di Andrea Perin

Questo romanzo è frutto di fantasia. Ogni riferimento a fatti e persone reali è del tutto casuale.

L’opera, comprese tutte le sue parti, è tutelata dalla legge sui diritti d’autore.

Premessa

La Portante di Venezia a 2 voci, nasce dal desiderio di semplificare il romanzo originale, narrato in precedenza da quattro elementi, rendendolo più fluido e comprensibile.
La peculiarità del racconto non ha richiesto alcun intervento sulla trama originale, forse adesso più chiara e avvincente.

Monika: racconto del lavoro e della nostra relazione sentimentale molto vivace ed ”elegantemente morbosa”.
Io e lei, siamo titolari di una nota ditta specializzata nel restauro d’opere d’arte. Tra i vari interventi; un misterioso dipinto murale trovato in una villa di Miami, strettamente collegato a una tela del Tintoretto nella Chiesa di San Marcuola. Ci aiuteranno i nostri collaboratori Mario, veneziano nativo, la moglie Antonia e l’amico libraio.

Mio padre: la mia vita segreta nella città lagunare, influenzata dall’opera artistica di mio padre, genio contemporaneo riconosciuto. Sepolto da anni sotto il prato dell’Isola di San Michele, sembra ancora mi parli del suo Tintoretto.

Doverosa, inoltre, una breve precisazione.
Venezia, in questo racconto, corrisponde alla parte di città oggi definita come centro storico, quella sorta in mezzo all’acqua, per capirsi.
Per la sua particolarità, (e unicità), Venezia si differenzia dalle altre città anche in alcune ”indicazioni urbane” che compariranno nel racconto.
L’infinito numero di fossi e di canali che vista dall’alto la fanno assomigliare ad un intricato mosaico, sono detti rii.
Le vie e le viuzze tra le case vengono chiamate calli, mentre se stiamo camminando al fianco di un rio, in genere ci troviamo sopra una fondamenta.

I canali veri e propri sarebbero tre; Canal Grande, Cannaregio e della Giudecca, così come la Piazza dovrebbe essere una sola: Piazza San Marco.
Le altre, grandi o piccole, sono chiamate campi, mentre il piccolo spazio dove a volte confluiscono più calli, quello che normalmente indichiamo come largo o piazzetta, viene detto campiello.

Discorso analogo per i palazzi. Anticamente esisteva un solo Palazzo: Il Palazzo Ducale.
Rappresentava il centro politico, legislativo, giudiziario, amministrativo, penale e anche religioso; visto l’importanza simbolica della Cappella Dogale annessa al palazzo, (poi divenuta Basilica di San Marco), di tutta la Repubblica di Venezia.
Tutti gli altri palazzi, anche se di notevole pregio e dimensioni, di potenti famiglie veneziane o regnanti stranieri, erano semplicemente Ca’, ossia case, come Ca’ Labia, Ca’ Dario, Ca’ Sagredo, Ca’ Corner della Regina… e tante, tante, altre.

Monika
Lo studio

TOC-TOC

“Dottore, è sveglio? Sono le tredici! Mi aveva detto di avvisarla. Ci sono i clienti americani da Miami in viva-voce. Stanno per arrivare!”

I clienti di Miami… accidenti! Non me li ricordavo. Pure questi adesso!

Mi alzo di scatto, rischiando di cadere. D’istinto m’aggrappo alla maniglia della porta riacquistando l’equilibrio e aprendola contemporaneamente. Il tutto con un gran fracasso; mi sembra di uscire dal coma. Non ricordo cosa stavo sognando. Maledetta pennichella dopo-pranzo… però?! Sono anche un po’ su di giri.

Mi appare il bel volto di Monika, preoccupato.
Ci troviamo nel nostro studio, in centro storico a Venezia, nel sestiere, (quartiere), di Cannaregio.
Guardo Monika. Sarà anche la stanchezza di questo periodo, ma inizia ad avere il viso un po’ segnato dal passare degli anni. Rimane comunque una donna di grande fascino, e inoltre, sa usare molto bene e con naturalezza l’arte del porsi, riuscendo a rendere interessanti anche i piccoli gesti quotidiani. Una grande attrice di teatro mancata.
In questo momento mi sta fissando; occhi grigi, palpebre socchiuse e un abbozzo di sorriso, come mi stesse chiedendo con malizia: ”ma che cosa stavi combinando?!”
Sta per comparirle la bellissima fossetta sulla sinistra, ma si blocca, inarca il sopracciglio destro; scompare il sorriso. Chiude la telefonata senza girarsi, premendo la tastiera con l’indice destro.

Fesso! Si è accorta a cosa stavi pensando da come la fissavi… a come la vedi invecchiare! Che stupido! Te la farà pagare.

“Che c’è?! Non ti piace il mio rossetto?”
Non so se rilanciare con una battutaccia, simulare un mancamento oppure una chiamata dall’immaginario telefonino che ho in tasca, quando arriva in mio soccorso il pianto della bambina.
Conto: milleuno, milledue, milletre, mill… la bambina è già in braccio!
Le se addormenta subito, attaccata al biberon.
Monika inizia a parlare, a testa bassa, fissando il vuoto, non da lei.
“Pensi che non mi veda come sto invecchiando?
Sono una stupida! Sono sempre stata consapevole della mia bellezza, ma non ne ho mai fatto vanto, e non per umiltà, anzi, mi sentivo bella quanto le veneri di Tiziano o le madonne del Tintoretto. Altro che le vostre Marie!”
Stacca il biberon dalla bambina e inizia a cullarla tra le braccia.
“È che mi sembrava di partire troppo avvantaggiata sulla vita, sugli eventi, sulle persone, consapevole fin da bambina che poi sarebbe tutto finito. Guarda mia madre, poveretta, come si trucca, sembra un clown. Allora ti metti le salopette di jeans, resti non ti dico insignificante, ma minimal, studi, ti laurei, fai master, approdi nel posto più incantato che ci sia. Ti apri lo studio. Ti affermi. Ti metti con la mente…”
Nel frattempo, cerco lo spigolo del muro per appoggiarmici e per dare battaglia al fastidioso pizzicore comparso sotto la scapola destra; chissà? Forse hanno cambiato detersivi? Devo chiedere alla signora Anna…
“Guardami! Non ho finito!”
La cosa si sta facendo seria.
“E poi arriva una stupenda bambina.”
Un po’ timoroso: “Sì… ho capito, Monika, ma non è che possiamo…”
“Zitto-oo!”
Sommessamente: “Ma gli americani… Miami… le tele…”
Monika, come svegliatasi dal torpore nonostante il monologo eccitato, alza lo sguardo:
“Me ne sono fregata del dono della bellezza proprio per sfuggire a quello che sarebbe successo invecchiando. Ma io sto invecchiando e ne soffro, ogni mattina. Mi sono fregata due volte, lo capisci questo?”

