Alvise Da Mosto, l’amico ispettore Stefano, la seducente Claudia e nuovi intriganti personaggi ti aspettano in questo secondo volume autoconclusivo di Aqua Alta.

Politica, biomedicina, arte e tanta suspense si intrecciano in questo romanzo dalla trama originale e coinvolgente.

Disponibile in e-book e nel formato cartaceo nelle principali librerie on-line.

Puoi leggere di seguito un’anteprima di circa 40 pagine.

 

 

 

 

AQUA ALTA  VOL. II: Sindrome di Venezia

 

AQUA ALTA Vol. II – Sindrome di Venezia
Andrea Perin
Copyright © 2020

Questo racconto è frutto di fantasia. Ogni riferimento a fatti e persone reali è del tutto casuale.
L’opera è tutelata dalla legge sui diritti d’autore. Foto di copertina per gentile concessione di Luigi Cicerchia.

Preludio

Oblio  ̶  Il sonno del cristallo

Se non l’avessi visto con i miei occhi, non avrei mai potuto credere che i veneziani potessero costruire colossi simili in mezzo al Mediterraneo, così lontani.

Le mura di pietra bianca e mattoni in cotto, alte e possenti, si immergono nel mare. Ogni tanto la loro mole viene alleggerita da dei portali, dove prevale la struttura veneziana, col suo arco gotico dal sapore medio-orientale.
In prossimità della battigia le muraglie si aprono a formare quello che potrebbe essere un campo veneziano, una piazza.
I tre lati sono murati, il quarto, inesistente, è come se si aprisse sul mare.
Da sempre abituato soltanto alle barene fangose della laguna e all’acqua torbida da cui sono lambite, mi sembra di vivere un sogno nel vedere i flutti cristallini frangersi contro la pietra grigia sottostante, luccicante e untuosa come fosse viva.

Mentre la mia compagna segue il percorso, ammirata, mi soffermo per un attimo a contemplare tutto questo.
Due passi incerti sulla roccia scivolosa, e poi ben saldo sopra allo scoglio più alto, volgo lo sguardo al cielo blu cobalto, questo sì riconducibile a certi panorami da cartolina visti in laguna.
Inspiro a pieni polmoni, riempendomi dei sapori del mare, anche i più intimi, trascinati in superficie per miglia e miglia, trasportati sulla costa e poi trasformati in aerosol come fosse un’offerta ma anche un pretesto per poterci dire: “Sentite quanto è buono questo mare? perché lo state uccidendo?”

Ma la domanda mi infastidisce un pochino, non ne capisco il motivo, come quando ci viene in mente una cosa seccante che dobbiamo fare, ormai non più procrastinabile, e siamo costretti a cercare una scusa per evitarla.
Salto giù dallo scoglio e torno all’interno della fortezza castello.
Man mano che mi avvicino al gruppetto in visita, tra cui c’è lei, sento il cuore pulsare sempre più forte, e le strane contrazioni a livello dello sterno, provate dal primo memento in cui l’ho vista, farsi più intense.
Mi dà un’occhiatina di traverso, fugace, una sbirciatina ecco!
Scuoto la testa, ripensando che forse l’averla definita la mia compagna ha più a che fare con l’illusione che con la realtà. Ma le emozioni che provo in questo luogo sembrano non darmi modo di riflettere lucidamente nell’accettare questa eventualità.
Il suo nome è Morena ed è una delle donne più belle che io abbia mai visto.
Veste sempre elegante e porta i tacchi, senza difficoltà, senza alcuna sofferenza… e questo è sexy. Non è alta come le modelle americane ma la sua figura le dà un aspetto molto slanciato, forse per le spalle dritte, il collo lungo e il capo minuto.
Il visino è raggiante, solare, lo sguardo mediterraneo è intenso, irresistibile.
Fa l’attrice e da quel che ho capito è anche molto famosa.
Non ho compreso se ora è qui, tra noi comuni mortali, per godersi una pausa rilassante lontana dai riflettori… ma a me di questo non interessa nulla, a me importa solo il fatto che quando mi avvicino a lei mi sento come se fuoriuscissi dal mio corpo per l’euforia.

La rivedo sul piano superiore del castello mentre segue il gruppetto di quattro turisti ora entrati in un salone.
Altra sbirciatina, con sorriso, quando si scosta dalla finestra lasciando scivolare la tenda.
Muove il fondo schiena in modo sensuale, quasi volesse ammiccarmi invitandomi a seguirla.
E io, tontolone quale sono, rimango imbambolato ad osservala mentre esce.
Poi volgo lo sguardo alla stanza.

