Venezia e la lingua italiana.

Da un pochino volevo scrivere un articolo su questo tema… ma che legame ci può essere tra le capitale della Serenissima e la lingua italiana?

Vi svelerò alcune cose che probabilmente non sapete, perché anch’io le ho scoperte solamente studiando Venezia.

 

 

Partiamo da qui.

Anni fa, circa quindici, ebbi una discussione con un cliente, un imprenditore bolognese, circa Venezia.

Sosteneva la solita teoria stereotipata che la riduceva ad una delle repubbliche marinare, mentre io combattevo nel tentativo di spiegargli, (pur con tutto il rispetto per le città-stato marittime), che stavamo parlando della capitale di un impero, marittimo e commerciale, molto popolata, ricchissima e potente, longeva più di mille anni.
Ad un certo punto, trovandosi in difficoltà, mi attaccò in modo becero:

Ma se è stata così importante come dici te, perché in tutta Italia si parla l’italiano, cioè il toscano, e non il veneziano? E addirittura sta tornando di moda il romano?

Risi sotto ai baffi, e pensai; abbina l’elemento dominazione territoriale con lingua parlata, ed è convinto che gli antichi romani parlassero in romanesco, proprio come nelle trasmissioni TV che fanno il pomeriggio… roba da matti!

Provai a spiegargli nel modo più semplice che la lingua italiana si era diffusa senza imposizione, (e forse per questo ebbe successo), se non quella letteraria, essendo supportata da grandi ed eccellenti scrittori: Boccaccio, Dante ecc.
Firenze, Pisa o Livorno, forse ebbero controllo sulla sua regione, (ma non mi pare), sulla sua amata città, Bologna, ma non di certo sulla parte del Nord Italia che i veneziani chiamavano lo Stato di Terra.
Aggiunsi poi, che Venezia stessa aveva avuto un ruolo rilevante nella diffusione del dialetto toscano, poi divenuto parlata nazionale, anche se aveva già una sua lingua, il veneziano, parlato tra l’altro in mezzo Mediterraneo (esagerai, ma di poco).

Finì male; l’imporsi verbalmente su dove fosse il campanile più alto, (o più lungo?), ci portò ai limiti del litigio, e praticamente ci mandammo a quel paese.

Che volete… all’epoca andavo ancora in giro a far proseliti nel nome di San Marco, mi si passi la battuta.

Poi capii che invece di incaponirmi, specie con gli interlocutori più ostili, (una sorta di forma di masochismo mentale), era meglio scrivere le mie idee, i miei pensieri, raccontando della mia Venezia sia nei miei libri sia come sto facendo ora.

Eccovi quindi un esempio, nella conversazione tra due protagonisti di un mio romanzo:

[…]
Teatralmente deluso, sospiro:
“Ah! Go capìo tuto!”
“Guarda che non parlo la nuova lingua che vi siete inventati te e il tuo amico di Miami; parla venexian o italiano!”

Monika aveva affrontato il tema della lingua molto seriamente, prendendo lezioni di veneziano sia di grammatica sia di fonetica e anche, penso, di dizione.
Adorava i grandi scrittori in lingua veneta; quando andava a teatro a vedersi il Ruzante o Goldoni non voleva perdersi una battuta. Avrebbe fatto volentieri a meno della lingua italiana, nel senso che le bastavano la sua lingua madre, l’inglese, (very fluent), e il veneziano; che sapeva anche scrivere, cosa difficilissima.
Il gap eravamo proprio noi Veneti; diceva che il dialetto veneziano della lingua veneta esisteva prima della lingua italiana, quindi non poteva esserne un dialetto, era banale.
Secondo lei, invece, molti di noi, convinti di parlare in dialetto, facevano una traslazione molto confusa dall’italiano al veneto; un italiano ”dialettizzato”.
Era una cosa che detestava, come le unghie sporche di chi ti serve al bar. A questo punto era meglio parlare in italiano senza complicare ulteriormente il linguaggio con metodi sbagliati o strambe invenzioni.
In tutto questo non c’era nessun campanilismo, (figuriamoci, Monika), anzi, era una colta e fervida sostenitrice dell’importante contributo dato da Venezia alla nascita della lingua italiana, cosa che non ho mai ben capito.

“A che pensi?”
“Digressioni linguistiche.”

[…]    (da La Portante di Venezia)

Tornando a noi… E quindi? Come contribuì Venezia alla nascita della lingua italiana?

