATORE, intimamente collegato al quadro da me dipinto e a Ca’-D.

Mentre cliccando QUI, potrete accedere al racconto PDF.

Vi dico subito che il pezzo è scorrevole, ma non banale e così immediato.

Ultimissima cosa.
Ho dedicato a questo post, (che non è frutto di copia-incolla), e al racconto che spero leggerai, un pochino del mio tempo, per cui ti sarò grato se vorrai lasciarmi una tua opinione qui sotto, lo puoi fare anche nel riquadro di Facebook senza dover inserire alcun dato personale.

Grazie del tuo tempo, spero ben speso.
A presto
a.

IL SOGNATORE

RACCONTO BREVE di Andrea Prerin

Immagine di copertina: Ca’ Dario, dell’autore.
Tecnica mista.

Tutta l’opera è tutelata dalla legge sui diritti d’autore. È vietata e sanzionata (se non espressamente autorizzata) la riproduzione in ogni modo e forma.

Andrea Perin Copyright © 2017

PREMESSA

Anche se nuovo al mondo della scrittura, amo sperimentare, continuamente, scrivendo sia cose immediate sia un pochino più complesse, (ma sempre di getto), costantemente alla ricerca di creare qualcosa di originale.
Questo racconto, decisamente della seconda categoria, è composto da due parti estratte da libri diversi, ma appartenenti alla medesima voce narrante, Il sognatore.
Il sognatore, è la parte onirica delle quattro voci che vanno a creare il romanzo La Portante di Venezia, interfacciandosi con le altre attraverso un sottile e a volte invisibile ”reticolo plasmatico”, (penso alle sinapsi che congiungono le cellule del nostro cervello).
Ovviamente, questa caratteristica, fuori dal suo contesto originario, ossia il romanzo, viene meno, trovo tuttavia interessante proporvelo in questo brano ”in sinapsi” con la voce de Il turista.

*****

Il sognatore

Mi sono da poco ripreso dal dopo-sbornia.
Cavoli se ci ho dato dentro!
Quel mix di malvasia, chinotto e cos’era… bah!?
Miriam? No… Monica, o forse… Manuela, non ricordo bene, mi ha invitato ad una delle sue feste esclusive; molto esclusive!
Questa la dà sempre, ogni anno, finito il Festival del Cinema. Ci vengono sempre quasi tutti; soprattutto del festival.
Stelle, stelline e stallette. Ma anche letterati radical chic, snobbone, ricchi cafoni, cantanti.
Stanotte la festa a tema sarà anni ottanta!
Metto l’abito migliore; smoking da sartoria, mi specchio; mica male l’ometto!
Chiamo il taxi, l’aspetto in piedi alla porta d’acqua. Fa freddino, prendo la fiaschetta e bevo un po’ di cognac invecchiato. Ri-avvito il tappo d’argento proprio quando ormeggia il motoscafo.
“Ca’ D., please!”
“Subito! Siamo già là!”
“Slow, please!”, (a piano)
“No ghe pericolo! Più de cossì…”
Mi siedo sul divanetto, accavallo le gambe e guardo fuori se qualcuno mi vede. Mi annoio, esco mettendomi di fianco al tassista.
“Blondies, beatifull hairs!”, gli sfioro una ciocca quasi ad afferrargliela.
“Oh! Varda che no so mia recion!” (gay)
“E mi non so mia ‘merican!”.
Si gira di scatto, stupito.
“Ostreghe co tanto de calo! Té me ciavà! Xe mia facile toso!” (Mi hai fregato! Non è mica facile ragazzo!)
“Gondolieri, bancarelle e tassisti; si i più svegli. Lo so che no xe mia facile.”
“E ci seto?” (E chi sei?)
“Mah! No so gnanca mi!” (Non lo so nemmeno io!)
Rallentiamo, ci avviciniamo al palazzo. Il tassista inevitabilmente si fa professionale e mi parla in italiano.
“Signore, siamo arrivati!”
In occasione della festa hanno attrezzato la porta d’acqua con un pontone. Chissà dov’è sparito il pontile… ma c’era? Meglio! Nessuna fatica per scendere.
“Grazie! Buon lavoro! Tieni il resto!”.
“Per servirla…”.
Fa inversione di marcia e parte come un missile, [ora sì che te core però…]
Bodyguard, vigilanza in borghese, agenti segreti. Non manca proprio nulla.
La padrona del palazzo, o comunque della festa, mi presenta agli ospiti più blasonati.
Stranamente mi dedica tutte le sue attenzioni; forse ha già terminato di fare gli onori di casa a tutti.
Nella sala nobile c’è un grosso cono luminoso, a effetto olografico tridimensionale, vengono proiettate immagini più o meno artistiche inerenti i favolosi anni ottanta, e ogni tanto compare il tema della festa: Anni ottanta feat. Remember Bosgattia! [Ma che cavolo vorrà dire!?].
Manuel… [ora ricordo: Sissi Manuel Clarì! E beh, con un nome così chi ti ferma?], mi porge un bicchiere a coppa, mi guarda negli occhi e pensando di non essere vista ci mette dentro una caramella, o forse una pastiglia.
“Champagne! Il migliore del pianeta! Ne abbiamo tanto da provocare un’acqua alta a Venezia! Scommetto il mio fondo-schiena assicurato miliardi che sei venuto solo per questo, e dillo dai!”, poi con l’indice mi spinge la punta del naso quasi a farmi male:
“E divertiti un pochino! Fai il bravo!”
Afferra un bicchiere al volo da un cameriere, si mette a ballare noncurante di rovesciare tutto. Da un angolo ne spunta subito un altro a pulire il pavimento messo a carponi.