Non serve un esperto antiquario per capire che l’arredamento non è altro che un maldestro tentativo di ricreare un ambiente medioevale.
Le armature dei cavalieri sono troppo lucenti, e le armi, solo a osservarle, si comprende benissimo che sono dei plasticoni. Non parliamo degli arazzi e dei dipinti, sicuramente delle stampe imbrattate di vernice invecchiante usata per il craquelé.
Passo il mio sguardo indagatore di fine conoscitore dell’arte sulla stanza, quasi disgustato dalla presa in giro messa in opera.
Malinconico e rattristito, appesantito dall’ipocrisia di questa evidenza, ho un sobbalzo appena l’occhio si posa sulla finestra dove un attimo prima, Morena, la dea, ha osservato fuori.
Speranza e ottimismo mi riempiono di nuova energia.
Mi avvicino alle tende, mosso dall’irrefrenabile desiderio di poter vedere le stesse cose che ha visto lei qualche istante fa.
Poi corro fuori, cercandola tra le altre stanze, ma sono tutte vuote.
Rifaccio le scale scendendole di corsa, aggrappato ai corrimano. Salto gli ultimi cinque scalini.
Silenzio… solo il mio respiro, ansimante.
A un tratto qualcuno mi afferra per una spalla facendomi voltare di scatto. È uno dei turisti del gruppetto. Il simpatico austriaco dal pizzo folto e i capelli grigi sparati in aria; l’esatta copia di Konrad Lorenz, il padre dell’etologia, la scienza che studia il comportamento animale, ma, per i più; il papà delle anatre.
Mi fa cenno di seguirlo.
Sta per sparire all’interno di un corridoio che via via si fa sempre più stretto.
Sono costretto a piegare la testa di lato per seguirlo.
Ma il corridoio, che ora assomiglia più a un sottopasso urbano poco curato, si sta anche schiacciando!
Ormai messo a carponi per starci dentro, vedo sparire l’anziano turista, lontano, nel riquadro luminoso che probabilmente rappresenta la fine del varco.
Affaticato e affamato di ossigeno, cerco di coprire gli occhi col palmo. Accecato dalla luce, gattono come posso su una sola mano per qualche metro finché non mi trovo bloccato.
Sono incastrato, non posso più muovermi!

Incredulo, mi chiedo come sia possibile che solo io non riesca a passare.
L’angoscia prende il sopravvento, poi un senso di nausea.
Di nuovo una stretta alla spalla, mi fa girare la testa di scatto…

Mi ritrovo davanti alla finestra, da cui aveva guardato Morena. Questa volta scosto la tenda.
Non si vede niente, solo un muro di mattoni rossi. L’apertura è completamente murata!

L’uomo che ora mi trattiene per il braccio è un signore di quarant’anni, ben vestito, indossa un impermeabile beige come i commissari dei film.

Sto per chiedergli chi è, se ci conosciamo; nel profondo sento di averlo incontrato da qualche parte, forse in sogno.
Ma nel contempo entra correndo nella stanza una ragazza nuda, un po’ più giovane di lui, che si mette ad urlare frasi sconclusionate e poi ride. Ride sguaiatamente.
Il signore, visibilmente preoccupato, molla la presa dal mio braccio, rincorre la ragazza che non smette di ridere e urlare.
Dopo due giri attorno alla stanza, correndo zoppa come una bestia impaurita e ferita, sale a carponi su un tavolino di legno tondo, si mette in piedi mantenendo a fatica l’equilibrio.
Piega male una caviglia, forse una storta. Perde anche una scarpa, l’unica cosa che indossa: una décolleté rossa dal tacco alto.
Sta per cadere, ma il tizio con l’impermeabile l’afferra al volo.
Lei lo fissa senza parlare e lo bacia felice, poi passionale, poi morbosa e furiosa. Si stacca. Gli molla un ceffone, si divincola, cade a terra dalle sue braccia e mentre arretra lo ricopre degli insulti più brutti e cattivi che si possano indirizzare a un uomo.
Si rialza con un guizzo da ginnasta e scappa via, con le sue scarpe in mano, correndo giù per le scale.
Osservo la scena sbalordito, incredulo, finché nella mia testa confusa si fa strada un pensiero: io questi li conosco?
Passa qualche istante e li rincorro, arrabbiato con me stesso per non averli inseguiti subito.
Scendo le scale quando sento la bella matta ridere e strillare, imbocco di nuovo il corridoio. Eccoli là!
Ma questo non è lo stesso di prima, è foderato di un vecchio e logoro tessuto scozzese, che a tratti lascia intravedere i mattoni rossi delle pareti attraverso gli squarci.
Rincorro i due con affanno, non accorgendomi subito che i muri sono diventati di un grigio cemento freddo e mi stanno per schiacciare.
Il corridoio è di nuovo divenuto un tunnel, un sozzo sottopasso metropolitano, e si è talmente rimpicciolito d’avermi stretto come in una morsa.
Osservo i due, lontani, ormai delle piccole e informi macchie nere che si sciolgono nell’abbacinante luce bianca del riquadro in fondo.
Chiudo gli occhi, impaurito e disorientato, meditando che per un attimo, nel momento in cui i due corpi divenivano luce, mi sembra d’aver udito un nome: Alvise. Nome che conosco da un tempo indefinibile, ma non come mio.

I

Da qualche giorno alloggio in una camera al terzo piano di una piccola e modesta pensione. Talmente modesta che i pietosi mobili rigonfi dall’umidità lagunare in alcuni tratti aprono le lamine, lasciando intravedere l’impasto di segatura.
Sanno di stantio e con il loro fetore riescono a contaminare tutto il piccolo ambiente che in alcuni momenti della notte ti sveglia d’improvviso, lasciandoti senz’aria.

Ed è in quell’istante, con la mente sgombra da pensieri, che ricompare l’immagine dei due cadaveri, nipote e nonnina stesi sul pavimento, mentre i rivoli del loro sangue rappreso, mescolati all’acqua di mare, scivolano giù nello scarico.
L’immagine è forte, e colpisce ancora a distanza di mesi in modo deciso sui sensi; l’odore del sangue, il sapore metallico dell’acqua degli scarichi rimastomi in bocca, il ribrezzo alla vista delle arterie recise, il cuoio capelluto dell’anziana strappato.
Poi, come consigliatomi, penso anche che, diversamente, sarei stato io al posto loro, e che magari dovrei essere più grato verso chi mi ha salvato la vita.

