Gocce d’acqua marina bussano sul vetro della mia finestra.
Appoggio il libro sul davanzale.
Guardo il rio, ingrigito dalla nebbia, reso ancor più tetro da una coppia di sposini abbracciati sopra una gondola.
Sono figure inanimate, immerse nell’umido silenzio del mattino veneziano d’autunno.

Vi presento il mio ultimo racconto inedito; Pierrot, a cui spero ne seguiranno altri nella collana intitolata AQUA ALTA.

Un THRILLER psicologico dove arte, mistero e l’analisi introspettiva dei personaggi, s’intrecciano all’interno dei secolari palazzi di Venezia.

120 pagine di suspense, che vi terranno col fiato sospeso, a fianco, (se non addirittura immedesimati), del protagonista, fino al dipanarsi della matassa nell’imprevedibile finale.

Pubblicato sia cartaceo che e-book Kindle Amazon.

 

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(Prime) opinioni dei  lettori

***** Un eccellente thriller ambientato nella Venezia di oggi. Ne sono protagonisti Alvise, un giovane esperto d’arte che vive a pian terreno in un monolocale e che ha qualche problema con l’acqua alta e con i fastidiosi vicini del piano superiore, Stefano, un suo amico poliziotto che sta con Claudia, una bellissima ragazza un po’ pazzerella che, a quanto dice, solo con Alvise riesce ad avere le vampate. Una storia intrigante e molto avvincente che nel vorticoso ed inaspettato finale assume una marcata caratterizzazione noir.

***** Un racconto lungo che vi terrà col fiato sospeso fino all’ultimo capitolo. Un thriller degno dei grandi del genere…genere che l’autore, forse, sta reinventando a modo suo con inserimento di finestre culturali che ben si fondono alla narrazione senza rallentarne il passo. Caratteristica, tra l’altro, riscontrata in altri suoi libri che ho letto. Assolutamente consigliato agli amanti del thriller, dell’arte e sopratutto di Venezia.

**** Preso perche’ mi ha attirato la copertina….
Merita veramente!
ti tiene incollato dalla prima all’ultima pagina!
arriva ad un finale …inaspettato…spero nel seguito

***** Scorrevole ed entusiasmante nella trama coinvolgente nella Venezia
Misteriosa gg gg gh gh un bb b v v v g

(da Amazon.it)

 

TRAMA:

A Venezia non esistono cantine o seminterrati abitati, si sa. Un’acqua alta durante le ore di sonno o il malfunzionamento di una pompa potrebbero annegarvi.
Tuttavia… Tuttavia qualcuno sembra viverci, come Alvise Da Mosto, una sorta di ricercatore scapigliato, specializzato in casi difficili e apparentemente senza senso, ma tutti con un unico comune denominatore, le opere d’arte.

In costante lotta coi vicini, ma dannatamente orgoglioso del suo umido tugurio semi-sommerso, forse unico a Venezia, dotato di una mente acuta anche se disordinata, Alvise spesso si trova a combattere contro la propria coscienza e anche contro il temibile cane nero, creatura psichica, forse onirica, ma dagli effetti tremendamente corporali.
Il racconto si svolge attorno al mistero di un orribile Pierrot, trovato sotto a un dipinto del cinquecento, già di per sé cosa inverosimile.

Le indagini compiute collaborando con l’amico Stefano, un vero investigatore dal carattere imperscrutabile, e la sua ex compagna Claudia, donna forte ma lunatica e carnale, lo porteranno a vivere situazioni drammatiche e pericolose al limite del surreale.

STILE:

Ho scritto questo racconto, lasciando la narrazione al protagonista, in prima persona in tempo presente.

Accostandomi al thriller psicologico, e dando una certa preponderanza ai pensieri del personaggio principale, ho cercato una soluzione di scrittura tale da omettere l’impiego di accorgimenti grammaticali, tipo il virgolettato o l’uso del corsivo, che forse avrebbero appesantito il testo e rallentato la lettura.