Ok! Risposta affettiva ipocrita o cinica reale? Mi lancio!

“Monika, tu sei bella e basta! Fidati di chi sa apprezzare.” Le sfioro la lunga mano affusolata.
“E cosa vuole dire minimal? Vivi in questa città da anni. Ti muovi e ti vesti come un’indigena gran signora, e poi ti svelo un segreto che trovo veramente eccitante. Col passare degli anni, questa tua inflessione al veneziano non cantilenante ma un po’ duro, chiuso, quasi grave, ma che a me appare così snob, qualche intima corda dello strumento uomo la va a pizzicare”.

Monika ora mi sta abbracciando. La bimba dorme sul passeggino.
“Monika?”
“Lo so.”
“Beh! Ecco…”
“È più forte di te. Spara!”
(L’altra risposta…)
“Se tu provi questo avvilimento nel guardarti al mattino, forse è perché non sei stata sincera fino in fondo con te stessa. Nonostante tu abbia sempre celato la tua bellezza ignorandola, in fin dei conti ti è sempre appartenuta. Possiamo, in parte, nascondere ciò che siamo, ma non senza ipocrisia. Tutto qua.”
“Quindi io sarei un’ipocrita?”
“Certo! E io sarei un deficiente!”
Ridiamo.

Mio padre
Artista

Già… Mio padre.

”Non aveva chissà che esperienze particolari di vita, però a volte se ne usciva con delle proposte, delle idee e delle considerazioni tali da sembrare esattamente l’opposto”.

”Diceva che l’aveva molto aiutato la lettura, e che, anche se poi si dimenticava quasi tutto, gli rimaneva qualcosa, come un’esperienza vissuta. Assorbiva protagonisti, situazioni e anche emozioni. Da Delitto e castigo al più banale dei romanzi, comprese le vicende storiche. Da 1984 di Orwell agli opuscoli delle chiese. Tutto!”

”Alla radio, da giovane, aveva sentito uno scrittore rispondere alla domanda circa libri buoni e libri cattivi che questi ultimi non esistevano. Anche il più improbabile o il più banale dei libri poteva contenere una frase in grado di cambiarti la vita”.

Pur avendo cambiato nome, quelle rare volte che venivo raggiunto da qualche storico o critico d’arte molto zelante, sovente iniziavo a descrivere mio padre con queste frasi fatte.
Poi aggiungevo: ”…eclettico e leggermente folle. La sua musa era Venezia. Senza di essa non avrebbe mai realizzato la sua straordinaria opera artistica.” E questo lo sapevano anche i cani.
Che io ricordi, tutto partì una sera, da un quadro, un Tintoretto nascosto in una chiesa, al buio.
“El me ga parlà!” (mi ha parlato), mi disse.

La tanto discussa ”visione interpretativa”, in particolare pittorica, pur non essendo il punto di arrivo del suo percorso artistico, ma semplicemente un’area di servizio, come ci suggeriva, rappresentava il nucleo di ognuna di queste interviste.
Spesso mi chiedevano: ”Ma come gli era venuto in mente un modo così semplice ed immediato di vedere le cose da un’altra prospettiva?”
E per primo, pensavo tra me, suscitando purtroppo tanta rabbia e invidia in quei meno fortunati, sempre alla ricerca di cose nuove e stupefacenti da buttare in quel misto di ingenio e spazzatura che può essere l’arte moderna. Ma questo, ripeto, era un mio pensiero.
”Beh, non l’abbiamo mai saputo!”, rispondevo.
”Ad un certo momento ha iniziato a vedere le cose da altri punti di vista, interpretandole diversamente.”
La sua ”arte interpretativa”, in realtà chiamata da mio padre in quella prima povera personale (esposizione), ”arte intuitiva”, consisteva nel rappresentare qualcosa di immediato, ma che ti desse anche un qualcos’altro da interpretare attraverso vie diverse, per ogni quadro.
Di nuovo, inoltre, c’era che l’interpretazione era immediata, intuitiva, appunto, e non una possibile riflessione ”sui massimi sistemi” richiesta, ad esempio, al cospetto di certi quadri astratti.

Monika
Il primo lavoro

Il piccolo sfogo di Monika si era concluso nel migliore dei modi. Crisi passata.
Avevamo deciso di chiudere la serata con una lunga passeggiata invernale tra le fredde vie del Lido. Sottofondo il rumore e i sapori del mare abbastanza agitato in quei giorni di Novembre.
Nel tardo pomeriggio Monika aveva incontrato i clienti americani che ci avevano commissionato degli approfondimenti circa un quadro trovato in una loro proprietà, molto simile a un dipinto di scuola veneta tardo cinquecento. Si trattava di un’ultima cena stile Tintoretto.