L’unica finestra della camera dà giusta sul camino d’acciaio della cucina di un albergo che, a quanto sembra, frigge pesce con olio esausto giorno e notte, senza sosta.
Non rimane che il piccolo condizionatore appeso al muro, azionato sempre al massimo contro la mia volontà, nonostante le sommesse proteste rivolte al robusto e scontroso receptionist.

Ma non avevo scelta, non immaginavo che sarebbe stato così difficile rimetter piede nel mio appartamento sott’acqua dopo quanto accaduto.
Ci ho provato per un pomeriggio intero, trascorso muovendomi irrequieto dal bagno al cucinino per farmi i numerosi caffè.
Poi a guardar fuori dalla finestra, quella che va sott’acqua con la marea, come in un sommergibile.
Era lì il posto dove mi mettevo giornate intere a leggere i miei libri preferiti, scritti da anime geniali ma sovente dannate, senza pace, amanti di Venezia, e che, diciamolo pure, nell’intimo forse anelavano di trovarvi il trapasso.

II

Alzo gli occhi dallo smartphone appoggiato sul parapetto di marmo.
Levo i gomiti indolenziti raddrizzandomi, e incrociando le braccia osservo dal piccolo ponte il rio stretto tra i palazzi quasi a soffocarlo.
Lo percorro in lungo con lo sguardo, sorvolandolo come un gabbiano.
Al termine del dipinto naturale, la prospettiva anziché chiudersi si apre su di un tratto del Canal Grande verde acceso, illuminato dal primo sole del mattino. Che magia…
Certe volte, specie se sono di buon umore, penso che valga la pena di vivere anche solo per questo.
Afferro il telefono e lo rimetto nel borsello di pelle.
Tempo per un caffè e poi dovrò incontrarmi con Stefano, l’amico ispettore con cui collaboro in vicende illecite o poco chiare legate al mondo dell’arte.

***

Alle otto precise, puntuale, sono davanti al luogo stabilito per l’incontro: un edificio sacro.

“Hai mal di collo Alvise?”
“Perché?”
“Vedo che te lo stai massaggiando continuamente.”
“Non le sfugge proprio niente ispettore.”
“Letto scomodo? Ah! A proposito… com’è la pensioncina che ti ho consigliato?”
“Lascia stare va’!”
“Allora è il cuscino troppo morbido?”
“Magari fosse il letto. Di notte non si respira, e se accendi l’aria condizionata va sempre al massimo. Forse è per questo che ho il torcicollo. Prima sudo e poi mi ghiaccio, poi sudo ancora… ciclicamente.”
“Ma caspita! Ormai l’estate è finita. Perché non apri una finestra?” Poi, dubbioso: “Beh, spero che almeno ce ne sia una.”
“Scarichi di cucina proprio sotto.”
Stefano sorride.
“Ostrega! Che iattura che sei Alvise!”
Mi afferra per le spalle guardandomi in viso, ma non proprio negli occhi.
“Ascolta. Levarsi dalla testa una scena del crimine non è mica roba facile, specie se accaduta nella tua casa, nel tuo posto sicuro. Penso che sia paragonabile a subire una violenza, una molestia sessuale, serve tempo e aiuto, capisci cosa intendo?”
Annuisco: “Dammi qualche giorno e step by step, come dicono gli americani, supero la cosa e torno a dormire a casa mia.”
Stefano molla la presa dandomi un pugnetto sulla spalla.
“Perché non provi a parlarne a qualcuno?”
“Intendi con uno psicologo?”
“No, mica è detto. Magari a un prete o a una maga, anche a quell’eremita sperso per la laguna se ti fa stare meglio.”
“Dai, tranquillo Stefano. Tanto sai che il mio tugurio non lo mollo.”
“E ti credo, ti è quasi costato la pellaccia.”
Lo guardo storto scuotendo la testa. “Ma va en mo…” Ma lascio cadere l’improperio venetissimo.
Lui si fa serio: “Dai! Lavoriamo.”

Ci incamminiamo, ma subito mi ferma stringendomi nuovamente la spalla.
“Mi dispiace molto per…”
“Nipote! Mia nipote.”
“Scusami, non volevo mancare di tatto. Se posso fare qualcosa, almeno per quello che potrebbe rientrare nelle mie competenze…”
“Stefano! È solo una brutta storia di droga e adolescenti. Per fortuna di mia madre, è successo fin che c’ero anch’io, probabilmente avrebbe perso la testa trovandola in vasca da bagno incosciente… nel suo vomito.”
Sbuffo alzando le mani: “Tranquillo, non parliamone più.”
L’amico sembra incassare il colpo, del resto, non so proprio come potrebbe essermi d’aiuto in questa circostanza.
L’ispettore pigia sul telefono estratto da una tasca interna della giacca, forse per levare la suoneria. Tolgo anche il mio dal borsello di pelle e lo imito.