AQUA ALTA VOLUME I: Pierrot

I

Gocce d’acqua marina bussano sul vetro della mia finestra.
Appoggio il libro sul davanzale.
Guardo il rio, ingrigito dalla nebbia, reso ancor più tetro da una coppia di sposini abbracciati sopra una gondola.
Sono figure inanimate, immerse nell’umido silenzio del mattino veneziano d’autunno.
Sembra di guardare una vecchia cartolina in bianco e nero, sbiadita dal tempo se non fosse per gli enormi smartphone che tengono in mano.
Lascio cadere la tendina e mi giro a fissare il mio di telefono.

Sono quasi tre mesi che il vecchio apparecchio SIP non mostra segni di vita.
Do gas alla moka e mi avvicino.
Senza pensarci, ormai inebetito dall’ozio, o forse più dalla noia, alzo la cornetta verde dell’oggetto vintage.
Inserisco l’indice in un buchino del disco. Spingo in senso orario fino a fermarmi sul finecorsa. Lo levo, lasciandolo scorrere nel dolce ritorno.
Poi tocca a un altro buchino e poi a un altro ancora, finché non compongo un numero a caso.

Fin da bambino, sono sempre stato affascinato dal rumore della rotella trasparente che fa ritorno alla posizione di riposo. Un suono unico, inconfondibile, dovuto, nella mia testa, ad un impasto di ingranaggi morbidi, untuosi, ma precisi.
Un suono ormai scomparso dal mondo.

“Pronto-pronto?!”, sento gracchiare dalla cornetta appoggiata sul ripiano.
La porto all’orecchio, stupito d’aver azzeccato un abbonato al primo colpo.
“Con chi parlo?”, chiedo.
“No, con chi parlo io! Signore? Lei ha chiamato!”, m’incalza la voce maschile con accento meridionale.
“Sono Alvise Da Mosto. Lo scopri misteri in opere d’arte d’interesse pittorico, in Venezia. La mia specializzazione in dipint-”
“Ma vattene a fare ‘n cu-”
TU-TU-TU…

Osservo la cornetta, quasi divertito, come potessi scorgerci dentro qualche tratto somatico del mio interlocutore.
Aggancio e faccio spallucce; è stato anche garbato, non ha nemmeno finito l’improperio.
Me ne torno al mio libro…
Ma d’improvviso, un vuoto angosciante che s’accompagna alle tenebre mi paralizza, spezzandomi nell’animo.
Perdo ogni interesse, per tutto.
Nulla più mi piace, né mi schifa, persino il romanzo che stavo leggendo con tanto trasporto.
Rimane solo il vuoto e quel grosso cane nero là in fondo ad aspettarmi, dove finisce la calle oscura.
Per fortuna, attraverso gli anni, ho elaborato un buon rimedio, servendomi di una personalissima scacciacani.

Raccolgo le forze per trascinarmi in bagno e mi posiziono davanti allo specchio, già tutto sudato e tremolante.
“Sì, lo so che sei lì dietro, pronto ad azzannarmi al ventre appena fiuterai l’odore della mia paura!” Farfuglio sottovoce.
Apro il cassettino del mobiletto, afferro la piccola spazzola nera, dimenticata sul lavandino dopo una notte d’avventura di tanti anni fa.
Spalanco la bocca e inizio a colpirmi sulle gengive, ripetutamente. Colpi secchi e decisi. Prima internamente, anche sul palato, poi esternamente.
Le setole nere e rigide infilzano la tenera carne rosa, creando dei buchini da cui inizia a fuoriuscire del sangue.
Smetto dopo alcuni minuti, intontito.
Mi avvicino allo specchio, digrignando insanguinato davanti alla mia immagine, mentre un misto di piacere e dolore si diffonde per tutto il corpo.
Mi giro di scatto, forse solo col pensiero, non ne sono sicuro: il cane nero è sparito.
Sputo sangue, mentre l’ago della bilancia piacere-dolore inizia a pendere verso quest’ultimo: è proprio arrivato il momento di smettere.
Sciacquo la spazzola e la infilo nel porta spazzolino ad asciugare.
Prendo il collutorio verde, ne bevo un sorso. Brucia, ma contemporaneamente lenisce il dolore. Sputo nell’acqua corrente a occhi chiusi; non mi va di vederne il colore marrone.
Poi mi osservo, a bocca aperta e mostrando i denti; pensavo peggio. Ottima l’idea di accanirmi di più sull’interno.
Mi asciugo il viso da bave e lacrime e mi specchio di nuovo. È passata!