Ho visto Monika per la prima volta circa quindici anni fa, a uno spettacolo di commedia dell’arte, del Goldoni.
Me ne sono innamorato subito, anzi, all’inizio ci ho perso la testa. Fortunatamente, memore di un’esperienza disastrosa in cui il mio impeto amoroso aveva causato solo che danno, (oggi probabilmente considerato vicino allo stalking), mi sono preso il tempo necessario per capire come dovevo muovermi.

Non è vero che fa tutto l’amore! Anzi; bisogna cercare d’imbrigliarlo e distribuirlo su ambedue le parti, essendo spesso sbilanciato a sfavore di una: chi si innamora.

Dopo esserci conosciuti, piaciuti e frequentati, mi è venuta l’idea di unire le nostre capacità piuttosto eterogenee, lei razionale io sognatore, per creare un’attività occupazionale tutta nostra nel settore del restauro.
Monika si occupò di tutto l’aspetto fiscale dell’operazione, io di cercare il posto giusto. A Venezia ovviamente, dove altrimenti?

La genesi dell’idea avvenne anni prima, quando partecipai a una conferenza tenutasi nella pieve di un paese della provincia veronese.
Si spiegava, come a seguito di lavori di tinteggiatura, dai muri della chiesa fossero comparsi dei colori in superficie. E che disgrazia!
Gli imbianchini, non dandosi pace, continuavano a passare mani su mani di bianco e con più ne davano più la candida parete si insozzava.
Concludendo, dopo fini lavori di raschiatura e pulizia, furono portati alla luce dipinti di scuola veneta del quattrocento, tutt’ora, a distanza di anni, oggetto di discussione tra i critici.
Lo sporco affiorante, era dovuto alla presenza di questi dipinti sotto l’intonaco.

Incuriosito, approfondii il fenomeno, mosso, più che da un possibile business da sviluppare, da curiosità, e da quanto potesse essere intrigante diventare una specie di scopritore di tesori dell’arte. Era un’età in cui era facile sognare; ”voli pindarici”, mi disse qualcuno.

Il primo lavoro fatto assieme, fu di riportare alla vita un ampio dipinto del primo cinquecento, completamente nascosto sotto tre centimetri d’intonaco nei muri di una chiesa di proprietà di un imprenditore veneto.
Il grosso del lavoro del nostro studio, fu nel contenere l’impeto, la vivacità e l’entusiasmo di questa persona che parlava un curioso dialetto. Se non avessimo acquisito le dovute informazioni prima di quell’incontro, probabilmente ci sarebbe sembrato un po’ suonato.
Ne emerse che mister imprenditore aveva dedicato tutta una vita alla sua attività, senza godersi mai delle ferie per più di un giorno al mese. Il motto condiviso con la moglie era: ”Dù cori en capanon!”. (Due cuori un capannone).
Unico passatempo; libri d’arte e un infinito corso di pittura per dilettanti… Ma un giorno le cose cambiarono.

Dopo la scomparsa della compagna di una vita (lavorativa), invitato da parenti ad una messa in un paese vicino, durante la ”predica” perse il filo, ed annoiato e un po’ malinconico al ricordo della moglie, decise di andarsene. Uscendo per la via più vicina, vide una saletta sulla sinistra. Incuriosito spinse la porta-vetro ed entrò.
Pur vivendo lì vicino ed essere un dilettante di storia dell’arte, per la prima volta si trovò di fronte alla Madonna con Bambino di Ranuccio d’Arvari.
Imbambolato, meccanicamente vi si avvicinò fino a pochi centimetri, (non era ancora stata sigillata in una teca di vetro).
Fu sbalordito, non tanto per l’opera in se stessa, (una Madonna che allatta un Bambino, anziché in trono, seduta su un grosso cuscino, circonfusa da un alone di luci, d’oro e di angeli simboleggianti il Sole e la Luna!), …disse lui, ma dal contesto surreale scaturito nel trovarsi di fronte ad un dipinto del Gotico Internazionale in un luogo così moderno.
Tutto questo l’aveva portato a uno stato mentale mai provato prima: “La me gà mandà en confusion!”, ripeteva.
Diceva che aveva sentito qualcosa, a pelle, non a orecchio, qualcosa che lo faceva stare come quando aveva qualche nuova idea per la fabbrica. Andava e veniva, come una pulsazione.
Ricordo che quando strinse i pugni portandoseli al petto, ripetutamente, mimando l’azione di afferrare e trattenere, (invano), questo ”qualcosa”, guardai Monika; conoscevo quella sensazione.

Così, dopo eventi talmente determinanti, l’imprenditore volle realizzare un suo capriccio di pittore dilettante; comperare una vecchia chiesa fatiscente, restaurarla per abbellirla con i propri lavori. Il suo sogno era realizzare grandi visioni, servendosi di colori acrilici stesi su pannelli di cemento alleggerito.
Ma un giorno, a Venezia, in una visita guidata, ebbe modo di apprezzare la Chiesa di San Nicolò dei Mendicoli e sopratutto di vedere i dipinti, (affiorati probabilmente in circostanze del tutto analoghe alla pieve da me vista nella bassa veronese), sui muri della soffitta di una casa vicina.
L’emozione provata nel vedere delle pitture marcatamente giottesche in quel piccolo solaio, unita a quel caos di sapori e sensazioni che solo questa città ti sa dare, portarono l’ormai ex-imprenditore a una decisione.
Tornato in villa, quella stessa sera, si procurò un generatore elettrico, dei fari alogeni, rulli, grossi pennelli e perfino una pompa a spalle per i trattamenti fitosanitari.
Dopo aver caricato tutto sui sedili di pelle pregiata della sua auto, corse alla chiesetta da poco acquistata.
Rinchiusosi dentro, mister imprenditore non fece altro che bagnare in continuazione i muri, come stesse imbiancando; non era possibile che in una chiesa moderna a pochi chilometri di distanza si celasse un quadro del gotico internazionale, mentre in una del quattrocento non vi fosse alcuna traccia di pittura.
Le sue ansie furono placate già alla fine del primo giorno di pseudo-imbiancatura ad acqua.
Verso sera comparirono le prime tracce di colori sotto l’intonaco. Prima il rosso mattone, poi il blu.
Si riposò qualche ora sopra un lettino improvvisato. Di primo mattino si staccò un pezzo di muro. Comparvero angeli e aureole dorate.