“Prima di entrare, che mi dici Alvise? Hai già delle valutazioni da fare?”
“Devo vedere la scena Stefano. Due chiacchiere al telefono e una frettolosa ricerca su internet non è che mi siano state di grande aiuto.”
“Come vuoi.”
Due Carabinieri si spostano dall’entrata accennando un saluto. Stefano contraccambia con una sorta di cenno militare spentosi a metà, svogliato.
La costruzione è quel che rimane di una delle tante chiese sparse per la città, cancellate dalle soppressioni napoleoniche, convertite ad altri usi, alla fine poi chiuse o sconsacrate.
Stesi sul pavimento i corpi di due giovani che si tengono ancora per mano. Le dita intrecciate, già in rigor mortis, non lasciano dubbi circa la natura del loro rapporto.
Ci giro attorno, cercando di evitare d’andare a sbattere contro il fotografo che con una reflex digitale immortala la scena da più angolazioni.
Il personaggio è piccolino e stempiato, ma ricciolino e nero corvino nella parte rimasta giovane. Sicuramente tinto, visto che il pizzo a barbetta presenta zone grige abbastanza estese.
Si muove a zig-zag, saltellando, ma senza mai uscire dal raggio di due metri di quel cerchio immaginario che ha per centro le due mani degli amanti che ancora si stringono.
Stefano m’ammicca con un cenno del capo in direzione del fotografo. Parla a bassa voce: “Nuovo acquisto della squadra.”
Annuisco: “Zelante.”
“Fin troppo.”
Mi avvicino sussurrandogli nell’orecchio:
“Che diamine! Sembra stia facendo un servizio fotografico per Vougue!”
Stefano scoppia a ridere. Il fotografo si gira, mentre uno dei Carabinieri mette piede dentro con un’espressione confusa.
L’amico ispettore alza la mano. “Scusate.”
Poi, fintanto che il virtuoso dello scatto torna al suo lavoro e il Carabiniere esce, mi sibila a denti stretti: “Ma guarda che figure mi fai fare!”
Lo squadro, poi faccio spallucce consapevole che esagera.
“Ci sono due cadaveri qui di fronte a noi, Alvise!”
E io controbatto cinicamente: “C’erano anche a casa mia, giusto?”
Stefano scuote la testa contrariato.
“Ti basta? O vuoi rimanere ancora?”
Sovrappongo il labbro inferiore sull’altro annuendo, mi guardo attorno per qualche secondo e mi avvio alla porta.

Ci infiliamo lungo la vicina calle, stretta e scura.
Stefano abbassa la testa, poi d’improvviso si guarda attorno per accertarsi di essere soli.
“Questa faccenda ci crollerà addosso, Alvise!”
“In che senso?”
Si blocca, fissandomi:
“Certo che ti eri proprio isolato da tua madre in terraferma.”
Faccio spallucce di nuovo. “Profondo Veneto.”
Stefano sorride, poi subito serio, quasi spettrale.
“Siamo a dodici, e sta finendo l’estate, con le prime nebbie sicuramente aumenteranno.”
“Non ti seguo amico.”
“Ci salteranno addosso, i media… anche questa ci mancava!”
“Ma chi Stefano?! Cosa? Non capisco!”
“Vieni, mangiamo un boccone.”

Lo so, dovrei insistere e incalzare Stefano all’istante, lesinarmi le informazioni su ogni caso sembra una sua prerogativa, forse lo fa pure apposta, per divertirsi, ma devo ammettere che un pochino la cosa mi stuzzica e mi eccita, per questo glielo lascio fare… una sorta di preliminari a quello che accadrà.

Infiliamo un’altra calle, poi subito a destra lungo una più stretta, che forse persino io non ho mai percorso.
Sopra le nostre teste tante lenzuola messe ad asciugare, tute da lavoro in blu jeans, e altre di un bel arancione fluorescente.

Ho capito! Ma certo: mi sta portando al suo posto segreto, una specie di casa sicura dove potersi rifugiare quando le cose si mettono male.
Quando ero da mia madre, isolato nel profondo Veneto, di tanto in tanto guardavo la televisione; in alcuni film la protagonista, un’eroina dello spionaggio, dopo aver ucciso molti cattivi finiva nei guai, e allora si rifugiava in una casa sicura…

III

“Arrivati!”
Mi guardo attorno. Anche qui panni stesi sopra le nostre teste a contribuire a render ancor più scura la stretta calle. Cerco un nome sul campanello d’ottone a forma di capasanta, invano. Poi annuisco in modo complice verso l’amico, bisbigliando: “È la tua casa sicura, vero?”
Stefano mi osserva, perplesso. Aggiungo, sempre sottovoce: “Una delle tante, immagino.”
Ride. Scuote la testa incredulo.
“Sei proprio matto Alvise.”
Dà tre colpi con le nocche.
Ci apre una vecchina dai capelli grigi raccolti a cipolla. Bassa e robusta, dai modi gentili e sorridente.
Mi mette subito a mio agio, con uno sguardo che trasmette simpatia. Lui la bacia su una guancia.
“Ci prepari qualcosa Zia?”
“Ma certo tesoro.”
“Scusami se non ti ho avvisato per tempo.”
“Per me è sempre un piacere, Stefano.”
Lo accarezza sul collo e si sposta per farci entrare.
Mentre scende lo scalino d’ingresso, l’occhio mi cade sulle caviglie, stranamente fini e ben delineate. Esattamente l’opposto di quello che ci si dovrebbe aspettare da un’amabile vecchina leggermente sovrappeso.
L’interno è malamente illuminato da lampade poste a terra. Il pavimento alla veneziana, anche di un certo pregio, stride con l’arredamento del secolo scorso, una specie di art déco inficiato da alcuni elementi kitsch, come il telefono di porcellana a motivo floreale, la grotta luminosa di una Madonnina fatta con le conchiglie, centrini messi ovunque.
Immancabile anche la lampada anni ’70 con le bolle rosse che si muovono lentamente su e giù.
E che dire dell’Arena di Verona di finto avorio bruciacchiata dai mozziconi? O dell’enorme mosca di ottone con funzione di posacenere posta sopra la televisione da pavimento?
C’è da dire che sulle pareti sono appesi dei quadri molto interessanti, e non sono tutti stampe, alcuni probabilmente sono copie d’autore di qualche quadro famoso, visto che due mi sembra di conoscerli.