Odore di bruciato all’interno del mio tugurio?
Accidenti! La moka!
Corro al fornello.
Con la presina la levo dalla fiamma portandola al secchiaio di pietra. Apro il rubinetto:
TSSS…
Stride in una nuvoletta di vapore.
La svito dopo averla raffreddata per benino sotto all’acqua corrente. La ricarico.
Ma che stupido! Avrei anche potuto appoggiarla a terra anziché correre dall’altra parte del tugurio rovesciando tutto.

Osservo le mattonelle di cotto. Tra le fessure, fuoriesce a zampilli l’acqua di mare. La zona del fornello è già allagata.
Vado nel sottoscala, afferro la torcia a led e alzo la pesante botola. Guardo nel pozzo di pesca.
Lo sapevo: la pompa è ferma!
Aziono l’interruttore due tre volte di seguito. Niente da fare, non si sblocca. Capace anche che mi fonda l’impianto elettrico se rimane in arresto.
Prendo il martello, mi stendo a pancia in giù e allungando il braccio assesto un colpetto secco e deciso sul rotore. Parte!
Sospiro, meno male.
Mi rialzo e appendo la torcia al chiodo, fintanto che prometto a me stesso di sostituirla appena passata questa marea.

DRIN-DRIN-DRIN…
Il telefono sta suonando? Cos’è? Uno scherzo?
Mi precipito, alzo la cornetta.
“Sì, pronto, Alvise Da Mosto specializzato in…”
Risata: “Lo so in cosa sei specializzato Alvise, anzi, saresti…”
“Ciao Stefano. Felice di sentirti. Hai… hai qualcosa per me?”
“Quand’è che ti prendi un telefonino o uno smartphone come tutti?”
“Quando sarò sicuro di non essere mappato e…”
Risata; “Ancora con le teorie che tutti stiano lì a spiare cosa fai te. Con chi parli, cosa bevi al bar, comperi e quante volte al giorno vai al bagno.”
“Beh, alcune non sono più teorie… ti pare?”
“Comunque… è da una settimana che ti sto cercando. Ho anche mandato qualcuno a stanarti da quella topaia che chiami casa.”
“Ero fuori… sto lavorando amico.”
Risata, (è la terza): “Ma fammi il piacere Alvise. Macché stai lavorando… solo un matto come te poteva inventarsi un lavoro del genere!”
“Che vuoi Stefano?”
“Ho un lavoretto per te, appunto… ma se sei tanto impegnato…”
Rido, acido: “Ma che simpatico che sei.”
“Dai, ti aspetto al bacaro vicino al Ponte delle Guglie.”
“Di che si tratta?”
“Non posso parlarne al telefono.”
“Ahhh… non ne puoi parlare?” gli chiedo sarcastico. “Perché non sai che dire…”
Ride ancora; “Dai matto. Alle Guglie tra mezz’ora!”
TU-TUU, TU-TUU…
Metto giù la cornetta.
Poi rammento della pompa da sostituire, la rialzo:
TU-TU-TU… per tre secondi suona occupato. Poi, di nuovo libero.