I giovani contadini, custodi di quel mare di mais dove la chiesa stava semi-affondata, come una vecchia chiatta messa all’ancora da una stradina in terra battuta ormai divenuta polvere, lo videro uscire alle prime luci del mattino, dopo due giorni, correndo verso la macchina sporco, bagnato e quasi spiritato.
Salito sulla spider tremila partì con lo stesso effetto d’un razzo per la Luna, ma orizzontale.
Appoggiati alla grossa ruota del trattore, i due contadini annuendo si guardarono, gridando all’unisono: “SCHÈI!!” (Soldi)
Noi facemmo il resto ridando vita a quel capolavoro.

Mio Padre
La Staccionata

La Staccionata, il titolo del quadro considerato l’archetipo della sua arte, rappresenta in primo piano una staccionata di legno, dipinta di vernice bianca.
Tra le fessure delle tavole orizzontali si scorge il mare. Al di sopra dell’ultima, si vede il cielo. Vi appoggiano sopra le braccia due persone messe di spalle, forse in conversazione, mentre guardano l’orizzonte. Vicino, un bambino messo a carponi, sta giocando con una macchinina rossa. Altri bambini, sulla destra, stanno per uscire dalla visuale.
Osservando attentamente l’opera, ci si accorge che l’acqua del mare tra le tavole ha un comportamento diverso, sotto liscia, sopra un po’ mossa. Le sfumature sono quasi impercettibilmente diverse. I toni cromatici al nostro occhio sono talmente infiniti nel numero e infinitesimi nella composizione da farci quasi percepire una diversa consistenza dell’acqua e dell’aria nei diversi punti.
Inizia a insinuarsi nell’osservatore l’idea che in mezzo, proprio dietro la tavola al centro della staccionata, ci sia qualcosa. Avvicinandosi fino al limite consentito si vedono degli uccelli che non volano normalmente, ma sembra si siano appena alzati. Ne compaiono altri, dei gabbiani, forse che atterrano.
È chiaro! In mezzo c’è una lingua di terra. Non si vede, è perfettamente nascosta dietro l’asse bianca centrale. Ma la si intuisce. C’è, e non c’è storia. ”Vediamo” qualcosa che non si può vedere.
Ovviamente, chi conosce anche solo superficialmente i paesaggi lagunari o del delta, dove isolotti, barene e scanni, sono tipici del paesaggio, riceve questa sensazione in modo ancora più forte e immediato.
Ma non finisce qui! Quando ci si accorge dell’esistenza celata, spesso si realizza al contempo che già si sapeva che c’era, come se la nostra mente, meglio; una parte, l’avesse già capito ma non ce l’avesse comunicato.

L’opera, fu ispirata da una situazione reale vissuta da mio padre, sdraiato in pennichella, sopra una trattoria-palafitta. La terra non visibile era uno scanno nel Delta del Po.

A chi ci intervista su di lui, non raccontiamo mai di questa esperienza. Il rispetto per il ricordo di quella nostra giornata ci spinge a tenercelo ben stretto, annientando qualsiasi pensiero di protagonismo.
Tutt’oggi, sulla mia scrivania, in un angolo, fa bella mostra di sé una cosa che in molti pensano un regalo ricevuto da un bambino; una bellissima, vissuta, macchinina rossa.

Monika
Vaporetto-Lido

“Monika!? Ma quanto freddo fa?”
Lei mi sorride e prova a fare la nuvoletta di condensa come fanno i bambini.
“Umido!”, mi risponde.
“Sai, mentre eravamo in vaporetto mi è successa una cosa un po’ strana…
Prima che tu scendessi sul pontone, per lasciare la bambina a tua madre, con la coda dell’occhio ho visto un ragazzo seduto fuori che ti stava fissando. Sembrava a dir poco attratto. Mi stavo un po’ infastidendo, quando ho notato che proprio non considerava la mia presenza. Ti guardava senza particolare malizia; come il cielo di un mattino sereno dopo due settimane di pioggia.”
“Mi spiace, non me ne sono accorta… peccato!”, mi suggerisce Monika con una smorfia, facendo uscire la punta della lingua.
“Sì, ma… vedi, in quel momento ho pensato che poco prima avevo guardato dietro, arrivati a Ca’ Foscari, e prima ancora a Rialto; quindi sia destra sia a sinistra e mi sembrava che non ci fosse nessuno.”
“Beh! Veramente io ho visto una coppia passare di corsa, che stava fuori, dietro, prima di scendere con la bambina al pontone. Mi sono anche dovuta spostare. Tu guardavi fuori, assorto tra i tuoi mille pensieri.”
“No, in realtà guardavo sia fuori sia dentro, di riflesso. Osservavo come ti muovevi in perfetto equilibrio mentre spingevi avanti ed indietro il passeggino nonostante gli scossoni. Poi c’è stato un momento che fuori non si vedeva proprio niente e allora mi sono girato… non posso dire d’essermi spaventato, ma quel tratto così buio, tra quei canali così freddi mi ha messo un po’ di…”
“Spavento? Incertezza? Già, la fragilità dell’essere!”, proclama Monika, quasi teatralmente. Poi, sottovoce, maliziosamente:
“Il segreto sta nella leva sui manici e nei tacchi bassi.”
Non capisco cosa sta dicendo, la guardo perplesso.
“L’equilibrio!”, esclama. E poi ride.
In quel momento se non avessimo già fatto pace alla nostra maniera glielo avrei riproposto. Delle volte Monika era davvero irresistibile.
“Che hai?”, mi chiede. “Non sei ancora convinto del ragazzo venuto dal nulla? La coppia non l’avevi vista, quindi probabilmente anche il ragazzo.”
“Sì, sì, lo so. Ma la coppia io proprio non l’ho vista né salire né scendere, mentre il ragazzo l’ho visto… non è che ti sei sbagliata te? Sai, magari, che ne so… la bambina, il freddo, gli scossoni, la stanchezza…”
“Sì, e le gambe gonfie, vero? Lo so cosa stai facendo. Non ci casco. La pace siglata prima equivale al Patto Atlantico. Nessun remake. Guerra e pace conclusi… A proposito, e il libro?”
“Già. E il libro?”
Monika sorride, volge lo sguardo a livello della mia cintura e mi chiede:
“Proprio a proposito! Prima, in studio, sul divanetto… che hai combinato?”
“Sognavo.”
“E che cosa?”
“Naturale: te!”
“Cretino!”