Ci accomodiamo a una tavola ovale, già apparecchiata per due.
Stefano va verso il lavello a lavarsi le mani, io mi guardo attorno imbarazzato.
Vorrei approfittarne anch’io, ma mi fa un che lavare le mani in una cucina, specie dopo aver appena visto due cadaveri.
La vecchina, che arriva con dei piatti vuoti, coglie al volo il mio stato d’animo e, intanto che li sistema sul tavolo, comincia a parlarmi in modo affabile.
“Lo scusi tanto sa. Non ci ha nemmeno presentati. A volte so che corro il rischio di passare per maleducata… ma sa, col lavoro di Stefano io non chiedo mai nulla, senza il suo permesso intendo.”
Accenno ad alzarmi in forma d’educazione.
“Il mio nome è Alvise Da Mosto.”
“Ah sì, certamente! Mi pareva… la conosco, cioè…” Si gira verso Stefano imbarazzata, poi fa spallucce rivolgendosi a me: “Mi ha detto del suo lavoro, intendo, che lei è un grande esperto di opere d’arte veneziane… giusto?”
“Sì, modestamente, direi abbastanza.”
“Fa da consulente quindi?”
“Quelle poche volte che mi chiamano, volentieri,” rispondo imbarazzato.
“Non si sconforti. Sono sicura che adesso avranno parecchio bisogn–”
“Beh? Che state confabulando voi due?” Ci interrompe Stefano venendo verso di noi mentre lancia lo straccio dei piatti sul lavello.
“Si parlava del più e del meno. Lo stavo rassicurando… mi chiedevo se il tuo consulente avesse origini blasonate.”
Poi, la zia, o almeno, quella che Stefano chiama Zia, si gira verso di me.
“Lo sa Alvise che un veneziano suo omonimo ha fatto grandi cose, e ha avuto una vita molto avventurosa?”
“Ma dai Zia!” Esclama ad alta voce Stefano: “Che domande sono?” Sbuffa forte, “Certo che lo sa! Dai su, vacci a preparare qualcosa.”
I due si guardano in cagnesco per alcuni secondi, quasi a volersi sfidare.
L’atmosfera tesa che si sta facendo loro attorno potrebbe essere affettata con uno dei coltelli sulla tavola.
Imbarazzato dalla scena, apro la bocca facendo fuoriuscire un sommesso: “Dai Stefano… sapeva solo che me ne intendo di arte, mica di storia.”
L’amico si gira, stavolta fissando me, molto serio.

Ecco l’ispettore! Beccato in pieno.
Dovresti vederti allo specchio in questo momento. Le sembianze del tuo viso tradiscono tutto ciò che sei veramente. Un mosaico, anzi, un puzzle di uomo cortese, amante tradito dall’amore, rigido investigatore, forse manipolatore e magari corrotto – a fin di bene, s’intende – l’uomo che conosce le tele del mondo sommerso dell’arte, e magari di qualcuna ne tesse la trama, l’uomo che sopra di esse si muove abilmente per soddisfare le richieste del potente di turno… ma certo: il servizio segreto dei beni artistici. Ecco cosa sei.

Mi rendo conto che forse trapela qualcosa di questo mio flusso di pensieri, perché Stefano, l’ispettore e amico, mio unico amico, me ne stavo per dimenticare, inizia a sorridermi.
“Se devi lavarti le mani puoi farlo al lavello della cucina senza problemi, Alvise.”
Mi alzo dal tavolo, faccio per seguire la zia, forse un agente in pensione, ma poi mi giro.
“Stefano!”
“Dimmi Alvise? Dimmi che c’è che ti tormenta?”
“La vescica.”
“Allora su di sopra, amico.”
Ride.