Che strano? Forse saranno i vecchi fili, o l’acqua alta.
Compongo il numero del negozio di ferramenta idraulica a San Polo e ordino la pompa tale e quale alla mia fedelissima, ormai compromessa dall’acqua salata della laguna.
Vado all’unica finestra e la apro, facendo che attenzione non passino imbarcazioni. Potrei toccare l’acqua del rio solo allungando il braccio. Chiudo gli scuri ermetici e poi i vetri. Speriamo non s’infiltri anche dalla finestra.
Torno al pozzo nel sotto scala. La pompa sta lavorando.
Passo al fornello. Controllo sotto al gas; bene, l’acqua si sta abbassando.
Mi metto il piumino ed esco tirandomi dietro il portoncino.
Tre passi al buio e mi ritrovo tra gli ori e i lapislazzuli dell’androne affrescato di un antico palazzo. Premo il grosso pulsante blu elettrico.
Il possente portone automatizzato prima si sblocca e poi inizia ad aprirsi lentamente, sospinto dai pistoni idraulici.
Appena uscito, mi giro a contemplare la facciata rinascimentale della nobile residenza.
Sorrido beffardo, pensando ai dissapori al vetriolo con chi mi abita di sopra; devo essere proprio una spina nel fianco per ‘sta gente qua.
Mi avvio a piedi all’appuntamento.

 

II

Si dice che Venezia sia bella in tutte le stagioni e a tutte le ore del giorno… può anche darsi, ma certe giornate uggiose come questa ti fanno rimpiangere il bel caldo secco di una vacanza in Sardegna fatta in gioventù.

M’infilo tra le strette e intricate calli di Castello, uno dei quartieri di Venezia che mantiene ancora la sua vocazione popolare originaria.
Certo che un turista sprovvisto di cartina, difficilmente riuscirebbe a uscire da questo garbuglio di viuzze.
Sparisco nel labirinto di pietra bianca, mattoni e nebbia.

Stefano, oltre che un amico, è anche un ispettore di Polizia, o meglio, del governo. O forse, fa capo alla Benemerita… non l’ho mai capito bene. So che conosce e a volte frequenta i vertici sia dell’una che dell’altra.
Si occupa di opere d’arte di un certo valore. Furti, scambi illeciti e aste illegali di pezzi rubati.
Venezia, offre al mondo una visione di città d’arte per le infinite opere sparse ovunque, persino appiccicate sui muri di vecchie case, ma in pochi la conoscono per il suo mercato sommerso di opere antiche e moderne.
Ecco le guglie in lontananza, che magia:
i quattro pinnacoli di marmo bianco sembrano uscir fuori come i crochi dalla neve, bucando il manto di nebbia adagiato sul Canal di Cannaregio.

Arrivato al ponte che ha preso il nome dalle quattro colonne, giro l’angolo ed entro nel bar.
Stefano si è seduto al tavolo d’angolo, tetro e solitario.
Dà le spalle al muro, come sempre, visto che non si fida di chi gli passa dietro.
Qualche veneziano chiacchiera col barista, mentre alcuni turisti consumano dei bocconcini seduti sugli sgabelli.
Veste un impermeabile color beige, tipo quello del tenente Colombo… giusto per stare in tema.
Mi siedo di fronte, mentre con un gesto dell’indice chiude il display del telefonino.