Spiego a Monika che non ricordo nulla del sogno, e che sì, un po’ di carica me l’ha data, (parecchia in realtà). Ricordo solo la sensazione, abbastanza confusa, di essere stato molto più giovane, adolescente o forse bambino.

“Si è fatto tardi. Torniamo a casa.” Sentenzia Monika.
“Sì, certo, la bambina vorrà vederti.”
La prendo a braccetto, allunghiamo il passo per scaldarci.

Ma quanto freddo fa?

Mio padre
Momenti

Si sa, il suo preferito era palesemente il Tintoretto, non tanto per i tratti più caratteristici ben spiegati nei vari libri d’arte o nelle biografie, comprendenti il sapiente gioco della luce e della tavolozza, la dinamica singolare delle figure… ma per qualcosa, nei suoi dipinti, di talmente forte e quasi caratteriale, da rendergli il suo operato inconfondibile.
Riusciva a riconoscere i suoi lavori immediatamente, quasi al buio; solo con i ritratti poteva avere qualche incertezza. Diceva che li sentiva suoi, li capiva, non tanto nei loro significati allegorici, religiosi o inerenti ai committenti, materia di vastissima letteratura, quanto alle sensazioni che gli facevano provare.

Un ”giorno di buona”, portò me, mia madre e mia sorella, a visitare una chiesa a Venezia.
La fiancata di marmo comparve tra il luccichio delle onde del mare, dopo aver percorso un piccolo tratto una volta scesi dal ponte di legno dell’Accademia.
Attirato dai riflessi dell’acqua, corsi in fondo alla calle per vedere il mare, ma stranamente mi trovai di fronte ad altre case disposte su di una lunga lingua di terra.
Dovevamo essere per forza sul Canal Grande, ma come era possibile se l’avevamo appena superato attraversando il ponte di legno?!
La cosa mi confuse un pochino, e certamente non mi furono d’aiuto la leggera sensazione di smarrimento, dovuta alla bellezza di quel canale e all’aria pulita di quella bellissima giornata, che rendeva tutti i colori molto intensi e cristallini.
Mio padre, raggiuntomi, con un sorriso tra il beffardo e il malizioso, mi afferrò per le spalle girandomi verso la facciata della chiesa, imponente sopra di noi.
Poi mi rigirò verso l’isola allungata, facendomi osservare il litorale che ci stava di fronte, indicandomi una ad una le facciate di quei templi. Si inginocchiò vicino e mi chiese:

“Confuso?”
“Beh! Sì, un pochino.”
“In che senso?”
“Mi sento un po’ disorientato, ma non in senso spiacevole, anzi, forse un po’ euforico.”
“Bene. Mi fa piacere.” E, facendosi serio e pensieroso aggiunse: “Cerca di ricordati di questo momento, di queste sensazioni. Sono uniche…”
“In che senso?!”, esclamai preoccupato che la cosa nascondesse un proseguo negativo.
“Le provi solo una volta!”

Mi venne il magone, lui se ne accorse e si girò di scatto verso l’imponente neogotico Mulino Stucky. Sicuramente aveva gli occhi lucidi, e non voleva che lo vedessi, ma lo capii dal tono della sua voce.

“Questa città è riuscita a farmi provare sensazioni ed emozioni…”. Fece una pausa, non trovava il termine adatto, probabilmente era ”uniche”, ma questo ci riconduceva all’argomentazione da cui volevamo allontanarci, almeno io.
“Alte! Ecco sì, diciamo così; alte. Quasi non ci badi, talmente presi dalle mille cose che dobbiamo fare sempre di corsa.
Poi, un giorno, anche dopo anni, inaspettatamente ti viene alla mente quell’emozione con un formicolio alla pancia e ti dai da fare per rincorrerla, spinto dal desiderio di riviverla.
Purtroppo però non è più la stessa cosa. Al massimo, ottieni un risultato che si avvicina al ricordo, ma mai alla stessa sensazione. Anzi, la vedi sempre più isolata, irraggiungibile, e con più ti sforzi di avvicinarti più si sfalda, finendo, se non ti fermi in tempo, col snaturarla completamente, come se… come se la sua esistenza consistesse nel non essere afferrata.”

Nel frattempo c’eravamo seduti sulla fondamenta con le gambe a penzoloni; bassa marea.
“Scusami. Sai che non mi piace fare il complicato.”
Lo guardai; stava fissando oltre la Giudecca come potesse vedervi dietro; il mare, pensai.
Poi, dopo anni, scoprii che dietro non c’era il mare, ma un altro lido con case. Poi, oltre, lontano, finalmente il mare.
Si girò, sorridendomi:
“Il momento di prima l’hai vissuto solo una volta, e non si ripeterà mai più. Tutto qua.”
Risposi: “Carpe diem!”
E lui: “Amen fratello!”

Quel giorno poi ci entrammo in quella chiesa.
Che splendore!
Il soffitto del Tiepolo senior, (così ce lo indicò), le pale, le decorazioni. Ma quando, dopo anni, rivide, là, sulla sinistra, la pala con La Crocifissione, si commosse. Ci prese vicini e ci spiegò il suo Jacopo, come lo sentiva lui.