Trent’anni suonati. Statura media. Capelli corti; forse ricci, neri, lucidi da lacca o gel, tubino nero ad esaltare l’importante capitale assicurato. Collant lucide color carne, (le autoreggenti mostrerebbero il bordo), scarpe da Cenerentola, trasparenti, come fossero di vetro.
Leggenda narra che agli inizi della carriera sotto i suoi famosi tubini non portasse niente. Questo faceva impazzire gli uomini che frequentava, e forse anche qualche donna.
Un’altra leggenda narra che fosse un ragazzo, diventato naturalmente donna ancor prima di diventare uomo, spontaneamente.
Di origini italiane, di bassa estrazione sociale, decisa ad arrivare all’apice usando l’unica maniera che conosceva e di cui era un’artista; la seduzione.
Poteva farlo cantando, ballando, scrivendo libri o facendo l’editorialista. Per lei erano tutte attività accessorie, anche se di notevole successo.
Insomma; era una mangia-uomini.
Non era stata l’unica ad aver intrapreso una simile carriera, anzi, proprio gli anni ottanta erano testimoni di decine di donne del suo calibro e pari successo.
Un palazzo dinastico come questo, poche persone potevano permetterselo.
Atea, arrivata alla ricchezza, (e anche al potere, si dice), realizzò che era meglio darsi da fare per divertirsi.
Uno dei suoi ex ricchi mariti, magnate delle telecomunicazioni, era morto di un male incurabile, più giovane di come lo è lei ora. C’era rimasta male. Molto; se era successo a lui, poteva capitare a chiunque. Meglio godersela!
Io, in tutto questo, rappresentavo un trastullo, ma d’intelletto. Già, come quell’unico libro da anni chiuso nel cassetto del comodino. Ogni tanto, di sera, magari sola e un po’ annoiata, se ne ricordava. Lo prendeva, lo apriva, ne leggeva forse una, massimo due pagine, e poi si addormentava. [Ma dov’è finita?]