“Tenente.” Lo saluto scherzosamente.
“Come tenente?”
Fingo l’occhio guercio, mimando il grande attore Peter Falk. Stefano scuote la testa; “Non sono tenente.”
“Ma sì, era per sdrammatizzare un pochino. Insomma dai? Mi obblighi a entrare in un bacaro quasi al buio, standotene seduto in un angolo, con questa atmosfera da romanzo noir…”
“Cosa bevi Alvise?”
“Un caffè, grazie.”
Stefano si alza, va al banco.
Passa un minuto, torna con la tazzina e una bottiglietta di acqua tonica.
“Niente servizio ai tavoli?”
“Non volevo fossimo interrotti. Puoi farti un po’ serio adesso?”
Annuisco, severo.
“Bene,” svita la bottiglietta.
“Allora… ho un lavoro per te. Tre settimane fa, abbiamo fatto un sequestro in terraferma. Cinque opere del cinquecento, due quadri e tre scultu-”
Stefano si interrompe, scocciato dall’anziano che prende il giornale dal tavolo vicino.
Gli lancia un’occhiataccia finché questi non sparisce borbottando insulti col quotidiano in mano. Poi riprende.
“Abbiamo subito trovato i proprietari. Sono nobili, e con nobili intendo una dinastia…”
“Ahia!”
“No, nessun dolore, nessuna grana. Anzi. Ho conosciuto il principe…”
“Principe?” chiedo sorridendo.
Stefano annuisce: “Sì, perché? Ti fa ridere?”
Faccio spallucce.
“Ti dicevo… è una persona cordialissima. Un distinto signore, colto ed educato, sui settanta. Ha portato uno dei due quadri della restituzione a sistemare…”
“Un restauro?”
“Sì, quello. Da una restauratrice. Era piuttosto malmesso, così questa ha fatto fare delle radiografie che hanno mostrato sotto un altro dipinto…”
“Certo, un ravvedimento,” interrompo da saputello.
“Macché ravvedimento! Il principe, dopo aver visto cosa c’era sotto, s’è incuriosito e l’ha fatto pulire, scrostare…”
“Ma non so se si possa fare con tanta facilità?”
Stefano mi dà dei colpetti sulla mano;
“Fidati… possono possono. E comunque sono riusciti anche a recuperare quasi tutta la crosta sopra… che poi crosta non era, visto che si tratta di un quadro antico.”
“Beh, immagino che un dipinto del cinquecento abbia comunque un suo valore, per questo mi sembrava strano avessero potuto toglierlo.”

Stefano versa tutto il contenuto di acqua tonica. Poi afferra la fetta di limone allungando l’indice e il medio dentro il bicchiere e la mette in bocca, masticandola senza fare una piega.
Si strofina le dita in un punto imprecisato sotto il tavolo. Infine beve.
Abbasso lo sguardo al mio caffè ormai freddo. Lo trangugio in un sorso, amaro.
“Sei ancora a dieta Alvise?”
“Ho eliminato solo lo zucchero.”
“Alcol?”
“Come te.”
“In che senso scusa?”
“Non bevo mai in servizio.”
Stefano sorride, finalmente. Così ne approfitto per porre fine a questo dialogo dal sapore misterioso e buffamente noir.
“Stefano! Se mi hai chiamato significa che hai un lavoro per me e penso molto semplicemente che ci sia qualcosa che non capite. Sbaglio?”
Si guarda attorno. Poi si mette dritto con la schiena. Si appoggia alla panca mentre fruga nella tasca interna dell’impermeabile senza levarmi lo sguardo di dosso.
Estrae l’enorme telefono, uno smartphone di ultima generazione. Schiaccia un bottone, poi preme sopra col pollice, probabilmente per sbloccarlo.
Qualsiasi cosa compaia sul monitor, gli irradia il volto di tinte grige. Ora, nella tetra atmosfera del locale, il suo sorriso sardonico assomiglia più a un ghigno.
Se voleva incuriosirmi, ci sta proprio riuscendo.

“Esatto Alvise, non capiamo perché sotto a quella crosta del cinquecento ci sia stato questo!”
Con uno sguardo rapido che spazia a centottanta gradi, ripetuto due-tre volte, Stefano si accerta di non essere visto. Poi abbassa il telefono fino ad appoggiarlo al piano del tavolo e lo gira dalla mia parte ma senza mollarlo.
Mi avvicino, ostentando indifferenza.
Non ci posso credere?!
Il faccione grigiastro di un orribile Pierrot, contornato da un enorme colletto d’oro, emerge dal buio.
Anziché una giacca bianca, sembra ne vesta una nera che va a confondersi con lo sfondo, visto che al centro emergono i due orribili bottoni a forma di occhio lacrimante. Dietro, in alto, un tendone da circo si perde nella notte stellata.
Afferro il polso di Stefano, lo forzo, facendogli allontanare il telefono nel tentativo d’ingannare la mia presbiopia di quarantenne.
Lui sorride, compiaciuto:
“Catturato?”
“Decisamente amico!”, sussurro senza staccare gli occhi dal monitor.
“Cosa sai di Pierrot?”

… FINE ANTEPRIMA

***

 

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