Non sono un linguista né uno storico; un esperto, anche se con una punta di campanilismo potrei parlarvi di dove fu scritta gran parte de La Divina Commedia, o la prima frase in italiano, o dove Petrarca finalmente trovò la quiete per scrivere, quindi ve la farò semplice parlandovi di un personaggio chiave… veneziano.

Avete mai sentito parlare di Pietro Bembo?
Non credo.

Beh, secondo alcuni esperti, (veri), è uno dei padri della nostra lingua, forse il più importante dal punto di vista… diciamo manageriale, (questo l’ho aggiunto io).

Fu proprio lui, attraverso i suoi studi di testi classici e volgari, le sue pubblicazioni e la sua influenza, a decretare quale tipo di volgare toscano, (contemporaneo? trecentesco? in prosa? ecc.), e con che regole, sarebbe poi diventato la base per la nostra lingua.
Grandi autori, persino toscani, poi adottarono i suoi principi per scrivere i loro capolavori.

Certo, ebbe un pizzico di fortuna; Venezia, in quei secoli, tra quattro e cinquecento, era l’ombelico del mondo anche per quanto riguardava la cultura, sopratutto nella stampa di libri, e i Bembo erano una famiglia nobile importante, (lui stesso era cardinale).

Ebbe così modo di conoscere e collaborare editorialmente con Aldo Manuzio stampatore in Venezia… mai sentito?

Beh, un altro grande veneziano, (in verità foresto: da fuori), diciamolo pure: l’inventore dei libri come li conosciamo oggi!

Davvero, non scherzo!

Prima di lui, alfabeti o meno, i libri erano roba da ricchissimi. Pacconi enormi, costosissimi, che mica si potevano portare a letto da leggere, serviva la carriola.

Se avete il privilegio di prendere in mano un suo libro, un’aldina; appunto, (io l’ho fatto ad un mercatino!), vedrete che è praticamente uguale a un libro dei nostri giorni, carattere compreso, derivato proprio da quel carattere, il Bembo, ideato da un maestro tipografo bolognese, tale Francesco Griffo, per la stampa di un suo libro.

La collaborazione tra il cardinal Bembo e Aldo Manuzio portò a dei risultati notevoli, e vennero stampati migliaia di libri. Cosa che probabilmente non sarebbe mai potuta accadere se non a Venezia.

Tempo fa, in un bel articolo di un certo peso su un quotidiano nazionale, proprio su questo tema, si faceva riferimento alle tre corone della lingua italiana, divenute quattro:
Dante, Petrarca, Boccaccio… e Bembo.

Quindi, riassumendo.

Alcuni dialetti sono importantissimi, in quanto possono essere delle vere e proprie lingue che non sono derivate dall’italiano, ma esistevano già prima. Anzi, alcuni ne vanno ad alimentare il vasto dizionario.

Per quanto riguarda il veneziano, (in realtà forma dialettale della lingua veneta, identificata da alcuni esperti come lingua vera e propria, da altri come dialetto), va detto che era parlato e scritto anche a livello letterario, prosa e poesia; si pensi al teatro dell’arte di Goldoni, tutt’oggi, per fortuna, ancora rappresentato in lingua originale. Oppure, si pensi alle poesie di Veronica Franco, grande poetessa del ‘500, modella, musa… e tanto altro.

Il veneziano, inoltre, era conosciuto anche nel Mediterraneo Orientale, si dice persino dai regnanti, e pure usato nei trattati commerciali scritti.

Insomma, sulla nostre abitudini, anche le più comuni come il parlare, c’è sempre tanto da imparare e la nostra penisola di certo non lesina di dispensare materiale a noi sempre nuovo. (Ad esempio, ho scoperto che si parla un dialetto veneto anche in certe aree del Lazio, il venetopontino… (leggere Canale Mussolini di Antonio Pennacchi)).

Per quanto possibile, ho cercato di raccontare in un articolo senza pretese, quanto appreso sull’argomento nei miei studi veneziani, senza perdermi tra i meandri della complessità… spero di esserci riuscito.

Per commenti o domande, o magari precisazioni, (astenendosi dal tema Repubbliche Marinare!), scrivetemi sotto.

Ciao!

P.S. Parlare di abitudini comuni, mi ha fatto tornare alla mente una cosa letta su Venezia circa la forchetta… sì, perché prima, si mangiava con le mani! Magari ne parleremo in un prossimo post.

 

Commenti Facebook