Era entrato di corsa; fuori c’era un forte temporale. Fissando la pala, per parecchio tempo, mentre si muoveva da sinistra a destra e viceversa non riuscendo a stare fermo, iniziò a sentirsela in testa.
“È come se la vedessi in bianco e nero, ma poi la sensazione che ne ho in testa è colorata.”
Ci spiegò, con difficoltà, che fissando quel quadro lo vedeva come fosse una stampa con tonalità grigie, ma l’impronta e le sensazioni che gli rimanevano in testa erano a colori, come fossero reali, anzi; di più!
La sua spiegazione ci appariva complicata, ma anche molto interessante nonostante fossimo molto giovani.
C’era un qualcosa nei suoi racconti che a noi sembrava magico.
Poi, un po’ cresciuti e maturati, ci raccontò anche che cosa provò davanti all’Ultima Cena nella Chiesa di San Marcuola…

Monika
Gli americani

“Buongiorno Monika! Caffè?”
“Sì grazie! Con due di zucchero.”
“Caspita! Ti servono energie, che hai combinato ieri?”
Senza muovere la testa Monika rotea i bei occhi grigi partendo verso l’alto compiendo due evoluzioni per poi fermarli nella mia direzione alla macchinetta del caffè, poi li riporta ad osservare il monitor del PC, fa un sorrisetto compiaciuto e con la lingua si tocca la punta del naso, oscillando leggermente col sedere sulla sedia girevole.
Io, ovviamente, faccio finta di non vederla, questi momenti inviolabili vanno contemplati con la massima discrezione.

Mi torna alla mente una ragazza, anche un po’ distinta, con cui uscivo tanti anni fa, innamorati. Dopo esserci piacevolmente uniti, si metteva a fischiettare spensierata per più di cinque minuti. Non osavo disturbarla. Che piacere.

Le appoggio il caffè sul tavolo.
Monika, senza staccare gli occhi dal monitor inizia a parlarmi dei nuovi clienti americani.
“Coppia curiosa; ambedue figli di giovani pensionati che si erano trasferiti in Florida dopo aver venduto baracca e burattini. Lui di Tampa, provincia, lei di Orlando. Si sono conosciuti sedicenni a Disneyland durante un’interminabile coda per l’attrazione spaziale. Si sono subito sposati in una pizzeria italiana sulla statale Tampa-Orlando. Erano partiti con una piccola attività nel settore turismo. Chi l’avrebbe detto che in mezzo a quella foresta sub-equatoriale di lì a pochi anni sarebbe sorto il tempio del divertimento mondiale? Beh! Loro due, ovviamente…”
“Caspita! È stata proprio un’attrazione spaziale!”, la interrompo, anche se ormai aveva finito.
“Non capisco?”, e poi, scocciata: “Prego?!”, come se fossi uno sconosciuto che le rivolge un’equivoca domanda per strada.
“Attrazione… la giostra… spaziale…”
Silenzio. Occhi fissi, grigi, indagatori, poi finalmente la fossetta.
Monika un po’ sorridente continua:
“Fatto sta, che dopo avere realizzato una piccola fortuna hanno deciso di acquistare questa antica, in senso relativo ovvio, villa in muratura, vicino a Miami scoprendo poi…”

Personalmente non amo i discorsi di genere, in particolare quelli fatti dopo un riuscito addio al celibato o negli spogliatoi maschili. Non nascondo però che a volte un po’ di spirito goliardico mi rende corresponsabile di qualche osservazione di tal tipo, vedi il caso della battuta comica, o perlomeno intenzionalmente tale.
A volte fa ridere proprio la fesseria che si dice, non deve mica per forza essere frutto di un trattato di psicoanalisi, anzi… e poi a volte queste creature le fai ridere…
“Che cavolo stai facendo?”
“Io? Beh… ti sto ascoltando.”
“Ah sì? E che cosa stavo dicendo?”
“Cartongesso!”
Rifissa il monitor, mettendosi a raccontare, seccata.

Questa sì che è cosa da psicoanalisi.
Mi succedeva anche a scuola, mentre pensavo agli affari miei, complice un sicuro disturbo sulla capacità di concentrazione poi fortunatamente superato. Se colto in fallo con la testa tra le nuvole, alla domanda del docente ero sempre in grado di dire l’ultima parola pronunciata, senza aver capito nulla del discorso. Questo Monika doveva ancora scoprirlo!

“…Comunque oggi avremo la documentazione fotografica, così iniziamo a inquadrare il lavoro da fare e cerchiamo di capire il mistero di come e quando è stata fatta. Okay?”
“Sì, certo, ho capito.”

Monika si alza e va diretta alla macchinetta espresso versandosi dell’acqua nello stesso bicchiere in cui ha bevuto il caffè.
Non ho mai capito come faccia a bere quella roba, (forse si spiega nelle sue origini anglosassoni). Ne inghiotte il contenuto con un unico sorso, poi, con le guance gonfie si gira e mi fissa pensierosa, mentre lentamente deglutisce.

[Guardalo! Chissà come fa a fregarmi in questa maniera? Ero convinta che fosse tra il mondo delle nuvole. Dice che a volte il mondo dei sogni gli sembra più vero di quello reale. E ci credo! Ma poi, se nel mondo dei sogni gli capita di andare nel mondo delle nuvole; in questo caso almeno sarebbe nella realtà… o no? Bah? Glielo devo proprio chiedere! Accidenti! Sto diventando come lui, mi sta mentalmente fagocitando… ma che fa!? Mi fissa?]

“Che fai?! Mi fissi? Invece della grappa come te, uso l’acqua! E allora?”
Sorrido, pensando a quelle coppie inossidabili di vecchietti, curvi ma con gli occhi vispi. Li vedi al minimarket aggrappati al carrello; non fanno altro che punzecchiarsi di continuo.
“E allora… niente! Stavo solo pensando che stiamo diventando una cosa sola!”
Monika si rigira di scatto verso la macchinetta espresso; la valchiria non ama farsi sorprendere emozionata.

