Ieri pomeriggio, mentre sorseggiavo il caffè, ho sfilato dallo scaffale il libro dei racconti di Durrenmatt, (uno scrittore svizzero mancato nel ’90, che mi piace molto).

Ho riconsiderato un loro pregio che già conoscevo; alcuni sono davvero brevi, ma molto incisivi, (ne ho letti due in pochi minuti).

Ho così ripensato a quanto chiestomi dalla mia Cristina, proprio il giorno prima;
Ho necessità di leggere la organista due, ma tutto in una volta… quand’è che la pubblichi? Leggerlo a puntate io faccio davvero fatica. Lo fai il libro?

So che a molte di voi piace quello che scrivo… e l’appuntamento del racconto del sabato era piuttosto atteso, così mi son detto;
beh, perché no? Proviamo a fare dei raccontini di pochi minuti, auto-conclusivi, più facili da gestire rispetto a un romanzo a puntate, e vediamo se piacciono.
Dal punto di vista editoriale non richiameranno alcun interesse, ma almeno ci divertiremo.

Questo è il primo. Iniziato ieri sera e poi terminato stamattina all’alba. Si legge in 3 minuti, nome che darò alla collana se la cosa vi piace.

Dovrò affinarmi, imparare qualche trucchetto… pazientate.

3 minuti – Il frangiflutti

Odore di pesce secco. Mare ovunque. Il sole è abbacinante, la testa gira.
Accidenti! Non dovevo alzarmi così in fretta…
Farà bene davvero tracannare bicchierini di tequila sotto al sole di luglio?
Mm… Mi sa che la ragazzaccia tatuata del bar mi ha preso in giro.

Metto la mano a mo’ di tesa, guardandomi attorno.
La spiaggia ora sembra così lontana. Mentre, se guardo al mare, l’infinito blu mi dà le vertigini.

Muovo qualche passo incerto sugli scogli acuminati, cercando di respingere la nausea.
Man mano che acquisto sicurezza vado sempre più veloce, accompagnando la corsetta a dei saltelli.
Eccessivo? Può darsi, ma forse la giovane barista in questo momento mi sta osservando. Mica male l’ometto; cinquant’anni e non sent-
CRASH!!

“Ahia!” grido rivolto al sole cocente battendo il pugno sulla roccia. Segue un’imprecazione cruda e violenta che non pronunciavo dall’adolescenza.

Sono scivolato, cadendo di peso dentro un anfratto tra gli scogli.
La gamba fa male da morire, anche se non capisco in quale punto di preciso.
Col braccio mi asciugo gli occhi lacrimanti e mi guardo attorno, in cerca d’aiuto.

Ma sul frangiflutti non c’è anima viva, e adesso che è più difficile da raggiungere, la spiaggia sembra ancora più distante.
Aguzzo la vista, per vedere qualcuno, un amico, il bagnino, ma non scorgo nessuno… andate tutti al diavolo!

Dolorante stringo i denti mentre sfilo la gamba infortunata. Osservo la caviglia, già bella che gonfia come un zampone. Poi cerco di muovere le dita del piede insanguinate.
Il mignolo e il quarto dito non danno segni di vita!
E adesso, chi scende da qua?

Faccio il megafono con le mani:
“Ehi! Non c’è nessuno in spiaggia?” urlo a pieni polmoni.
Poi riporto la mano tesa sulla fronte.
Ma dove cavolo sono spariti tutti quanti?

Mi trascino, stando seduto, da uno scoglio all’altro, lasciando una scia di goccioline rosse sul bianco della roccia, finché arrivo al punto dove ho lasciato l’asciugamano.
Il mignolo ora ha smesso di sanguinare, ma è grosso quanto l’alluce. E fa un male cane!
Che bella idea venirsi a stendere sugli scogli!

Avvolgo l’asciugamano ben stretto al piede, mentre ansimo con le gocce che scendono sulla fronte. Sto sudando e ho freddo! Non avrò mica un infarto?
Mi allungo per scendere, (buona l’idea di farvi un rotolone spugnoso attorno).
Lo appoggio allo scoglio più basso ricoperto di cozze e mi lascio scivolare in acqua… ma quale acqua?!

Mi guardo attorno spaventato; il mare si sta ritirando!
Di colpo ho un bruttissimo presentimento, in qualche modo legato a una profonda paura provata fin da bambino.

Risalgo sugli scogli mentre caccio un altro grido di dolore.
Guardo l’orizzonte.
In lontananza intravedo un riflesso accecante con sotto una zona nera, ampio quanto tutta la prospettiva.

O mio Dio?!
No, non può essere?!
Sta succedendo davvero? Qui? in Italia?!
Poi ripenso all’antica città di quest’isola, spazzata via da un maremoto.
Riguardo l’onda nera ribollire brillando sulla sommità; è talmente enorme da sembrare ferma!

Salto giù, in panico, e inizio a correre zoppicante sul fondo melmoso. Ma la spiaggia non si avvicina; ci sto mettendo troppo.
Levo l’asciugamano infangato e bagnato arrotolato sul piede, e mi rimetto a correre noncurante delle dita spezzate.

Vedrai che son tutti a una festicciola, organizzata al bar sulla strada. Dietro la mia schiena si fa buio.
Due stecche al dito, una buona fasciatura e andrà tutto a posto. Sparisce il sole.
Già mi ci vedo starmene coccolato all’ombrellone. Sotto ai miei piedi la sabbia trema, sussultando.
Basta tequila però, solo spritz e leggero. Il vento mi soffia contro facendomi cadere a carponi.
Sarà un’ottima scusa per allungare la vacanza. Gli ombrelloni vengono spazzati via dal vento come piume.

Ancora in ginocchio, mi volto ad osservare la smisurata bocca blu e dannatamente buia che mi sovrasta.
Il suono emesso è talmente forte d’apparire silenzio assoluto.
La fisso, allucinato, ammagliato, due pali piantati nella sabbia al posto delle gambe.
“AIU… AIUT…” non riesco nemmeno ad urlare.
Farfuglio; “Mio… mio Dio, ti prego, ti prego… fammi svegliare!”

FINE

 

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