IV

“Che ne pensi Zia?”
“Un personaggio… Mm…” La zia si gira per accertarsi d’essere soli.
“Stacci attento, è molto perspicace.” Fa spallucce. “Ma tu senz’altro lo conoscerai molto bene. Sbaglio?”
Dopo aver buttato la cipolla per il soffritto si volta verso Stefano. “Avete mai fatto la profilazione?”
“Un identikit psicologico? ma che vai pensando?”
L’anziana fa di nuovo spallucce mentre mescola la cipolla che frigge.
“Non deve essere per forza una profilazione criminale.”
“Sì, ho capito. Ma ti assicuro che Alvise ragiona fuori da ogni schema, sarebbe inutile.”
“Mi sembrava una buona idea. Tanto ormai le fanno persino nei talk show in TV, tra l’altro su sospettati nemmeno giudicati.”
“Zia! Alvise è una creatura che non bisogna sconquassare troppo. Non sembra, ma è molto sensibile e secondo me è proprio questo a conferirgli una certa capacità di… di fiutare l’inganno.”
“Annusa il torbido dici?”
“Sì, come le anguille elettriche che cacciano di notte nel fango. Deve avere un sesto senso, intendo fisiologico, perché altrimenti qui si sconfinerebbe nel paranormale. Ti racconto questa…”
“Aspetta. Metto i pomodori e poi ci sediamo.”
La zia mescola di nuovo la cipolla dorata, poi aggiunge rapidamente dei succosi pomodori.
Si alza una paurosa nuvola di fuoco e vapore, che va prontamente ad estinguere con un intero bicchiere di vino, come se nulla fosse accaduto.
“Sediamoci ispettore.”
Stefano si versa mezzo bicchiere di Cabernet che poi allunga con dell’acqua frizzante. Ne beve un sorso.
“Hai saputo dell’ultima che ha passato vero?”
“Eccome no? Ne hanno parlato parecchio.”
“Beh, è strano. Sembra averla presa bene.”
“Ottimo. Prima si dimenticano certe esperienze meglio è.”
“Sì, è vero. Ma non mi convince, è come se avesse accettato la cosa passivamente, senza combattere per affrontarla… mi capisci?”
“Temi che possa scoppiare?”
“Non lo so. Semplicemente non ne parla, ma quello che mi preoccupa è quella specie di aurea di morte che si porta sempre appresso. E, da quando è tornato, la percepisco ancora più forte.”
La zia si stira la schiena allungandosi sulla sedia.
“Ah… ora ti capisco furbetto,” sorride ammiccante, “te ne vuoi servire per i casi di suicidio, vero?”
“Sì… beh, in un certo senso…”
“Non t’imbarazzare con me Stefano, lo capisco, e fai bene. E poi, a pensarci, da quanto ne so io, sono comunque in qualche modo collegati alla bellezza dell’arte.”
“Già.”
“Ecco perché ci sei dentro anche tu.”
“Già.”
“E che volevi dirmi su Alvise di tanto speciale?”
“Ma, per dirti, tempo fa mi ha fatto uno strano discorso.”
“Strano?”
“Per fartela breve, sosteneva che Venezia emana determinate onde che vanno a influenzare la psiche, intendo il nostro stato d’animo.”
“E quindi?”
“Alvise mi diceva che c’è una forte componente macabra e triste che appartiene alla città.”
“Interessante.”
“Le gondole ferme sotto la neve, i palazzi storti, i campanili che sembrano crollare, le calli vuote. Le facciate delle chiese bagnate dalla nebbia. Persino nelle maschere del carnevale ci scovava una certa malinconia. Non parliamo poi di tutta la letteratura che affronta o comunque accenna a questa cosa. Considera che lui ne è avido, o forse schiavo.”
“E perché siamo invasi da turisti allora?”
“Perché, al di là della sua bellezza, questa sensazione molti la vogliono, la cercano. Lascia stare il disinteressato, o chi non ha tempo per godersela, ma ti assicuro che questo singolare sentimento malinconico ha una forte attrattiva.”
“Il sugo!” La zia corre ai fornelli, spegne e mescola. Poi si gira. “E le campane che suonano a festa? i bambini che giocano a pallone nei campi? l’allegro vociare veneziano per i mercati della città? i teatri, i concerti…”
“E certo Zia. Chi lo nega. Io adoro Venezia e sono felice di esserci, però concedimi che questa strana sensazione che alcuni sentono più di altri è innegabile che sia diffusa un po’ ovunque.”
“Cercano la morte dici?”
“Mm… qualcuno può darsi. Diciamo che la vogliono fiutare. Ma dodici in pochi mesi sono troppi. Quella di stamattina era una coppia inglese…”
“Profilo?”
Stefano le se avvicina, scuote la testa e poi sorride.
“Trentenni, colti e molto benestanti. Lui lavorava in una banca della City, dirigente, lei appena fuori in campagna per un albergo di prestigio. Niente debiti e a quanto pare nemmeno scheletri nell’armadio.”
“Pazzesco. E Alvise che ne pen–”
D’improvviso lui afferra la zia per il gomito.
“Santo cielo! Alvise! Ce ne siamo dimenticati! Ma che sta combinando su di sopra?!”

V

Fatte le due brevi rampe di scale, mi ritrovo su un pianerottolo, unica presenza una grande pianta di ficus. Tasto la foglia: è finta. Visto il portavaso kitsch a forma di scarpone alpino, beh, me la potevo aspettare.
Due porte. Apro quella di fronte. Accendo la luce, l’interruttore è esterno come si conviene nelle case vecchie.
No, niente tazza wc. Solo vestiti ammucchiati sopra ad un baule di cartone verniciato e oggetti di tutti i tipi. Sembra quasi il deposito di uno di quelli che fanno i mercatini dell’usato.
Chiudo, spengo e apro l’altra porta. Va meglio. C’è una camera da letto molto grande, dev’essere la padronale, (l’avevo sentito dire da un agente immobiliare).
Una porta-vetri retroilluminata sulla sinistra e una porta in legno sull’altra parete. Sicuramente il bagno si trova dietro la porta-vetri.
Attraverso la camera in penombra e vado in bagno.