Non ci credo! C’è un famoso gruppo anni ottanta live proprio al centro del salone, cantano assieme ad una altrettanto famosa cantante di colore, primi anni ottanta. Il suo fisico è ancora statuario. Complimenti! Chissà se quei bei dentoni sono ancora i suoi…
Prendo al volo un altro bicchiere, ma la forma è diversa ed è scuro. Mi fermo, con la mano un po’ incerta lo porto alla bocca.
È un Manhattan, squisito! Superbo! Dopo questo me ne posso anche andare.
Mi trascino inebetito per la festa, senza meta; forse mi hanno drogato, quando mi imbatto in un tizio che balla dietro a dei finestroni che danno al giardino, sul lato opposto al Canal Grande.
Mi avvicino dove si trova il personaggio. Il luogo assomiglia alla limonaia di una villa in terraferma.
Di colpo alza lo sguardo e mi dà un’occhiata. Fortunatamente solo per un attimo; poiché mi cede la terra sotto i piedi.
Sì, è lui! Proprio lui. Attore anni ottanta, sportivo, sex-symbol, tutte ne andavano pazze. Sono impressionato non tanto d’averlo riconosciuto, ma da quell’espressione.
Lo vedo ingrassato, la faccia enorme schiacciata dentro le spalle; il collo è scomparso. Il viso è gonfio e devastato dalle rughe.
“Che ne pensi?”
Mi giro spaventato. Sissi Manuel Clarì col bicchiere nella mano sinistra sta a braccetto sulla destra con una signora, circa della sua età, con una corona tipo diadema di diamanti e altre pietre preziose in testa.
Immobile, quasi ipnotizzato, fisso il rosso-magenta dei rubini.
Ridono! “Belli sognatore. Vero?”.
Non riesco a staccarmici.
“Non sono rubini, sono pietre rare, e probabilmente valgono più di qualsiasi diamante tu abbia mai visto.” Beve un sorso. Deglutisce: “Sono spinelli!” poi guarda l’amica.
“Ma non si fumano!” Ridono ancora.
Sissi Manuel Clarì ne tocca uno, spingendolo con l’indice.
“Ucciderei per averli così!”
“Se pensate di farvi gioco di questo povero…”
“Ma figurati! Ma cosa dici? Perché dovremo prenderti in giro?”, dà uno strattone all’amica; “È molto più divertente osservare le tue reazioni! Guarda qui!”
Si avvicinano fino ad appoggiarsi con la fronte, simulando di rubarsi il naso a vicenda con le nocche delle dita; come si fa ai bambini, per poi scambiarselo. Ridono.
“Lei è la principessa X! Sul serio! Darà anche lei una festa, forse un pochino più eccentrica delle mie, è la prima che farà in città! Vorrebbe che tu ci fossi, sai… non sapevamo chi invitare,” ridono di nuovo, pazzamente.
“Ma che str…!”
Faccio per andarmene, quando Sissi Manuel Clarì mi ferma.
“Aspetta; guarda lo scherzetto.”
Ci avviciniamo ai vetri dei finestroni, nel frattempo l’ospite non ha mai smesso di ballare. La musica anni ottanta sparisce. Lui si ferma.
Suona una fuga, magnifica, forse di J. S. Bach.
Si rimette a ballare con lo sguardo a terra battendo il tempo sulle cosce. Nell’attimo che si è fermato è riuscito anche a bere.
Le amiche ridono. A volte ci si diverte davvero con poco.
Poi apre bocca la la principessa X.
“Guardatelo! Sembra lo scemo del villaggio, spostato che non è altro! Poteva avere tutto, se solo sapeva tenersi un pochino…”
Il desiderio di fare bella figura con la principessa X è più forte di me, e mi costringe a dire qualcosa.
“Già! Se chiedessero a un moderno Veronese di dipingere l’allegoria di una vita libera da qualsiasi inibizione, senz’altro lo prenderebbe a modello.”
La principessa X, mi appoggia il gomito sulla spalla, mi dà un pizzicotto sulla guancia e si porta l’indice alla bocca:
“Poteva anche fare di meglio… poeta!” mi appoggia la mano sulla fronte, si gira verso Sissi Manuel Clarì.
“Ma senti come scotta!?”.
Poi batte sui vetri con le nocche, velocemente, a tempo.
“Ora, ora, ora, ora…”, mi guarda:
“Lo vedi? Batte con la destra il tempo sui sedicesimi, con la sinistra le chiavi di basso. Con tutte e due le mani quando riparte il tema. Ora, ora, adesso! Lo segui il contrappunto?”
Poi fa un passo indietro, guardandomi schifata come l’avessi annoiata a morte; “Ma sì, va-là! Te dormi!”
Parla Sissi. “Guarda come tiene il tema, quasi lo anticipa! Quella che senti è una delle fughe più complesse di Bach…”
“Incredibile! Ma come… come fate?!”.
Ridono di nuovo.
“Sognatore?”, Sissi con un guizzo mi stringe il collo da dietro con una mossa alla wrestling; “Non sarai una di quelle persone che pensano che per arrivare dove sono arrivata io, basta solo essere una brava meretrice, vero? Chiamatelo qui, dai!”
“Fermate la musica!”, ordina Sissi con un battito di mani.
Il ballerino esce sorridente, poi, con forte accento americano:
“Prego?”
“Balli bene, bravo, a tempo!”
“Grazie Sissi, tu sei molto gentile!”
“Ballavi con qualcuno?”, chiede la principessa X.
“Oh sìì! Not alone! Mai!”
Non resisto… “E con chi?”
Di nuovo quello sguardo, paralizzante, poi fa spallucce:
“St. Mark’s lion!”
Adesso sono in tre a ridere; di fronte ad un fesso che li guarda con una voglia pazza di bere.
Si prendono a braccetto; “Vai pure se devi andare, noi stiamo qui a ballare un pochino,” si girano per uscire nella limonaia.
Sissi Manuel Clarì mi fa un ”ciao” con la mano ironico, come per farsi gioco di me, poi simula uno sbadiglio di noia;
“Addio! Anzi; a mai più sognatore! Sei diventato noioso.”
Mi va il sangue alla testa! Poteva strapparmi il cuore; ma mai farmi sentire preso in giro in questo modo!
Mi metto ad urlare, correndo verso la principessa X, mentre l’attore anni ottanta, evidentemente un buon boxer, tenta di stendermi con un colpo basso.
[Niente da fare amico! Sono un ”replicante” fuori controllo!]
Sissi Manuel Clarì inizia a gridare. Saltano fuori gorilla da tutte le parti; entrano anche dal giardino sfondando i vetri della limonaia.
Il boxer, quasi divertito, mi dà un’occhiata che sembra voglia ringraziarmi per questo attimo di follia, carburante per la sua anima.
Con un tuffo atterro sopra la principessa X; roviniamo a terra. Un gorilla mi massacra ai fianchi; meglio! Più forte!!
Mi alzo in piedi, furioso.
“Volete vedere Hulk? Volete vedere l’incredibile Hulk?! Dai! Sotto! Fatevi sotto!”
Sono davvero in molti, gorilla ovunque, il gruppo pop ha smesso di suonare, tutti sono curiosi. Un attimo di indecisione. Poi l’illuminazione.
Con uno scatto felino afferro la corona della principessa appena rimessa in piedi dai suoi tirapiedi, faccio per metterla, ma mi cade sul naso; [caspita che real testona!]
La metto tra le cosce e stringo forte, la principessa X caccia un urlo terrificante, disumano, spaventando tutti i presenti più della mia ”temerariata”. Poi cade a terra, carponi, graffiando con le unghie insanguinate il pavimento. La rimetto in testa; ora si che ci sta!
Inizio ad urlare: “Tuffo! Tuffo!”, salto sui tavoli, col piede destro sfondo la gran cassa della batteria, corro schivando i colpi dei gorilla. Tanti urlano, qualche svenimento, ma anche risate.
Passo al piano di sopra, qualcuno cerca di strapparmi la corona. Un gruppetto sta fumando alla finestra aperta, “Tuffoo! Tuffoo!” si spostano sbigottiti.
I gondolieri sotto, assistono allo spettacolo di un bell’uomo, sui trent’anni, schizzare fuori dalla finestra di Ca’ D., raccolto per un tuffo a bomba, con la mano premuta sulla testa come per trattenere qualcosa, all’urlo di “Bosgattia arrivoooo!”
Cado in acqua [alla faccia vostra!].
Finalmente sono nel mio elemento.
Che pace.
Mi rilasso.
Mi addormento.