[Ma come cavolo fa? È tra le nuvole che capisce tutto?!]

Monika
Miami

Eh sì! Non c’è stato proprio niente da fare; mi sono dovuto lanciare a Miami per indagare su questo quadro. Monika non poteva venire sia per il lavoro sia per la bambina.
I proprietari della villa non sono stati in grado di darci nessuna descrizione aggiuntiva dell’affresco o quel che era, semplicemente lo avevano trovato dopo aver abbattuto un muro di cartongesso, mentre eseguivano lavori di ristrutturazione sull’edificio del tardo ottocento per ridare il tocco di originalità alla villa, voluta dal suo primo proprietario, proprio in stile veneto.

La documentazione fornitaci circa l’enorme quadro, oltre a essere esigua era anche imprecisa.
Deciso a esaminare attentamente le foto consegnateci, alla lente mi ero accorto che qualcosa non quadrava nei colori; quasi innaturali.
Consultati il fotografo e lo stampatore di cui abitualmente ci serviamo, ne emerse una cosa molto curiosa, quasi da racconto.
Le foto erano state scattate con un apparecchio videoregistratore in grado di stampare fotograficamente il fermo-immagine, una chicca anni ottanta. Però gli americani avevano un sistema video diverso da quello europeo, italiano in particolare. Per semplificare: se portavamo la nostra TV in America o una videocassetta della comunione del nipotino da far vedere ai parenti, rischiavamo un fiasco, in quanto i sistemi analogici erano diversi, al massimo si poteva vedere qualche immagine completamente sfalsata nei colori, per brevissimi attimi. Infatti, pochi attimi; il tempo necessario al videoregistratore-fotografico di stampare.
In conclusione, il videoregistratore poteva benissimo essere stato acquistato in Europa e usato in USA, o comunque con due sistemi video tra cassetta e videoregistratore incompatibili.
Serviva un approfondimento, ma la coppia era già partita per continuare il lungo viaggio, desiderosa di non essere disturbata, e una delle nostre regole era proprio di non scomodare mai i clienti, (spesso ricchi ed eccentrici), se non estremamente necessario. Bisognava vedere di persona, toccar con mano.
Quel mattino, dopo averne discusso con Monika, con gli occhi abbassati sul foglio col numero del contatto alla villa di Miami, decisi di partire.

Monika
La villa

Beh! Proprio niente male. Non me ne intendo di ville d’epoca americane, ma questa è senz’altro notevole.

Contattato il guardiano tuttofare, aver noleggiato un pick-up mostruoso, aver fatto traboccare la benzina dal serbatoio al primo pieno con poche decine di dollari, mi ci sono trovato di fronte in una splendida mattina.
Il guardiano, di origine ispaniche, è molto simpatico e aperto, siamo così riusciti a intenderci parlando una sorta di spagnolo-veneto con inflessione veronese; in effetti mi ha sempre incuriosito una certa assonanza del dialetto veronese con lo spagnolo… ma questa, forse, è una mia fantasia.

Rimasto solo nella villa, mi sono fatto un buon caffè espresso.
Nell’enorme cucina sono presenti elettrodomestici e utensili di tutte le culture, comprese delle enormi caffettiere italiane messe sopra ad una vecchia radio a valvole tedesca.
Fortuna che l’espresso è elettrico, altrimenti non so come avrei fatto ad accendere il fornello a induzione; una sorta di cubo di cristallo nero di due metri di lato, messo in mezzo all’enorme stanza, affondato nel pavimento fino ad altezza utile. Probabilmente si autoregola sulla misura di chi ci cucina!

Con la tazzona americana in mano, mi avvicino al buco nella parete dove sono rimasti i resti del cartongesso.
Accendo le luci e mi trovo di fronte al bel quadro.
In realtà è una pittura mista; acrilico, olio e forse tempera con uovo, fatta sopra ad uno spatolato a gesso, steso malamente.
Come prevedevo, i colori non sono sbiaditi tipo una stampa invecchiata, nel modo in cui si poteva erroneamente desumere dalle foto, ma ricordano abbastanza la cena originale di San Marcuola.
Stupidamente, non ho con me una foto dell’originale della chiesa, noto però che ci sono delle differenze nelle donne ai lati, le allegorie, e che forse c’è qualche riferimento alchemico.
Vedo anche, che sui bordi dove stava il muro in cartongesso che copriva la pittura, si vedono ancora dei pezzi di cartone, colorato!
Guardando meglio per terra, trovo degli altri pezzetti dipinti; quindi la parete di cartongesso era a sua volta colorata.
Ma perché non ci hanno detto niente?
Mi segno sul taccuino: da chiedere al factotum.
Sopra il vestibolo, scorre per circa due metri un filo elettrico isolato a stoffa, simile a quello che si trova nei nostri rustici, ancorato al muro con dei rocchetti di ceramica. Ok! Altra annotazione…

Ho finito il caffè e sto per ritornare in cucina, quando penso a qualcosa che ho visto con la coda dell’occhio, ma senza prestarci la dovuta attenzione.
Così mi giro, piegandomi sulle ginocchia verso l’angolo destra, sotto la pittura, dove sta accantonato dello sporco. L’istinto mi porta a smuoverlo. Quasi mi taglio con dei vetri blu molto scuri, sembrano i resti di una lampadina. Ne raccolgo qualche frammento che avvolgo in un fazzoletto di carta.
Spero tanto che il custode riesca a darmi una mano a capire perché una pittura è stata coperta con un’altra pittura a poche decine di centimetri di distanza, e perché, forse, fosse illuminata da una luce blu.

Sono molto impaziente di confrontarmi con Monika, dovrò aspettare almeno fino a metà pomeriggio; mi sembra ci siano sette ore di fuso orario. Che faccio?
Io richiamo l’amico custode e lo invito a pranzo, così ci facciamo una bella chiacchierata.