Che caos!
Borse strabordanti di bigodini, lacche, asciugamani stropicciati a terra, scatole vuote di accessori per l’igiene personale. Tre asciugacapelli con diversi accessori, due infilati nei porta asciugamani e uno addirittura abbandonato dentro al lavandino con la spina ancora inserita nella corrente!
Il water, a cui rivolgo subito la mia attenzione, è foderato di tessuto rosa in pendant coi tappeti.
Alzo il coperchio e mi siedo. Non vorrei lasciare tracce in un bagno evidentemente a uso esclusivamente femminile.
Premo con forza il pulsante di ferro dello sciacquone, talmente duro da causarmi una fitta sotto l’unghia del pollice.
Sposto il phon, e do una inumidita alle dita sotto il rubinetto. Poi le asciugo su uno degli asciugamani buttati sul bordo della piccola vasca da bagno.
Attraverso il vetro smerigliato, noto del movimento ritmico, come se qualcuno stesse ballando.
Socchiudo la porta e osservo incuriosito, visto che non si sente alcuna musica.
In piedi, sopra al letto matrimoniale, una ragazzina in bikini bianco sta facendo una sorta di balletto che assomiglia alla lap dance dei locali notturni!
Statura media, magra ma con i muscoli ben segnati sopratutto sulle spalle e nella zona dorsale.
Al posto del palo, si serve di un tubo esterno che porta l’acqua ai vecchi termosifoni di ghisa, aggrappandosi con forza.
Apro la porta, un po’ imbarazzato. Do un colpo di tosse per farmi notare, ma la ragazzina ricciolona continua il suo sfrenato balletto. La musica che esce dalle cuffie è talmente alta da poterla udire fin qui.
Che imbarazzo; se mi vede camminare fuori gattoni magari mi pensa un maniaco e gli prende un colpo.
Faccio due passi, poi l’idea. Mi avvicino a un interruttore e provo ad azionarlo.
Non succede nulla; la ricciolona mora continua la sua performance rivolta verso la parete, ancheggiando e chinandosi ripetutamente, probabilmente rivolta verso un pubblico immaginario che la sta idolatrando.
Per un attimo si aggrappa al tubo con tutto il peso. Fa due passi sul muro, come Batman e Robin nei vecchi telefilm, solo che lì ruotavano la cinepresa di 90° per creare l’inganno, e poi ridiscende. Non so quanto potrà ancora resistere attaccato al muro quel vecchio tubo di piombo.
Scorgo un altro interruttore. D’istinto do un paio di colpi, e stavolta finalmente la luce va e viene due volte.
La ragazzina si ferma, poi si volta e mentre mi fissa leva l’auricolare di destra.
“Sì?”
Non è per nulla spaventata o in imbarazzo, anzi, sembra voglia dominare la scena.
La guardo meglio finché ho un mancamento.
“Ma… ma tu sei Claudia!” Farfuglio inebetito.
Cerco una sedia tastando dietro con le mani intanto che barcollo sulle gambe che non mi reggono. Arriva in mio soccorso un baule, ricoperto di vestiti buttati sopra.
Mi appoggio cercando di nascondere al meglio il mio stupore.
No, non puoi essere Claudia. Le assomigli parecchio ma sei molto più giovane. E allora chi sei? Chi sei?!
La ragazzina sembra quasi compiacersi del vedermi imbambolato, anzi, leviamo pure il quasi.
Femmine! Forse sono davvero opera del demonio.
Quando ero un ragazzino mi capitava di essere attratto da una bella signora, ma mai sarei riuscito a fissarla negli occhi come sta facendo ora questa ragazzina con me.

Salta giù dal letto, si mette una vestaglia rosa e si avvicina.
“Non si preoccupi. L’ho vista entrare in bagno, non mi sono spaventata. Lei è un amico dello zio, vero?”
Annuisco in silenzio.
“Lei è quello speciale, e che sa tutto di arte. Sa… io vorrei fare la restauratrice e magari un giorno diventare un’esperta risolvi misteri come lei.”
Mi desto un pochino.
“È stato Stefano a dirti tutte queste cose?”
Sguardo sbarazzino.
“Forse…”
“Comunque piacere, io sono Alvise.” Mi faccio coraggio e le allungo la mano.
“E io Ambra.”
“Bel nome Ambra, complimenti.”
Ci stringiamo la mano. Poi fa una smorfia arricciando il naso. “Il suo no. Sa un po’ di vecchio. Però può sempre cambiarlo.”
La guardo incuriosito.
“Il cognome no. Quello va bene. Le dà un certo spessore.”
“Ah! Davvero?”
“Certamente.”
“Beh sì, in effetti, forse a Venezia. Ma alla fine siamo noi che diamo spessore al nome, anche se devo dire che un pochino forse hai ragione.”
“Un pochino?”
“Prendi Alessandro Manzoni, che impressione ti dà?”
“Una roba importante, di una certa mole.”
“Certo, perché sai chi è. Ora ripeti a te stessa Manzoni, e pensa a dei buoi, oppure a dei giovani tori grassi e castrati.”
Ambra fissa in alto, il vuoto, poi sorride. Me ne compiaccio, ho catturato il suo interesse.
“È vero! Sa più da mandria, da stalla.”
“Visto?”
“Sei forte Alvise, originale. Infatti quando erano soli, ho sentito Stefano dire alla zia che sei uno speciale.”
“Soli? Dire alla zia?”
Ambra si tappa la bocca. Poi ride. “Che stupida.”
Rotea gli occhioni neri e mi fissa di nuovo.
Santo cielo!
Cerco di nascondere meglio che posso il mio imbarazzo; non c’è storia, in questo momento mi trovo seduto di fronte a una giovanissima Claudia, armata, precocemente, del suo sguardo acceso e stranamente magnetico.