***

Ancora la strana sensazione che mi manchi il respiro, ancora quelle contrazioni al diaframma, ancora l’assenza di gravità…
Sono ancora in acqua!
Do un colpo molto forte con le braccia. Riemergo in superficie.
Mi guardo attorno, la magnifica strada d’acqua è ”deserto”, ferma come in uno stagno. Il cielo è nero, anche se giorno.
Guardo la facciata del palazzo da dove mi sono buttato, non si vede anima viva; ma dov’è finita la festa?!
Cerco almeno un pontile per poter uscire dall’acqua, ma non si vede nessuno.
[Oddio! Qualcosa m’ha toccato la gamba!]
Mi agito cercando di alzare il piede; un’alga lunghissima, rossa, gelatinosa, sembra più carne che vegetale, sembra non voglia lasciare la presa, come il tentacolo di una piovra.
Cerco di nuotare verso il palazzo, [dovrà pur esserci un modo per uscire?!]. Ma i movimenti, già impacciati dai vestiti, sono resi ancora più goffi dalle alghe sotto ai miei piedi.
Giunto sotto all’edificio sto quasi camminando sospeso tra la gelatina delle alghe color del fegato.
Riguardo il canale. Confermo che non c’è anima viva, se non i vegetali che in certi punti colorano l’acqua di un rosso carico; quasi i magazzini degli antichi palazzi fossero stati trasformati in mattatoi, e gli effluvi di sangue e budella dei capi macellati, lasciati defluire in acqua.
Alzo lo sguardo, sopra di me Ca’ D. in tutta la sua creativa magnificenza.
Sembra che ci sia qualcuno, m’allontano un pochino, sempre pestando le alghe viscide e galleggiando nell’acqua. Ma ora qualche lunga foglia inizia a insinuarsi sotto la giacca, tra la camicia.
Inizio ad agitarmi, per cercare di liberarmi, ma peggioro la situazione. La giacca mi rimane lì, sospesa e immobile, prigioniera dell’acqua rossa, come una mosca dentro al miele.
La fortunata idea di liberarmici, forse m’ha salvato la vita.
Ora, in camicia, arretro meglio, muovendo braccia e gambe.
Guardo il palazzo; non capisco se le finestre sono illuminate dall’interno o se riflettono la poca luce presente.
L’imponente gioco di marmi policromi che adorna la facciata, unica nel suo genere, si vede appena… ma aspetta… C’è qualcosa che non va!
Muovendomi verso il canale, sempre più lentamente per la stanchezza, mi accorgo che Ca’ D. è percorsa da una lunga frattura che parte dal tetto e arriva sino in acqua. Le tegole, cadute all’interno, creano un gioco di rossi, quasi a fare sembrare il tutto una grossa ferita.
Scendendo con lo sguardo, mi accorgo solo ora che le proporzioni non sono normali; è come se fosse più grande, come se si stesse allargando… similmente a un essere vivente che si rigenera dal tessuto sanguinante della cicatrice.
M mi sta risucchiando?
La casa è viva!