Monika
La telefonata

“Hello! Tutto bene in Venice?”
“Buongiorno, persona super impegnata!”
“Scusami tanto Monika, ma non sono proprio riuscito a chiamarti prima, e mi serviva un po’ di tempo per spiegarti le novità. Sono a dir poco elettrizzato.”
“Lo credo, lì dovrebbero essere le t-”
“Le tre e quaranta! Lo so! Ma ho avuto molte cose da fare.”
“Sentiamo?”
“Ok. Mettiti comoda.”
“Fatto!”
“Allora… bene che il discorso delle foto ci abbia costretto ad indagare in situ. Anzi… poi ti racconto con calma del museo di Miami.”
“Inizia, ti prego!”
“Okay. Ho visto il dipinto, è bello, molto simile all’originale di Tintoretto ma non è antico, anzi, penso anni cinquanta, sessanta; è difficile da stabilirsi ad occhio. È fatto con un casino di colori e tecniche, ma esiste, e te lo trovi davanti. Come spiegartelo…”
“Provaci!”
“È come se un giorno un tizio si sveglia, va in un auditorium, e senza sapere niente o quasi di musica, comincia a suonare tutti gli strumenti e ti mette insieme una brano con risultati apprezzabili.”
“Sì, capisco il concetto; una specie di naif dotato.”
“Bene. Sì, ecco… Giusto! Ma ora viene il bello. La pittura era stata coperta con una parete a sua volta dipinta. Purtroppo i resti sono stati buttati, ho controllato, ma il factotum… a proposito, l’ho invitato a vedere Venezia. Pensa che abbiamo parlato in una lingua che quasi ci siamo inventati.”
“Vai avanti prima che si svegli la bambina. Per piacere!”
“Dice che si ricorda benissimo, e che c’era una specie di trompe-l’oil (inganno visivo) a tutta parete. Partiva dal basso con dei gradini, dove nell’angolo di sinistra c’era un cane messo in piedi sulle zampe posteriori, poi uno spazio vuoto e in seguito verso l’alto un interno con delle colonne semplici portanti un soffitto a botte per chiudersi in fondo in modo circolare con due file di finestre luminose e… un po’ tonde… mi ha detto… Pronto? Ci sei?”
“Niente male la tua fonte!”
“Beh, è un tipo sveglio, e poi per sua stessa ammissione il trompe-l’oil era dietro ad un plasma davanti al quale probabilmente ci passava delle ore.”
“Quindi, da quel che ho capito, un enorme trompe-l’oil che imita l’interno di un tempio o la parte di una chiesa, tipo il presbiterio che potrebbe ospitare un altar maggiore… sbaglio?”
“Perfetto!”
“E il cane? In piedi?”


“Che vuoi che ti dica. Ma non è finita! Allora, siamo a pranzo e gli spiego dei vetri blu…”
“A pranzo? Vetri blu?!”
“Sì cara! Al numero due di Miami!”
“E si chiama vetri blu!?”
Tra me sorrido, cominciava a farsi veramente tardi e forse anche Monika era un po’ stanca.
“No-o… per terra ho visto dei piccoli frammenti di vetri blu, forse di una lampada, siamo così tornati alla villa, visto che nel giardino dietro c’era ancora del materiale ferroso da portare in discarica, tra cui del rottame elettrico. Non ti dico cosa c’era, ci si poteva fare un mercatino dell’antiquariato …in situ!”
[Ancora! Ma è l’unica parola di latino che conosce?!]
“Comunque, ci trovo una vecchia lampada fatta strana, con ancora attaccati i resti della lampadina blu.”
“La cosa si fa interessante!” [Ma come ci riesce a fare tutto questo?]
“Già. Il mio nuovo amico, rigirandola tra le mani, la osserva di traverso, per non farsi andare il fumo della sigaretta negli occhi. Poi si illumina ”Ah! Ah!”, e mi dice che ha una persona che forse ne capisce qualcosa. Ci andiamo subito, è vicino, così si sdebita del pranzo.
Monika, tu sai che in America hanno gli air-bus, non per dire; ma l’amico era in mezzo alla Florida, anzi, quasi dalla parte del Golfo del Messico.”
“Beh, hanno un concetto di distanza diverso. Ovvio!”
“Sì, certo… ovvio! Comunque te la faccio breve. Questo è un collezionista di cose elettriche, aveva anche un paio di Algol 11, il televisore portatile anni ’60, tipo il nostro, pensa… e un paio di lampade simili.”
“Quindi?”
“Quindi mi son dovuto fermare a cena…”
“QUINDI?”
“Si tratta di una delle prime lampade di Woods, quelle U.V. per capirsi, lui le chiamava le black lights, luci nere insomma.”
“Sì, le conosco; non si vede la luce, infatti sono nere ma illuminano gli oggetti fluorescenti.” [Glielo dico che in laboratorio ne abbiamo una professionale pagata una follia e mai usata?]
“È stato gentile. Ci ha sostituito la lampadina con una delle sue, forse introvabile per quel modello. Siamo subito ripartiti senza bere neanche una goccia del suo ottimo rum, mica si scherza qua.”
“Beh, se dici ottimo, vuol dire…”
“Sì, confesso! Appena arrivati, prima di cena, a mo’ di spritz. Poi ti racconterò anche degli alligatori.”
“Piace anche a loro?”
“Ok. Ora Monika vai al computer, apri la posta e quando sei pronta dimmelo, al mio segnale apri il file che ti ho mandato… Insomma, arrivati alla villa attacchiamo sta lampada posizionandola nella sua probabile collocazione osservando i fili rimanenti e…”
“Ci sono!”
“Apri!”
“Vediamo… ci mette una vita… CASPITA!”

Finisce qui la prima parte del romanzo. Spero ti sia piaciuta.

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