“Vieni! A te lo posso anche dire.”
Mi prende per mano. Mi alzo sulle gambe ancora traballanti e a passo incerto la seguo per la stanza. Sto sudando freddo… che situazione gente!
Apre l’altra porta che dà a un ripostiglio usato come armadio e scarpiera.
Lei si china, poi si mette giù con la testa in corrispondenza dove s’infilano nel pavimento gli stessi vecchi tubi visti prima nella camera.
Con la mano mi fa cenno di abbassarmi.
Mi metto a carponi anch’io e mi avvicino con l’orecchio. Si sentono delle voci.
“Li senti?” Bisbiglia, “stanno parlando di te.”
Mi metto seduto a gambe incrociate.
“Ambra, quanti anni hai?”
“Quasi diciotto.”
“Quasi? Sicura?”
“L’anno prossimo.”
“Ho capito. Quasi diciassette allora.”
“Perché?”
“Sei una tipa sveglia, e sicuramente avrai una compagnia…” Sbuffo, al diavolo; vai dritto: “Con cui sballarti un pochino.”
Ambra si alza di scatto, seccata. Esce dal ripostiglio.
Me l’aspettavo, sono stato adolescente anch’io.
La seguo per la camera.
“Ambra fermati. Ti sembro un rompiscatole? Vai tranquilla.”
“Vai tranquilla? E che vuol dire?”
“Che non mi interessa se ti sei fatta qualche spinello o roba simile.”
Soffia forte su dei riccioli ribelli scivolati sul naso. Si siede in fondo al letto.
“È già qualcosa.”

Forse vuole parlare. Mi fletto sulle ginocchia di fronte a lei cercando di catturare tutta la sua attenzione.
“Ascolta Ambra, per caso, a qualche rave in spiaggia, hai mai sentito parlare di droghe nuove?”
“Hai voglia!”
“Sì, ma non roba che agita… intendo, più riflessiva, da sonno.”

In che razza di situazione mi sto ficcando? Come faccio a fare certi discorsi a una ragazzina che nemmeno conosco?
“Roba che agita? riflessiva? Ma tu sei più antico di mio zio Stefano!”
L’espressione di Ambra ora è cambiata. Sembra staccata e quasi strafottente. Mi guarda sospettosa mentre leva un elastico per capelli dal polso.
Lo mette in bocca finché inizia a raccogliersi dietro alla nuca i folti riccioli mori.
“Vabbe’, scusami tanto se ti ho fatto perdere tempo. Scendo, perché si staranno preoccupando.”
Mi rimetto in piedi avviandomi alla porta. Afferro la maniglia.
“Cristallo di Stendhal!” Esclama a denti stretti, ancora con l’elastico in bocca.
Mi giro riavvicinandomi a lei.
Mi siedo al suo fianco sul letto, rimanendo in silenzio per tutta l’operazione di raccolta dei capelli.
Terminata, chiude gli occhi e tira un profondo respiro, quasi si sentisse in colpa per quanto sta per dire.

So benissimo cosa sta provando in questo momento; sta per confidarsi col nemico, o meglio, con qualcuno che non appartiene al suo mondo, un grande di cui le frega poco o nulla. Una lotta interiore che potrebbe lasciarla con quella strana sensazione d’aver tradito qualcuno.

“La chiamano così, perché quando la prendi davanti a un quadro che ti piace vai fuori di testa.”
“Ah… è riferito alla Sindrome di Stendhal allora. In genere è quel processo mentale che scaturisce quando una persona si emoziona particolarmente davanti ad un’opera d’arte fin quasi, come dici tu, quas–”
“Ma mi credi una stupida?!” Urla.
Si alza di scatto dandomi le spalle. Si avvicina allo specchio appeso sopra al baule. Parla lentamente, osservandosi le labbra, come ne fosse incantata.
“Lo so benissimo cos’è la Sindrome di Stendhal. Ci ho anche appena visto un film.”
“Allora spiegami! Sono tutto orecchie.”
Occhiata di riflesso, a tradimento, improvvisa e profonda. Maliziosa. Colpito e affondato distolgo lo sguardo.
Compiaciuta quasi sorride, poi di nuovo seria.
“Cristallo perché è una droga di sintesi, come il crack e le metanfetamine. La differenza da queste è che possono permettersela solo i ricchi, loro hanno già provato tutto. Quindi loro la cercano, come… come,” ma si blocca, apparentemente molto imbarazzata.
Torno a osservala attraverso lo specchio. Ora il bel visino è segnato da una tetra espressione di sofferenza. Si porta la mano sulla pancia stringendola per qualche secondo, poi corre in bagno chiudendosi dentro a chiave.
Aspetto qualche minuto che sembra un’eternità.
Spaventato mi alzo e batto con le nocche sul vetro smerigliato. Non risponde, anche se dal gioco di ombre capisco che si sta muovendo.
Odio le frasi lasciate sospese, specie se importanti, e poi sento che c’è dell’altro.
“La cercano come… Come cosa? Ambra!”
Batto ancora più forte.
“Ambra! Ambra! Rispondimi! Come cosa?! Dimmelo!!” Le urlo.
Batto il pugno sulla parte di legno, con più vigore, ripetutamente. Vedo l’ombra dietro avvicinarsi fulminea.
La serratura si sblocca quasi all’unisono con il violento spalancarsi della porta.
Ambra, bianchissima e collerica sembra fuori di sé.
“Co-ome?! Te lo dico io come! Come ultimo viaggio per lasciare questo mondo schifoso! Hai capito? Hai capito brutto imbecille?!” Mi colpisce al petto con dei pugni a raffica e si richiude in bagno sbattendo così violentemente la porta da incrinarne il vetro.
Rimango sconcertato a fissare il vuoto mentre impotente e già pentito per il mio insistere, ascolto i suoi singhiozzi.
Poi mi giro, d’istinto.
Mi trovo addosso gli sguardi accusatori di Stefano e Zia.
Il loro silenzio ferisce più di qualsiasi parola.

Piaciuta l’anteprima?

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