***

Il turista

Sto giocando con dei bambini, in un piccolo parco giochi non so dove. Siamo in tre maschietti e una femminuccia dai capelli corti e neri, sveglia; il tipico maschiaccio. Ma capisco che è una bambina perché mi attrae, molto.
Siamo sulla giostra coi seggiolini che girano attorno, mi accorgo solo ora che non l’ho mai chiamata per nome, chissà come si dice?
Uno dei tre, il più grande e grosso, non resiste all’impulso di comportarsi da maschio dominante, e inizia a far leva sempre più forte sul cerchio di ferro, facendo girare la giostrina, [si chiama ruotino?] sempre più veloce.
Il bambino dominante non smette, nonostante le nostre suppliche, anzi, sembra divertito nel vedere i nostri faccini prossimi al vomito.
Mi gira tanto la testa, vorrei prendere un sasso e spaccare in due la zucca di quello stupido e vedere il sangue e quella roba che sembra un cavolfiore cotto, uscire fuori.
Appena ci fermiamo, e lui si gira di spalle, giuro che lo faccio!
La bambina dietro di me, sta sempre più male, mentre l’altro maschietto sta piangendo con gli occhi chiusi e le guance gonfie; probabilmente sta trattenendo in bocca il suo vomito.
La bambina caccia un urlo spaventoso, accompagnato da un rigurgito che esce come da un idrante.
Sento il collo e la nuca farsi caldi: mi ha vomitato addosso.
Sconvolta, punta i piedi a terra. La giostrina si ribalta su se stessa staccandosi dal perno centrale, compiendo due rotazioni in verticale. Poi cade capovolta e ci fermiamo a testa in giù, tranne i due bambini scaraventati fuori dai seggiolini.
La mia amichetta si alza. Non si è fatta nulla! Mi viene vicino e mi bacia vicino alla bocca, mentre sto a terra. La sua saliva non ha odore. Afferra il seggiolino, e solleva quasi tutta la giostra, permettendomi di uscire a carponi. Poi mi strizza l’occhio, mai visto fare; son già innamorato perso.
S’allontana, prende un grosso sasso con ambedue le mani e si avvicina al bulletto a terra, vicino a me.
Questi, adesso seduto con le gambe incrociate, le lancia un’occhiata di sfida: “Fallo dai!”
Lei alza il sasso in alto, sopra la sua testa, solo ora il bambino sembra ravvedersi, sbigottito, e poi lo abbassa con tutta la sua forza.

***

Il sognatore incontra Il turista

Nuoto velocemente, per un lungo tratto, fino alla Giudecca, [e chi sono? Lord Byron?], trovo dei scalini che danno a una fondamenta.
Finalmente esco dall’acqua. Mi siedo a riprendere fiato. C’è un bel sole [strano!]; non dovrei metterci molto ad asciugarmi. Vorrei bere qualcosa di alcolico, tasto dietro, sì, il portafoglio c’è ancora!
Cammino mezz’oretta sulla lunga fondamenta per asciugarmi.
Prima di infilarmi dentro una calle, guardo verso il Bacino San Marco; effettivamente sembra avvolto da una nube nera. Bah?
Oggi sembra tutto chiuso, provo così a girare per un’altra stretta calle, limitata da un alto muro.
Sento delle urla di bambini, che mi fanno ghiacciare il sangue nelle vene.
Provengono da dietro il muro. Silenzio per qualche secondo, seguito da un tonfo secco, simile a quello di una vaso che cade da una finestra. Poi, quiete assoluta.
Mi sforzo di pensare che le piccole canagliette avranno combinato poco più di una marachella, purtroppo invano; le urla erano di paura, vera, e quel suono…
Forse serve aiuto. Mi metto a correre giù per la calle, arrivato all’angolo quasi travolgo un bambino che piange.
Mi si attacca ai pantaloni, ancora bagnati. Lo accarezzo, poi d’istinto mi annuso la mano: vomito!
“Ma che è successo?”
Il bambino non smette di piangere.
“Il sasso! Sasso… sasso…”
“Hai lanciato un sasso e rotto qualcosa?” Il bambino annuisce.
“Capisco.” Lo prendo in braccio; “Che ne dici se scappiamo via prima che ci trovino le guardie, ci laviamo e prendiamo un bel gelato?”
Singhiozzante mi fa un mezzo sorriso, annuendo timidamente.
Non troviamo il gelato, ma un venditore ambulante di frutta caramellata, quella infilata a mo’ di spiedino. [Cosa ci farà mai, qua?]
Gli piace, arriviamo in fondo alla calle, vediamo il mare e ci sediamo. Io con le gambe incrociate, il bambino con i piedi a penzoloni sul pelo dell’acqua.
Facciamo due chiacchiere, come dei vecchi amici che si ritrovano dopo lustri.
Finiti gli spiedini ci alziamo, me lo carico a spalle e giriamo fin che non troviamo un campo.
Lo aiuto a pulire testa e collo e a lavarsi via i ”grumi” da gambe e faccia, probabilmente del sangue rappresosi sporco d’erba e muco, ci mettiamo sereni sulla panchina al sole, io in canottiera.
Il bambino appoggia la testolina sulla mia spalla, lo sento subito russare, profondamente.
Mi lascio ”cullare” dal suo respiro e dalla piacevole sensazione possa essere mio figlio.
Gli bacio la testa, poi chiudo gli occhi; che bella giornata, che aria pulita. Che pace.
Che angolo di paradiso!

***

Il turista incontra Il sognatore

Piango ancora, seduto con i piedi nell’acqua. Indosso i sandalini di gomma, quelli blu.
Ho pianto tanto, ma non ne capisco bene il motivo… e poi sto masticando qualcosa di dolcissimo. Mhm che buono!
Un signore, seduto al mio fianco, mi accarezza la testa, affettuosamente. Mi giro a guardarlo e gli sorrido. È una persona un po’ buffa, dalla faccia curiosa ma che non mette paura, il corpo un po’ gracile e piccolino. Tutto bagnato, tiene in mano due stecchi di legno.
“Perché sei bagnato?”
“Perché ho fatto un tuffo.”
“Perché non hai la giacca?”
“Perché l’ho persa nel tuffo.”
“Cosa sono quelle cose rosse?”
“Alghe.”
“Cosa sono le alghe?”
“Le piante del mare.”
Mi giro, per capire dove sono.
“Cos’è quella casa grossa?”
“Il Redentore.” Risponde convinto, senza girarsi.
“Una moschea?”
Ride, malinconico. “No, una chiesa.”
“Non è una moschea?”
Si gira a sua volta. “Sì, hai ragione. Da qui sembra proprio una moschea.”
Mi scompiglia i capelli, sospirando: “Bambini!”
Il signore buffo, ma in maniera distinta, ah ecco: divertente, mi mette sulle spalle e mi porta fino a un campo.
Dalla fontanella esce l’acqua senza dovere tenere premuto il bottone.
Mi mette giù e mi lava le ginocchia e i gomiti sporchi di sangue ”ingrumato”. Si leva la camicia, rimanendo in canottiera, e la stende sulla panchina al sole. Ci sediamo a fianco.
“La testolina te la deve lavare la mamma a casa però.”
“Mi piace qua, signore”
“Anche a me, molto… c’è pace!”
Qualcosa mi scatta dentro; “La mamma! Dov’è?”
“Ehi, calmo. Non ti preoccupare. Dopo la vedi…”
“Sì, ma perché qui non c’è nessuno? Perché siamo soli?”
Il signore divertente sorride;
“Perché stai sognando.”
“Come?! Sogn-” Mi sveglio!

*****

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